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Silvio Pellico - Le mie prigioni (1833)

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Information about Silvio Pellico - Le mie prigioni (1833)
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Published on March 6, 2014

Author: movimentoirredentistaitaliano

Source: slideshare.net

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LE MIE PRIGIONI.

DALLA STAMPERIA DI CRAPELET, RUE DE VAUGIRARD, N° 9.

LE MIE PRIGIONI, MEMORIE DI SILVIO PELLICO DA SALUZZO. Homo natus de muliere , brevi vivens tempore , repletur multìs miserila. Job. PARIGI. BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA (), RUE DU C.OO, PRÈS LE LOUVRE, 1833.

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, JjLo io scritto me? Bramo che di parlar di e queste Memorie per vanita ciò per quanto uno possa di non sia , se giudice y parmi d avere avuto alcune costituirsi j mire migliori : — quella di contribuire a 3 confortare qualche infelice coli esponi- mento de' mali che patii e delle consola- 3 zioni eh esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure ; - — quella d' attes- 3 tarle non così che in mezzo a miei lunghi tormenti trovai pur V umanità così iniqua } indegna d indulgenza , così scarsa d' egregie anime, come suol venire rap-

presentata; nobili — quella ad amare d' invitare assai, a non odiare cun mortale , ad odiar solo bilmente le cuori i al- irreconcilia- basse finzioni , la pusillani- mità , la perfidia, ogni morale degrada- mene ; — quella di notissima, ma ridirle una verità già spesso dimenticata Religione e la Filosofia comandare V altra energico volere : la V una e giudizio pa- cato y e senza queste unite condizioni non e esservi ne giustizia, ne dignità, ne prin- cipj securi.

LE MIE PRIGIONI. CAPO PRIMO. Il venerdì i3 ottobre 1820 fui arrestalo a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo rogatorio per tutto quel giorno e per cora. Ma di ciò altri an- non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato samente risoluto inter- dalla sua bella, e dignito- di tenerle broncio, lascio la politica ov' ella sta, e parlo d'altro. Alle nove della sera di quel povero ve- nerdì T attuario mi consegnò al quesli, condottomi nella stanza a si fece da me custode , e me destinata, rimettere con geniile invito, per restituirmeli a tempo debito, orologio, denaro e , e ogni altra cosa eh' io avessi in tasca m'augurò rispettosamente la buona , notte.

LE MIE PRIGIONI. k — Fermatevi ho pranzato — tirà Subito la , signore 3 , caro voi gli dissi , ; oggi non fatemi portare qualche cosa. -, , locanda qui vicina è che buon vino -, e sen- ! — Vino, non ne bevo. A questa risposta , guardò spaventato, zassi : il signor Angiolino che tengono bet- I custodi di carceri tola, inorridiscono mi sperando ch'io scher- e d'un prigioniero astemio. — Non ne bevo davvero. — incresce per , lei; IVI' patirà al doppio la solitudine.... E vedendo ch'io non mutava proposito meno uscì; ed in di mezz'ora ebbi , pranzo. il Mangiai pochi bocconi tracannai un bicchier , d'acqua, La e fui lasciato solo. stanza era a pian terreno cortile. Carceri di , carceri dirimpetto. di sopra, alla finestra , e metteva sul qua, carceri di e stetti là -, carceri M'appoggiai qualche tempo ad ascol- tare l'andare e venire de' carcerieri , ed il frenetico canto di parecchi de' rinchiusi. Pensava monastero : : — Un secolo fa avrebbero mai , questo era un le sante e penitenti vergini che lo abitavano immaginato che le loro celle sonerebbero oggi, minei gemiti e d' inni divoti , non più di fem- ma di bestemmie

CAPO PRIMO. e di canzoni invereconde uomini d' ogni fatta, e ergastoli o alle forche , ! che conterrebbero e per lo più destinati agli ? E un fra respirerà in queste celle tempo 5 Oh ? secolo oh mobilità perpetua delle cose! Può chi vi considera affliggersi , se fortuna cessò di sorridergli, se vien sepolto in prigione gii si chi , fugacità del minaccia patibolo il de' più felici mortali del Jeri ? mondo : , se uno non ho io era , oggi più alcune delle dolcezze che confortavano la mia non più libertà non più consorzio d'amici, non più speranze! No: il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscirò se non per vita , -, essere gettato ne' più orribili covili segnato al carnefice mia morte un palazzo, la il il il fossi spirato in l'animo. la , Ma mi madre , ed i ragionamenti tempo ricorsero due sorelle, un'altra famiglia ch'io fratelli , mi alia , due amava quasi filosofici più valsero. M'intenerii, e piansi fanciullo. o con- — padre fosse la mia-, , giorno dopo riflettere alla fugacità del invigoriva mente , e portato alla sepoltura co' più grandi onori. Così sarà , Ebbene come s'io ! nulla come un

LE MIE PRIGIONI. CAPO Tre mesi prima, ed avea riveduto razione, e le due i , IL io era andato a Torino, dopo parecchi annidi sepa- miei cari genitori, uno de' sorelle. Tutta la fratelli nostra famiglia s'era sempre tanto amata! Niun figliuolo era stato più dime colmato di benefizi dal padre e dalla madre Oh come al rivedere i venerati vecchi trovandoli notabilmente io m'era commosso più aggravati dall'età che non m'immaginava! Quanto avrei allora voluto non abbandonarli ! , più , consacrarmi a sollevare colle mie cure la loro vecchiaja Quanto mi ! brevi giorni ch'io stetti a dolse Torino, di , ne' aver parecchi doveri che mi portavano fuori del tetto paterno mio tempo e di dare cosi poca parte del , agli amati congiunti! La povera madre diceva con melanconica amarezza Ah il nostro Silvio non è venuto a Torino : <c ! per veder noi Milano, la ! » Il mattino che ripartii per separazione fu dolorosissima. padre entrò in carrozza con pagnò per un miglio -, me , e Il m' accom- poi tornò indietro

CAPO IL 7 mi voltava a guardarlo e piangeva e baciava un anello che la madre m' avea dato e mai non mi sentii così angosciato di allonsoletto. Io , , tanarmi da' parenti. Non menti, non poter vincere dolore (( io stupiva di , a' presenti- mio il ed era sforzato a dire con ispavento Donde questa mia dine credulo ? » ; straordinaria inquietu- Pareami pur di prevedere qualche grande sventura. Ora nel carcere mi risovvenivano quello spavento, quell'angoscia; mi risovvenivano , , tutte le parole udite , mesi innanzi tre , da' Quel lamento della madre « Ah! il nostro Silvio non è venuto a Torino per veder noi » mi ripiombava sul cuore. Io mi rimproverava di non essermi mostrato loro genitori. : ! mille volte più tenero. volti! e , e ! mi fui così dell'amor mio! e debolmente Non dovea mai ciò dissi loro cosi più vederli — Li amo cotanto, saziai cosi poco de' loro cari avaro delle testimonianze — Questi pensieri mi stra- ziavano l'anima. Chiusila finestra, passeggiai un'ora, cre- dendo di non aver requie tutta la notte» posi a letto, e la stanchezza Mi m'addormentò.

LE MIE PRIGIONI. * CAPO Lo — III. prima notte in carcere svegliarsi la cosa orrenda! w-w w-v W-k e Possibile! (dissi ricordan- domi dove io fossi) possibile Io qui? E non è ora un sogno il mio ? Jeri dunque m' arrestarono? Jeri mi fecero quel lungo interrogatorio, ! che domani nuarsi ? , quando dovrà e chi sa fin conti- Jer sera, avanti di addormentarmi, io 5 piansi tanto, pensando a miei genitori Il riposo . perfetto il sonno che avea ristorato tali, silenzio le ? breve il , — mie forze men- sembravano avere centuplicato me in la possa del dolore. In quell'assenza totale di distrazioni , l'affanno di tutti i miei cari, ed in particolare del padre e della madre ché udrebbero mio arresto, mi il nella fantasia con — In una forza allor- . si pingea incredibile. quest'istante, diceva io. dormono ancora tranquilli, o vegliano pensando forse con dolcezza a me luogo ov'io sono! gliesse dal mondo la notizia della , , non punto presaghi del Oh felici, se Dio li to- avanti che giunga aTorino mia sventura! Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo? —

, CAPO Una voce Colui che III. 9 interna parea rispondermi ! Colui che dava la forza ad una Madre di seguire il Figlio al Golgota e di stare sotto la sua croce infelici , T amico dei mortali Quello fu l' ! ! amico degl' — primo momento il — invocano ed amano tutti gli afflitti e sentono in se stessi : , che la reli- gione trionfò del mio cuore-, ed all'amor filiale debbo questo benefizio. Per T addietro, senza essere avverso alla Le vol- religione , poco io gari obbiezioni, tuta, e male la seguiva. con cui suole essere combat- non mi parevano un gran che, e tutta- via mille sofistici dubbi infievolivano la mia fede. Già da lungo tempo questi dubbi non cadevano più sull' esistenza di dava ridicendo che se Dio Dio esiste , , cosi ingiusto 1' : uomo , mondo somma ragionevolezza di aspirare ai beni di quella d' è un'al- che pati in un quindi la quindi un culto m' an- una conse- guenza necessaria della sua giustizia tra vita per e amore di seconda vita : Dio e del pros- simo, un perpetuo aspirare a nobilitarsi con generosi sacrifizi. Già da lungo tempo m'an- dava ridicendo tutto ciò E che altro è il , e soggiungeva : — Cristianesimo se non questo perpetuo aspirare a nobilitarsi ? — E mi me-

LE MIE PRI GIONI. io ravigliava come pura sì filosofica sì , , sì inat- taccabile manifestandosi l'essenza del Cristia- nesimo fosse , venuta un' epoca in cui — Farò sofia osasse dire : sue veci. in qual — Ed veci? Insegnando gnando modo farai tu No certo. amore sarà sarà ciò che appunto le vizio? il Ebbene la virtù ? e del prossimo la filo- innanzi io d' or le sue Insedi il Dio Cri- stianesimo insegna. Ad tissi, onta eh' io così da parecchi anni sensfuggiva di conchiudere conseguente I sii cristiano zar più degli abusi qualche punto Chiesa ed è lucidissimo il : ti dunque scandalez- non malignar più su difficile giacché , ! non ! sii : della dottrina della punto principale ama Dio ed è questo, prossimo. il In prigione deliberai finalmente di strin- gere tale conclusione, e quanto , pensando che la strinsi. Esitai al- taluno veniva a se sapermi più religioso di prima, si crederebbe in dovere di reputarmi bacchettone ed avvilito dalla disgrazia. Ma sentendo ch'io non era ne bacchettone, né avvilito, qui di non punto curare non meritati rarmi d' , e fermai i mi compiac- possibili biasimi d' essere e di dichia- or in avanti cristiano.

CAPO IV. VM%WWil1%V«>%WVVl%V«%VMVVVVi<VVVV»/VViW« l CAPO Rimasi tardi j ma io mattino IV. risoluzione più stabile in questa cominciai a ruminarla e quasi vo- lerla in quella il WVW le prima notte di cattura. Verso mie smanie erano calmate ne stupiva. Ripensava , ed genitori ed agli a' amati, e non disperava più della loro altri forza d' animo sentimenti in essi, , , eh' io e la memoria de' virtuosi aveva altre volte conosciuti mi consolava. Perchè dianzi cotanta perturbazione in me, immaginando la loro, ed or cotanta fiducia neir altezza del loro coraggio ? Era questo cangiamento un prodigio ? era felice turale effetto della Dio ? no, — E che importa reali i A un na- mia ravvivata credenza in il chiamar prodigi sublimi benefizi della religione , o ? mezzanotte, due secondini (così chia- mansi i carcerieri dipendenti dal erano venuti a visitarmi, e di pessimo umore. m All' alba J custode) aveano trovato tornarono , e mi trovarono sereno e cordialmente scherzoso. — Stanotte, signore, ella aveva una faccia

, le mie prigioni. iÈ da basilisco e , disse Tirola il ; ne godo, segno che non è — un pressione birbante : ora è perchè (io sono vecchio del mestiere, e le vazioni hanno qualche peso), più arrabbiati resto, che ne il i es- birbanti i mie osser- birbanti sono secondo giorno dei loro ar- il primo. Prende tabacco? prendere soglio tutt' altro — perdoni V , ma non — Non vo' ricusare le Quanto alla vostra osservanon è da quel sapiente che sembrate. Se stamane non ho più faccia da basilisco, non potrebb'egli essere che il muvostre grazie. zione, scusatemi, tamento lità prova fosse ad illudermi libertà d' insensatezza , di faci- a sognar prossima la , ? — Ne dubiterei, signore, s'ella fosse in prigione per altri motivi ma ; di stato, al giorno d'oggi, per queste cose non è possibile di credere che finiscano così su due piedi. ella non selo. Perdoni sa : pre fra disgraziati — Crederà dolori altrui io , : vuole un'altra presa? Ma come faccia cosi allegra Ed gonzo da immaginar- è siffattamente — Date qua. mente mia come , si può avere una avete, vivendo sem- ? che sia per indifferenza sui non lo so a dir vero ; nemmeno positivama Y assicuro che

CAPO spesse volte il IV. i3 veder piangere mi male. fa talora fingo d' essere allegro, affinchè E poveri i prigionieri sorridano anch'essi. — Mi viene, buon uomo, un pensiero che non ho mai avuto : che si possa fare carce- il riere ed essere d' ottima pasta. — Il mestiere non fa niente, signore. Al quel voltone eh' di là di cortile , v'è tutte per donne di un vede ella altro cortile oltre , donne. Sono.... non occorre mala dirlo... Ebbene, signore, ve vita. che sono angeli, quanto il ed altre carceri E cuore. al n' s'ella fosse secondino.... — Io? — (e scoppiai dal ridere. ) Tirola restò sconcertato dal mio riso non proseguì. Forse intendea mi sarebbe , che e riuscito malage- stato secondino vole non affezionarmi ad alcuna , , io fossi s' di quelle disgraziate. Mi Uscì , chiese ciò ch'io volessi per colezione. e qualche minuto dopo mi portò il caffè. Io lo guardava in faccia fissamente un sorriso malizioso , che voleva dire : « , con Por- un mio viglietto ad un altro infelice al mio amico Piero ? » Ed egli mi rispose con un altro sorriso che voleva dire teresti tu , , :

, LE MIE PRIGIONI. i4 a No ? signore miei compagni che e se vi dirigete ; , il ad alcuno de quale vi dica di sì, 5 badate vi tradirà. » Non sono veramente certo capisse, ne ch'io capissi fui dieci volte sul pezzo di carta , punto eh' egli , So bensì, ch'io di dimandargli un ed una matita , e non ardii ? perchè v era alcun che negli occhi suoi sembrava avvertirmi cuno, e meno d'altri di mi lui. non fidarmi che di lui. , che di al-

CAPO i5 V. »,•*.»•%/%, %^-%. CAPO Se Tirola , una fisionomia più no- ceduto io avrei mio ambasciatore alla tentazione di farlo e forse , giunto a tempo all'amico un mio non lui ma era scoperto, , viglietto avrebbe dato gli forza di riparare qualche sbaglio ciò salvava, , avuto quegli sguardi così furbi; se fosse slata , bontà colla sua espressione di non avesse anche bile V. , — la e forse poveretto, che già troppo parecchi altri e me ! Pazienza! doveva andar così. Fui chiamato alla terrogatorio, e ciò parecchi altri , dell' in- continuazione durò tutto quel giorno, e con nessun altro intervallo che quello de' pranzi. Finché il processo non chiuse si , i giorni volavano rapidi per me, cotanto era l'esercizio della dere a mente in queir interminabile rispon- sì varie dimancle alle ore di , e nel raccogliermi pranzo ed a sera , per riflettere a tutto ciò che mi s'era chiesto e ch'io aveva risposto, ed a tutto ciò, su cui probabilmente sarei ancora interrogato. Alla fine della prima settimana m'accadde

LE MIE PRIGIONI, 16 un gran dispiacere. Il mio povero Piero, bramoso quanto lo era io che potessimo metterci in qualche comunicazione, mi mandò un viglietto, e si servì, non d'alcuno de se, , ma d'un disgraziato prigioniero, condini, veniva con essi a fare che qualche servigio nelle un uomo nostre stanze. Era questi dai ses- non santa ai settantanni, condannato a so quanti mesi di detenzione. Con una che rimisi aveva eh' io spilla , mi forai un sangue poche linee di risposta dito, e feci col messaggero. Egli ebbe la mala al ventura d'essere spiato, frugato, colto col glietto addosso, e, se non vi- erro, bastonato. In- che mi parvero del misero vec- tesi alte urla chio, e noi rividi mai più. Chiamato veder- io a processo, fremetti al mi presentata gue (la quale mia cartolina vergata la , grazie al cielo, col san- non parlava di cose nocive, ed avea l'aria d'un semplice saluto). Mi gue, mi Ah, io occhi il sofferto si mi chiese con che si tolse la spilla non risi ! Io fossi tratto san- e si rise dei burlati. , non poteva levarmi dagli vecchio messaggero. Avrei volentieri qualunque castigo, purché gli perdo- nassero; e quando mi giunsero quelle urla, che dubitai essere di di lacrime. lui , il cuore mi s'empi

CAPO V. i Invano chiesi parecchie volte di esso tode e a' cevano : secondini. Crollavano <( farà più di simili poso. ]Ne )> il L'ha pagata cara colui — gode un 1 al cus- capo, e di- — non ne po' più di ri- voleano spiegarsi di più. Accennavano essi la prigionia ristretta in cui veniva tenuto queir infelice, o parlavano cosi , perch' egli fosse morto sotto le basto- nate od in conseguenza di quelle Un cortile gna ? giorno mi parve di vederlo, , sotto il portico, con sulle spalle. Il rivedessi un un al di là del fascio di le- cuore mi palpitò, come s'ia fratello,

LE MIE PRIGIONI. 18 k<V«VVWWVW CAPO VL Quando non rogatorii, e le fui più martirato dagl' inter- non ebbi più nulla che occupasse mie giornate amaramente allora sentii , il peso della solitudine. ed Ben mi si permise ch'io avessi una Bibbia il Dante ben fu messa a mia disposizione ; dal custode la sua biblioteca alcuni romanzi di Scuderi gio ma -, il mio , spirito era consistente in , del Piazzi ogni giorno un Dante questo esercizio era tuttavia ch'io lo faceva pensando che a' casi gendo Lo miei. altre cose , stesso e peg- troppo agitato, da potersi applicare a qualsiasi lettura. canto di , a Imparava memoria, e macchinale, sì meno a que' versi mi avveniva leg-* eccettualo alcune volte qual- che passo della Bibbia. Questo divino libro eh' io aveva sempre amato molto, anche quan- do pareami me che d' essere , ad onta del buon volere lo leggea colla A incredulo, veniva ora da studiato con più rispetto che mai. Se mente ad , non spessissimo io altro, e non capiva. poco a poco divenni capace di meditarvi

, CAPO più fortemente VI. sempre meglio gus- e di , 19 tarlo. . non mi diede mai Siffatta lettura ma la disposizione alla bacchettoneria minicioè a , quella divozione malintesa che rende pusilla- nime o Dio e fanatico. Bensì gli uomini m'insegnava ad amar a bramare sempre più , il regno della giustizia, ad abborrire l'iniquità, perdonando agl'iniqui. Il Cristianesimo, in- vece di disfare in me ciò che la filosofia potea avervi fatto di buono, lo confermava lorava di ragioni più alte incessantemente e , che più potenti. , Un giorno avendo letto lo avva- , che bisogna pregare il vero pregare non è borbottare molte parole alla guisa de' pagani ma adorar Dio con semplicità in azioni, e fare che le , une sì in parole , sì e le altre sieno l'adempimento del suo santo volere, mi proposi di cominciare davvero quest'incessante preghiera , cioè di non permettermi più nep- pure un pensiero, che non animato dal fosse desiderio di conformarmi ai decreti di Dio. Le formole di preghiera da me adorazione furono sempre poche , recitate in non già per disprezzo (che anzi le credo saltuarissime chi più, a chi meno, per fermare zione nel culto) , ma perchè io , a l'atten- mi sento così

LE MIE PRIGIONI, io fatto, da non essere capace di recitarne molte, senza vagare in distrazioni e porre F idea del culto in obblio. L' intento di stare di continuo alla presenza di Dio, invece di essere un faticoso sforzo della mente ed un soggetto di tremore era per me soavissima cosa. Non dimenticando che Dio , è , sempre vicino a noi eh' egli è in noi , , o piuttosto che noi siamo in esso, la solitudine perdeva ogni giorno più ce Non sono suo orrore per il in ottima compagnia io E mi dava dicendo. ? » me : m'an- rasserenava, e canterel- lava, e zufolava con piacere e con tenerezza. — Ebbene , pensai non avrebbe potuto , venirmi una febbre e portarmi in sepoltura Tutti i miei cari nati al pianto, , che si ? sarebbero abbando- perdendomi, avrebbero pure acquistato a poco a poco la forza di rasse- mia mancanza. Invece d'una tomba, mi divorò una prigione degg'io credere gnarsi alla : che Dio non Il li munisca mio cuore alzava loro, talvolta grime stesse d' i egual forza ? — più fervidi voli per con qualche lagrima -, ma le la- erano miste di dolcezza. Io aveva piena fede che Dio sosterrebbe loro e me. Non mi sono ingannato.

CAPO 21 VII. ^%>*/%/%/VWV-^*^V*%/%^V%^'W*'». V»/%. *lV*VV»(W»,W*VV%V*'V'V*W%». CAPO VII. Il vivere libero è assai più bello del vivere in carcere; chi ne dubita? nelle miserie d' un carcere , Eppure anche quando ivi si pensa che Dio è presente, che mondo sono fugaci coscienza e non , che il le gioje del vero bene sta nella negli oggetti esteriori puossi , meno d' un non dirò perfettamente ma in comportevole guisa, il mio partito. Vidi che non volendo commettere l'indegna azione di comprare l' impunità col procacla mia sorte non pociare la rovina altrui essere se non il patibolo od una lunga teva Respiprigionia. Era necessità adattarvisi. finche mi lasciano fiato dissi e quando rerò con piacere sentire mese avea pigliato la vita. Io in , , — , , me lo tofranno allorché Morrò. Mi dare Il , farò sono giunti — come all' tutti i malati ultimo momento. studiava di non lagnarmi di nulla all' anima mia tutti i godimenti più consueto godimento si , e di possibili. era di andarmi rinnovando V enumerazione dei beni che ave-

, LE MIE PRIGIONI, 22 vano abbellito dre i miei giorni un' ottima madre j eccellenti, tali e tali i un ottimo pa- : fratelli , amici , e sorelle una buona edu- cazione, l'amore delle lettere ec. Chi più di me era stato dotato di felicità ringraziarne Iddio , Perchè non ? sebbene ora mi fosse tem- perata dalla sventura? Talora facendo queir enumerazione m' inteneriva e piangeva un istante; Fin mail coraggio amico. ISon era il Parlo per altro Chi era ? cinque o — Un sei ladroni, e la d' legge Il li proces- de' signori una creatura umana. fanciullo anni. aveva acquistato un custode, non alcuno de' non alcuno secondini, santi. e la letizia tornavano. da' primi giorni io sordo e muto , padre e la aveva , dì madre erano colpiti. Il misero orfanello veniva mantenuto dalla Polizia con parecchi altri fanciulli della stessa Abitavano mia tutti in una stanza condizione. in faccia alla ed a certe ore aprivasi loro , la porta affinchè uscissero a prender aria nel cortile. Il tava e muto veniva sotto la mia finesmi sorrideva, e gesticolava. Io gli get- sordo tra, e un bel pezzo di pane : ei lo prendeva, facendo un salto di gioja, correva compagni, ne dava a mangiare la tutti, e poi a' suoi veniva a sua porzioncella presso la mia

, CAPO finestra, esprimendo VII. <23 sua gratitudine col la sorriso de' suoi begli occhi. Gli tano altri fanciulli ma non , mi guardavano da lon- ardìano avvicinarsi : il sordo- muto aveva una gran simpatia per me già per sola cagione d' interesse. ei non sapea che fare del pane e mi facea segni eh' egli tava , , ne Alcune volte eh' io gli get- e i com- suoi pagni aveano mangiato bene, e non potevano prendere maggior cibo. S' ei vedea venire un secondino nella mia stanza, pane perchè me lo restituisse. aspettasse allora da zare innanzi alla me , gli ei dava il Benché nulla continuava a ruz- ei con una grazia finestra, amabilissima, godendo eh' io lo vedessi. Una un secondino permise al fanciullo d' enmia prigione questi appena entrato corse ad abbracciarmi le gambe mettendo un grido di gioja. Lo presi fra le volta trare nella , : , , braccia , ed mi colmava è indicibile il di carezze. quella cara animetta terlo far educare , in che trovava ! trasporto con cui Quanto amore Come in avrei voluto po- e salvarlo dall' abbiezione ! si Non ho mai saputo il suo nome. Egli stesso non sapeva di averne uno. Era sempre lieto e non lo vidi mai piangere se non una volta

, LE BUE PRIGIONI, 24 che fu battuto , non perchè so dal carce- , Cosa strana! Vivere in luoghi riere. sembra il fanciullo colmo avea dell' infortunio certamente , simili eppure quel tanta felicità J quanta possa averne a queir età il figlio principe. Io facea questa riflessione , d un ed im- parava che puossi rendere Tumore indipendente dal luogo. Governiamo Y immaginativa, e staremo bene quasi dappertutto. Vn quando la sera uno senza fame e senza acuti do- giorno è presto passato si mette a lori e che importa se quel , mura che che letto , si si letto è piuttosto fra chiamino prigione chiamino casa o palazzo Ottimo ragionamento ! , Ma come governare Y immaginativa? Io mi e ben pareami glia : ma o fra mura ? vi si fa a provava, talvolta di riuscirvi a meravi- altre volte la tiranna trionfava io indispettito stupiva della , mia debolezza. ed

, . , CAPO Vili. CAPO Vili. Nella mia sventura son pur fortunato diceva io che m' abbiano dato una prigione , a pian terreno tro passi da su questo cortile , me viene quel caro fanciullo con cui converso alla Mirabile intelligenza diciamo egli ove a quat- , ed muta dolcemente si umana Quante ! ! cose ci io colle infinite espressioni Come comquando gli sorrido ? come li corregge quando vede che mi spiacciono Come capisce che lo amo, quando accarezza o regala alcuno de' suoi compagni Nessuno al mondo se lo immagina, eppure io degli sguardi e della fisonomia pone i suoi moti con grazia ! , , ! ! stando alla finestra, posso essere una specie d'educatore per quella povera creaturina. forza di ripetere perfezioneremo il la mutuo A esercizio de' segni comunicazione delle nostre idee. Più sentirà d'istruirsi e d'ingentilirsi con il me , più mi s' affezionerà. Io sarò per lui genio della ragione e della bontà parerà a confidarmi ceri , le sue brame : i suoi dolori , i io a consolarlo egli ; im- suoi pia, 2 a nobi-

LE MIE PRIGIONI, 26 litarlo, a dirigerlo in tutta la sua condotta. Chi sa che tenendosi indecisa mia sorte la di non mi lascino invecchiar qui? Chi sa che quel fanciullo non cresca sotto a' miei occhi e non sia adoprato a qual- mese in mese, , che servizio in questa casa? Con tanto inge- gno quanto mostra riuscire ? Ahimè ! d' avere , che potrà secondino o qualch' altra cosa di bene non avrò j egli un ottimo simile. Eb- niente di più che io fatto buon* opera contribuito ad ispirargli il se avrò f desiderio di pia- cere alla gente onesta ed a se stesso , a dargli V abitudine de' sentimenti amorevoli? Questo soliloquio era naturalissimo. Ebbi sempre molta inclinazione pe' fanciulli e , T ufficio d' educatore mi parea sublime. Io adempiva simile ufficio da qualche anno due giovaverso Giacomo e Giulio Porro eh' io amava come netti di belle speranze figli miei e come tali amerò sempre. Dio , , sa quante volte in carcere , quanto m' affliggessi la loro educazione! massi tro , , io pensassi a loro ! di non poter compiere quanto ardenti voti for- perchè incontrassero un nuovo maes- che mi fosse eguale nell' Talvolta esclamava tra parodìa è questa ! amarli me : ! Che brutta Invece di Giacomo e Giù-

, CAPO lio , Vili. 27 fanciulli ornati de' più splendidi incanti mi tocca sordo muto che natura e fortuna possano dare per discepolo un poveretto stracciato, figlio al po' meno Queste garbato si Ma il !... che ai più che in termine direbbe sbirro. mi confondeano riflessioni sconfortavano. , d'un ladrone più diverrà secondino-, un , , appena sentiva io , mi lo strillo mio mutolino che mi si rimescolava il sangue come ad un padre che sente la voce del , , del figlio. pavano in guardo, E quello strillo e la sua vista dissime ogni idea di bassezza a suo riE che colpa ha egli s'è stracciato — e difettoso, e di razza di ladri? umana, nell'età dell' innocenza, è sempre rispettabile. Cosi diceva io; e ogni giorno più con amore crescesse in intelligenza, e dolce divisamento lirlo-, d' Un'anima , e lo guardava mi parea che confermavami nel applicarmi ad ingenti- e fantasticando su tutte le possibilità , pensava che forse sarei un giorno uscito di carcere ed avrei avuto mezzo di far mettere quel fanciullo nel collegio de' sordi e muti, e d' aprirgli così la via ad una fortuna più bella che d'essere sbirro. Mentre io m' occupava cosi deliziosamente

LE MIE PRIGIONI, 28 del suo bene un giorno due secondini ven- , gono a prendermi. — cangia — Che intendete — C comandato camera. — Perchè — Qualch' grosso alloggio, signore. Si dire ? ? di trasportarla in un' è altra ? altro uccello è stato preso, e questa essendo la miglior camera.... capisce bene.... — Capisco : è la prima posa de' nuovi ar- rivati. E mi opposta trasportarono alla parte del cortile , non più ma ohimè non ! , atta al Traversando quel più a pian terreno, conversare col mutolino. cortile , vidi quel caro ra- gazzo seduto a terra, attonito, mesto mi perdeva. Dopo un eh' ei mi corse incontro ciarlo com 5 rezza , i e mi , capì secondini voleano cac- io lo presi fra le braccia egli era , ; : istante s'alzò, , e , lo baciai e ribaciai staccai da lui — debbo cogli occhi grondanti di lagrime. sudicetto con tenedirlo ? —

, CAPO CAPO IX. 29 IX. Povero mio cuore! tu ami sì caldamente , già stato condannato men dolorosa nuovo mio zaccia non la che il alloggio era tristissimo. , lurida vetri alle imposte sei Questa non fu certo ! e la sentii tanto più ; oscura , facilmente e sì ed oh a quante separazioni , , Una stan- con finestra avente ma carta , con pareti contaminate da goffe pitturacce di colore non oso dir quale e ne' luoghi non , dipinti erano iscrizioni. Molte portavano semplice- mente nome, cognome felice , e patria di qualche in- colla data del giorno funesto della sua cattura. Altre aggiungeano esclamazioni con- una tro falsi amici, contro se stesso, contro donna, contro il giudice ec. Altre erano com- ; pendi d autobiografia. Altre contenevano sentenze morali. a V erano queste parole di Pascal Coloro che combattono parino almeno qual batterla. , prima di , : im- com- Se questa religione si vantasse d' avere una veduta chiara senza velo che non ella sia la religione si , di Dio , e di possederlo sarebbe un combatterla il dire vede niente nel mondo che , lo

LE MIE PRIGIONI. 3o Ma mostri con tanta evidenza. anzi, essere gli da Dio , il poiché dice uomini nelle tenebre quale s' zione, ed essere appunto dà nelle Scritture Deus , vantaggio possono e lontani è nascosto alia loro cogni- nome il ch'egli si absconditus.... qual essi trarre , allorché nella negligenza che professano quanto alla scienza della verità, gridano che la verità loro mostrata Più sotto era autore) a non vien ? » scritto (parole dello stesso : Non qui del lieve interesse di trattasi qualche persona straniera ; trattasi di noi me- desimi e del nostro tutto. L'immortalità dell' anima è cosa che tanto importa o che toccaci profondamente che bisogna aver perduto , sì , per essere nell'indifferenza di ogni senno, saper che ne Un <c sia. » altro scritto diceva Benedico la prigione conoscere l'ingratitudine : , poiché degli ra' ha fatto uomini, la mia miseria, e la bontà di Dio. » Accanto a queste umili parole erano le più violente e superbe imprecazioni d' uno che si diceva ateo e che si scagliava contro Dio come se si dimenticasse d' aver detto che non , v' era Dio. Dopo una colonna di tali bestemmie , ne

, CAPO IX. 3i seguiva una d'ingiurie contro così chiamava li egli, che la i vigliacchi sventura del carcere fa religiosi. Mostrai quelle scelleratezze ad uno de' secondini, e chiesi chi l'avesse scritta. — Ho piacere d'aver trovata quest'iscrizione, disse ve ne son tante cercare E tare ! — senz' altro muro per il — Perchè — Perchè e fu , ciò ed ho , diessi sì con un coltello a grat- farla sparire. ? dissi. povero diavolo che il : poco tempo da l' ha scritta, condannato a morte per omicidio preme- ditato , se ne pentì , e mi fece pregare di questa carità. — Dio perdoni sclamai. Qual omicisuo dio era — Non potendo uccidere un suo nemico vendicò uccidendogli più — che desse gli ! ? il , si il fanciullo E A tanto può giungere mostro teneva siffatto , bel il sulla terra. si Inorridii. figlio il la ferocia! linguaggio insul- un uomo superiore a tutte le deboumane Uccidere un innocente un tante d' lezze fanciullo ! ! !

LE MIE PRIGIONI. 32 CAPO Ijj quella mia nuova stanza, così tetra e immonda, privo della compagnia del muto io era oppresso di tristezza. Stava così caro , molte ore una X. alla finestra la galleria quale metteva sopra e al di là della galleria vedeasi , r estremità del cortile e la finestra della mia prima stanza. Chi erami succeduto colà vi ? Io vedeva un uomo che molto passeggiava colla rapidità di chi è pieno o tre giorni dappoi da scrivere , , 7 d agitazione. vidi che gli Due avevano dato ed allora se ne stava tutto il dì al tavolino. Finalmente lo riconobbi. Egli usciva della sua stanza accompagnato dal custode agli esami. Era Melchiorre Gioja andava : ! Mi si strinse il cuore. Anche tu, valen(Fu più fortunato di me. tuomo, sei qui Dopo alcuni mesi di detenzione, venne ri! messo in La libertà. vista di consola, — ) qualunque creatura buona mi m'affeziona, mi fa pensare. pensare ed amare sono un gran bene ! Ah! Avrei

, CAPO dato mia la eppure Dopo 33 per salvar Gioja di carcere vita vederlo il X. mi ; sollevava. essere stato lungo tempo a guardarlo a congetturare da' suoi moti se fosse tranquillo d'animo od inquieto, a far voti per lui io mi sentiva maggior forza maggiore abbon, , danza d'idee, maggior contento di me. Ciò vuol dire che lo spettacolo d'una creatura umana, quale s'abbia amore, basta a alla temprare M' avea dapprima un povero bambino solitudine. la recato questo benefizio muto, ed or me lo recava la lontana vista d'un uomo di gran merito. Forse qualche secondino era. Un mattino aprendo sventolare il la gli disse dov'io sua finestra, fece fazzoletto in atto di saluto. Io gli risposi collo stesso segno. m'inondò l'anima Oh, quale piacere momento Mi in quel ! pareva che la distanza fosse sparita, che fos- simo insieme. Il cuore mi balzava come ad un innamorato che rivede Y amata. Gesticolavamo senza capirci, e colla stessa premura, se ci capissimo mente -, le nostre : come o piuttosto ci capivamo real- que' gesti voleano dire tutto ciò che anime sentivano, el'una non igno- rava ciò che l'altra sentisse. Qual conforto sembravanmi dover essere

, I LE MIE PRIGIONI, 34 E l'avvenire in avvenire que' saluti! ma que' saluti volta non furono più giunse, replicati Ogni ! ch'io rivedea Gioja alla finestra, io faceva sventolare secondini d'eccitare mi i guardavami e così ci il fazzoletto. Invano ! I dissero che gli era stato proibito miei gesti o di rispondervi. Bensì egli spesso , ed io guardava dicevamo ancora molte cose. lui

CAPO XI. CAPO Sulla vano XI. galleria eh' era sotto la finestra medesimo livello 35 della da mattina a sera e ripassavano , al mia prigione, passaaltri prigionieri, accompagnati da secondino-, an- esami, e ritornavano. Erano per davano agli lo più gente bassa. Vidi nondimeno anche di condizione civile. qualcheduno che parea Benché non su loro , potessi gran fatto fissare gli occhi tanto era fuggevole pure attraevano più la mia miei dolori: feci, e fini della mia loro passaggio, meno mi commoveano. Questo qual tristo spettacolo, a' i il attenzione-, tutti qual ma a primi giorni, accresceva poco a poco mi v'assue- per diminuire anch' esso 1' orrore gli occhi solitudine. Mi passavano parimente molte donne arrestate. Da s'andava, per un voltone, sotto quella galleria sopra un altro cortile, e là erano le carceri muliebri e l'os- pedale delle assai sottile sifilitiche. Un muro mi dividea da una delle donne. Spesso le poverette solo , ed delle stanze mi assorda-

LE MIE PRIGIONI, 36 vano colle loro canzoni, risse. A talvolta colle loro tarda sera, quando romori erano i udiva conversare. cessati, io le Se avessi voluto entrare in colloquio, avrei Me n'astenni, non potuto. midità di ? Per so perchè. ti- per alterezza? per prudente riguardo non affezionarmi donne degradate? Do- a vevano esservi questi motivi donna, quando è ciò me una creatura T udirla, il mi perturba m' , sublime mi Ma di nobili fantasie. La tre. che debb' essere, è per sì parlarle tutti ! Il vederla arricchisce la , mente avvilita, spregevole, affligge mi , spoetizza il cuore. Eppure (gli eppure sono indispensabili per dipingere l'uomo, ente si composto) fra quelle voci femminili ve n' avea di soavi queste care. — e perchè non dirlo? Ed una — di quelle era più soave altre, e s'udiva più di rado, e , e m'erano delle non proferiva pensieri volgari. Cantava poco, e-per lo più questi soli due patetici versi Chi rende La sua alla meschina felicità? Alcune volte cantava compagne la : le secondavano , litanie. ma io Le sue aveva il

CAPO dono XI. 3 di discernere la voce di Maddalena dalle che pur troppo sembravano accanile a altre, rapirmela. Si, quella disgraziata chiamasi Maddalena. Quando dolori teva le sue compagne raccon lavano compativale e gemeva ella , Coraggio : mia cara , 5 i loro e ripe- , Signore non il abbandona alcuno. Chi poteva impedirmi d'immaginarmela bella e più infelice che colpevole, nata per la virtù capace di ritornarvi , , erasene scos- s' tata? Chi potrebbe biasimarmi s'io m'inte- neriva udendola, s'io l'ascoltava con venerazione , s' particolare io pregava per L'innocenza pure il lei con un fervore ? è veneranda, pentimento! Il ma l'Uomo-Dio, sdegnava confusione eh' ei più tanto onorava , ? d' porre egli di pietoso sguardo sulle peccatrici la loro quanto lo è migliore degli uomini, , il suo di rispettare aggregarle fra le anime Perchè disprezziamo noi Indonna caduta nell'ignominia? Ragionando cosi, fui cento volte tentato di alzar la voce, e fare una dichiarazione fraterno a Maddalena. Una ! il amor volta avea già co- minciato la prima sillaba vocativa Cosa strana d' : cuore mi batteva « , Mad !... » come ad

LE MIE PRIGIONI, 38 un ragazzo sì , di quindici anni eh' io ri avea trent' uno , innamorato; che non e è più l'età dei palpiti infantili. Non « potei andar Mad!... Mad!... ridicolo ! avanti. E Ricominciai fu inutile. gridai dalla rabbia e , non Mad » » : « Mi : trovai Matto ! e

, CAPO XII. CAPO Così finì retta se 39 XII. mio romanzo con quella pove- il non che le fui debitore di dolcissimi sentimenti per parecchie settimane. Spesso io era rava : melanconico e la sua voce , spesso pensando alla viltà ed titudine degli uomini loro , disamava io l' , m esila- all' ingra- m' irritava contro io universo e la voce di , Maddalena tornava a dispormi a compassione ed indulgenza. — Possa tu, o incognita peccatrice, essere stata condannata a grave qualunque pena sii ! lo fosti , e vivere e da me ti che non Possa tu ispirare, in ognuno che pazienza , la la fiducia in Od a morir Possa tu essere compianta e rispettata da tutti quelli che come ! tu stata condannata, possa tu profittarne e rinobilitarti cara al Signore pena non dolcezza , la Dio, come brama conoscono ti ti conobbi ! vegga, la della virtù le ispiravi in , colui amò senza vederti La mia immaginapuò errare figurandoti bella di corpo, ma l'anima tua, ne son certo, era bella. Le che tiva t' !

, LE MIE PRIGIONI, 40 tue compagne parlavano grossolanamente, e tu con pudore e gentilezza -, bestemmiavano benedicevi Dio*, garrivano, e tu compo- e tu nevi le loro liti. Se alcuno t' ha porto la mano per sottrarti dalla carriera del disonore , se t'ha beneficata con delicatezza, se ha asciugate le tue lagrime, tutte le consolazioni pio- vano su lui su' suoi figli , , e sui figli de' suoi figli!Contigua Uno parlare. non torità, dizione cia. alla mia, era una prigione abi- da parecchi uomini. Io tata di loro superava gli altri in au- maggiore finezza di con- forse per ma , per maggior facondia ed auda- Questi facea come , si dice, Rissava e metteva in silenzio coli' udiva anche li i il dottore. contendenti imperiosità della voce, e colla foga delle parole -, dettava loro ciò che doveano pensare e sentire , e quelli , dopo qualche renitenza , finivano per dargli ragione in tutto. Infelici! le non uno di loro, che temperasse spiacevolezze della prigione , esprimendo qualche soave sentimento, qualche poco di religione e d'amore! Il posi. caporione di que' vicini mi salutò, e Mi ris- chiese com'io passassi quella male- detta vita. Gli dissi , che , sebben trista ,

CAPO XII. 4i niuna vita era maledetta per me, e che alla morte , piacer di pensare e d'amare. — Mi Si spieghi, signore, non spiegai, e si fui capito. coraggio d'accennare, me Maddalena una grandissima risata, dalla voce di , cos'è compagni. — che cos'è ? Il il ? il E quando, , come esempio, nerezza carissima che in — Che sino — spieghi. dopo ingegnose ambagi preparatorie in , bisognava procacciar di godere ebbi il la te- veniva destata caporione diede gridarono i suoi profano ridisse con carica- tura le mie parole, e le risate scoppiarono in coro, ed io feci lì pienamente la figura dello sciocco. Avviene in prigione come nel mondo. Quelli che pongono la lor saviezza lagnarsi, nel vilipendere, compatire, l'amare, il nel fremere, nel credono il consolarsi con belle fantasie, che onorino l'umanità ed tore. follia il suo Au-

LE MIE PRIGIONI, 42 % *»"W *^*^V*^**"W%/*^k %•»/*» CAPO XIII. Lasciai ridere, e non opposi sillaba. cini mi diressero due o I vi- tre volte la parola ; io stetti zitto. — Non più — tenderà Y orecchio lena — sarà ne sarà ai sospiri di ito si Madda- sarà offeso delle nostre risa. Così andarono dicendo per mente il — se alla finestra — un poco. E caporione impose silenzio agli finalaltri che susurravano sul mio conto. — Tacete, non sapete quel non è un si grand' asino come credete. Voi non siete cabestioni, che che diavolo vi dite. Qui vicino il paci di riflettere su niente. Io sghignazzo, poi rifletto sanno Un io. Tutti i far gli arrabbiati, villani un , po' più di fede ne' benefizii del cielo, che cosa vi pare sinceramente, che dizio ma mascalzoni come facciamo noi. un po' più di ca- po' più di dolce allegria rità, di , sia in- ? — Or che ci rifletto anch' io, rispose uno, mi pare che sia indizio d' essere alquanto meno mascalzone.

CAPO — Bravo toreo ! gridò il XIII. 43 caporione con urlo sten- questa volta torno ad aver qualche ; stima della tua zucca. — Io non insuperbiva molto, d'essere solamente reputato alquanto meno mascalzone di loro eppur provava una specie di gioja ; , che que' disgraziati si portanza di coltivare ricredessero, circa Y imi sentimenti benevoli. Mossi T imposta della finestra , come se tornassi allora. Il caporione mi chiamò. Risposi, sperando che avesse voglia di moralizzare a modo mio. M'ingannai. sfuggono ragionamenti i Gli spiriti volgari serii : se una nobile verità traluce loro, sono capaci di applaudirla un istante , ma tosto dopo ritorcono da essa lo sguardo, e non resistono alla libidine d' ostentar senno, ponendo quella scherzando. Mi verità in dubbio e ' chiese poscia, s'io era in prigione per debiti. — No. — Forse accusato falsamente — Sono accusato — Di cose amore — No. di truffa ? Intendo accu- sato , sa. di tutt' altro. d' — D' omicidio « ? ?

LE 44 3IIE — No. — Di carboneria — Appunto. — E che sono — Li conosco — PRIGIONI ? questi carbonari così poco, ? che non saprei dirvelo. Un lera, secondino c'interruppe con gran cole dopo d'aver colmato d'improperii miei vicini , si d'uno sbirro, volse a me ma d'un colla gravità . maestro, e disse i non : — , ergogna signore , con ogni sorta son ladri ? Arrossii — . ! degnarsi di conversare di gente ! Sa ella che costoro e poi arrossii d'aver arrossito, e mi parve, che il degnarsi di conversare con ogni specie d'infelici sia piuttosto bontà che colpa.

CAPO XIV. CAPO 45 XIV. Il mattino seguente andai alla finestra vedere Melchiorre Gioja, più co' ladri. ma non , per conversai Risposi al loro saluto, e dissi che m'era vietato di parlare. Venne l'attuario che m'avea fatto gì' inter- rogatomi, e m'annunciò con mistero una visita parve E quando che m'avrebbe recato piacere. gli disse d' avermi abbastanza preparato Insomma : è suo padre , compiaccia si di seguirmi. Lo seguii abbasso negli uffici di contento e di tenerezza , e , palpitando sforzandomi d'avere un aspetto sereno che tranquillasse il mio povero padre. Allorché avea saputo il mio arresto, egli avea sperato che ciò fosse per sospetti da nulla, e ch'io tosto uscissi. Ma vedendo che la de- tenzione durava, era venuto a sollecitare il Governo Austriaco per la mia liberazione. Misere illusioni dell' amor paterno Ei non ! potea credere, ch'io rio da espormi fossi stato cosi al rigore delle leggi , temerae la stu-

LE MIE PRIGIONI. 46 diala ilarità con che gli parlai lo persuase , ch'io non avea sciagure a temere. Il breve colloquio che m'agitò indicibilmente ; ci conceduto fu tanto più ch'io re- primeva ogni apparenza d'agitazione. difficile fu di più Il non manifestarla quando con, venne separarci. Nelle circostanze in cui era i' Italia , io tenea per fermo che l'Austria avrebbe dato esempii straordinarii di rigore , e eh' io sarei condannato a morte od a molti anni di prigionia. Dissimulare questa credenza ad un stato padre lusingarlo colla dimostrazione di fon- ! date speranze di prossima libertà! non pro- rompere in lagrime abbracciandolo, parlan- madre de' fratelli e delle sorelle, non riveder più mai sulla pregarlo con voce non angosciata, che dogli della , eh' io .pensava terra! venisse ancora a vedermi se poteva mai mi Egli ! Nulla costò tanta violenza. si tornai nel divise consolatissimo da mio carcere col cuore me, ed io straziato. Appena mi vidi solo, sperai di potermi solabbandonandomi al pianto. Questo sollievo mi mancò. Io scoppiava in singhiozzi, e non potea versare una lagrima. La disgrazia di non piangere è una delle più crudeli ne' levare,

CAPO sommi vata dolori , XIV. 4: ed oh quante volte Y ho pro- ! Mi una febbre ardente con fortissimo mal di capo. Non inghiottii un cucehiajo di minestra in tutto il giorno. Fosse questa una prese malattia mortale, diceva io, che abbreviasse i miei martirii ! Stolta e codarda brama Iddio non ed or ne lo ringrazio. ! E ne l'esaudì, lo ringrazio , solo perchè dopo dieci anni di carcere riveduto felice *, la ma mia cara famiglia, anche perchè gono valore non sieno all' uomo stati inutili , i non ho , e posso dirmi patimenti aggiun- e voglio sperare per me. che

LE MIE PRIGIONI. AB CAPO Due giorni appresso aveva dormito bene febbre. , XV. mio padre tornò. la notte, Mi ricomposi a disinvolte e liete niere, e niuno dubitò di ciò che avesse sofferto ma- mio cuore disse il padre, che fra pochi mandato a Torino. Già t'abbiamo apparecchiata grande il e soffrisse ancora. , — Confido, mi giorni sarai Io ed era senza la stanza, ansietà. miei I e t'aspettiamo doveri m'obbligano a ripartire. Procura, d' te go, procura di raggiungermi presto. con impiego ne pre- — La sua tenera e melanconica amorevolezza mi squarciava 1' anima. Il fingere mi pareva comandato da pietà, eppure una specie di rimorso. mio padre cosa più degna di gli avessi detto : — con io fingeva Non sarebbe stato e di me , s' Probabilmente non io ci vedremo più in questo mondo Separiamoci da uomini senza mormorare, senza gemere e ch'io oda pronunciare sul mio capo la pa! , 5 terna benedizione ! — Questo linguaggio mi sarebbe mille volte

CAPO XV. più piaciuto della finzione. Ma io guardava occhi di quel venerando vecchio gli lineamenti , suoi i capelli grigi , sembrava che V infelice potesse aver udire d' E se suoi non mi e , i la forza tai cose. per non volerlo ingannare, io l'avessi veduto abbandonarsi disperazione, forse alla svenire, forse (orribile idea!) essere colpito da morte nelle mie braccia Non potei dirgli tralucere! La mia ? vero, né lasciarglielo il foggiata serenità lo illuse pienamente. Ci dividemmo senza lagrime. Ma ritornato nel carcere/ fui angosciato come l'altra volta, o più vano pure invocai fieramente ancora; ed inil dono del pianto. Rassegnarmi a tutto l'orrore d'una lunga prigionia, rassegnarmi patibolo, era nella al Ma rassegnarmi all'immenso done avrebbero provato padre, madre, lore che mia forza. fratelli e sorelle la mia Mi forza , ah ! questo era quello a cui non bastava. prostrai allora in terra con quale io non aveva mai avuto nunciai questa preghiera — Mio Dio ma , invigorisci si un fervore forte , e pro- : accetto tutto dalla tua mano prodigiosamente cuori a sì i ; cui io era necessario, eh' io cessi d' esser loro 3

LE MIE PRIGIONI, 5o tale ciò non abbia perun giorno e la vita d' alcun di loro , ad abbreviarsi pur Oh d' ! beneficio della preghiera ore colla mente elevata a Dio cia cresceva a Stetti più ! e la , — mia fidu- misura ch'io meditava sulla bontà divina, a misura ch'io meditava sulla grandezza dell' anima umana del suo egoismo che altro volere , e si sforza di , quando esce non aver più volere dell' infinita Sa- il pienza. Sì ciò si può La ragione, che è , ! ciò è la il dovere dell' voce di Dio , la uomo ne dice che bisogna tutto sacrificare virtù. E sarebbe compiuto siamo debitori alla virtù rosi luttassimo contro d'ogni virtù è Quando il il alla sacrificio di cui il se nei casi più dolo- volere di Colui che principio ? patibolo o qualunque altro mar- tirio è inevitabile, il , il ! ragione il temerlo codardamente, non saper muovere ad esso benedicendo il Signore, è segno di miserabile degradazione od ignoranza. Ed è non solamente d'uopo consentire alla propria morte, zione che ne proveranno non peri lice se , i ma non dimandare che Dio che Dio tutti ci sempre esaudita. all'affli- nostri cari. Altro regga ; tal la tem- preghiera è

, CAPO XYI. CAPO XVI. Volsero alcuni giorni desimo stato 5i ed , io era nel me- cioè in una mestizia dolce piena di pace e di pensieri Pareami religiosi. d' aver trionfato d' ogni debolezza e di , non essere più accessibile ad alcuna inquietudine. Folle illusione perfetta costanza terra. U uomo ! , ma non Che mi turbò infelice -, dee tendere vi — La ? giunge mai sulla un amico vista d' mio buon Piero la vista del alla , che passò a pochi palmi di distanza da me galleria, mentr'io era alla finestra. L'aveano tratto del suo covile per condurlo , sulla alle carceri criminali. Egli, e coloro che l'accompagnavano, pas- sarono così presto, che appena ebbi riconoscerlo, a vedere un suo cenno campo a di saluto, ed a restituirglielo. Povero giovane Nel ! fiore dell' età , con un ingegno di splendide speranze con un carat, tere onesto , delicato , amantissimo, fatto per godere gloriosamente della vita , in prigione per cose politiche in , precipitato tempo da

LE MIE PRIGIONI. 52 non poter certamente evitare mini della legge più severi ful- i ! Mi prese tal compassione di lui , tale af- fanno di non poterlo redimere, di non poterlo almeno confortare colla mia presenza mie parole, che nulla valeva a e colle rendermi un poco di calma. Io sapeva quant' egli amasse sua madre, suo fratello, le sue sorelle, cognato nipotini i , ; il agognasse quant' egli contribuire alla loro felicità, quanto, fosse riamato da tutti quei cari oggetti. Io sentiva qual dovesse essere l'afflizione di ciascun loro a tanta disgrazia. per esprimere me. dronì di la E Non di vi sono termini smania che allora questa smania si s' impa- prolungò cotanto, eh' io disperava di più sedarla. Anche questo spavento O afflitti tabile , , era un' illusione. che vi credete preda d'un inelut- orrendo , sempre crescente dolore pazientate alquanto, e vi disingannerete somma durare pace, né somma quaggiù. ! , Né inquietudine possono Conviene persuadersi di questa verità, per non insuperbire nelle ore felici e non avvilirsi in quelle del perturba- mento. A lunga smania apatia. Ma l'apatia successe stanchezza neppure non é ed durevole,

CAPO XVI. e temelti di 53 dover, quindi in poi, alternare senza rifugio, tra questa e V opposto eccesso. Inorridii alla prospettiva di simile avvenire e ricorsi anche questa volta ardentemente alla preghiera. Io dimandai a Dio d' assistere Piero come me, e la sua casa il mio misero come la mia. Solo ripetendo questi voti, potei veramente tranquillarmi.

LE MIE PRIGIONI. 54 CAPO Ma XVII. quando l'animo era quetato, io riflet- teva alle smanie sofferte, e adirandomi della mia debolezza, studiava Giovommi a tal il modo di guarirne. uopo questo espediente. Ogni mia prima occupazione dopo breve omaggio al Creatore era il fare una diligente mattina , , , e coraggiosa rassegna d'ogni possibile evento commuovermi. Su ciascuno fermava e mi vi preparava la fantasia atto a vivamente dalle più care visite nefice , io le esercizio portevole : , , — fino alla visita del car- immaginava tutte. Questo tristo sembrava per alcuni giorni incom, ma volli essere perseverante , ed in breve ne fui contento. Al primo dell'anno (1821) il conte Luigi Porro ottenne di venirmi a vedere. La tenera , e calda amicizia eh' era tra noi avevamo che a. di dirci tante cose, , il bisogno che l'impedimento questa effusione era posto dalla presenza d'un attuario, il troppo breve tempo che fu dato di stare insieme , i menti che mi angosciavano, ci sinistri presenti- lo sforzo che fa-

, CAPO cevamo egli 55 parer tranquilli, tutto io di dovermi mettere una delle più ter- ciò parea tempeste nel cuore. Separato da quel ribili caro amico ma ed XVII. , mi calma sentii in intenerito -, in calma. Tale è l'efficacia del premunirsi contro le emozioni. forti mio impegno Il stante , d' acquistare una calma codi dimi- non movea tanto dal desiderio nuire la mia infelicità , quanto dall' apparirmi brutta, indegna dell'uomo, l'inquietudine. Una mente agitata non ragiona più avvolta : un turbine irresistibile d'idee esagerate si forma una logica sciocca furibonda maligna è in uno stato assolutamente antifilosofra , , : fico, anticristiano. S' io fossi predicatore, insisterei spesso sulla necessità di bandire l'inquietudine può esser cifico buono ad con altro patto. sé e cogli altri : non si Com'era pa- Colui che dobbiamo tutti imitare! Non v'è grandezza d'animo, non v'è giustizia senza idee moderate, senza uno spirito tendente più a sorridere che ad adirarsi degli avvenimenti di questa breve vita. L'ira non ha qualche valore caso rarissimo , che sia , se presumibile non nel d' umi-

LE MIE PRIGIONI. 56 con essa un malvagio e di rilrarlo Ilare dall' iniquità. Forse si danno smanie quelle eh' io conosco, e Ma di natura diversa da meno condannevoli. quella che m'avea fin allora fatto suo schiavo zione : non era una smania , vi si pura di affli- mescolava sempre molto odio, molto prurito di maledire di , dipingermi la società, o questi o quegli individui, conco- più esecrabili. Malattia epidemica nel lori mondo! L'uomo rendo gli altri. Pare che cano all'orecchio noi 5 reputa migliore, abbor- si gridando che : si difra tutti tutti gli sono ciurmaglia brerà che siamo semidei. Curioso fatto, Vi cia tanto! si che il si fremeva ne cerca subito un altro. mostro amici , ?... Oh gioja laceriamolo Così va il sem- vivere arrabbiato piac- menterò oggi ? chi odierò il , » pone una specie d'eroismo. Se l'oggetto contro cui jeri se amici Amiamoci solamente « mondo ! : ! — ? — Di è chi morto, mi la- sarebbe mai quello l'ho trovato. Venite , e senza lacerarlo, posso ben dire che va male.

capo xvnr. fc»^V"V%^WX^.-V«»'*'WV*'%i w»*«* CAPO Non v »•*/>. w*-% XVIII. era molta malignità nel lamentarmi dell' orridezza della stanza, to. Per buona ventura gliore , e 5? «/-v^i mi fece si ove m'aveano pos- restò vota una miY amabile sorpresa di dar, mela. Non tale avrei io dovuto esser contentissimo a tuto — Tant' è non ho poEppure pensare a Maddalena senza rincresci- annuncio ? mento. Che fanciullaggine ; ! affezionarsi sem- pre a qualche cosa, anche con motivi, per verità , non molto cameraccia la , forti ! Uscendo di quella voltai indietro lo sguardo, verso parete alla quale io m' era poggiato, mentre, forse sì sovente ap- un palmo più vi s'appoggiava dal lato opposto la in là peccatrice. Avrei voluto sentire ancora volta que'due patetici versi Chi rende La sua Vano , misera una : meschina alla felicità ? desiderio ! Ecco una separazione di

LE MIE PRIGIONI, più nella mia sciagurata vita. larne lungamente ma sarei un fui , non ipocrita, se , andarmene miei vicini , me : ne confessassi che , salutai due de' poveri la- eh' erano alla finestra. Il ca- , ma porione non v'era, gni voglio par- mesto per più giorni. Neil' dri Non per non far ridere di mi v'accorse, e compa- avvertito dai risalutò anch' egli. mise quindi a canterellare l'aria : alla meschina. Voleva egli hurlarsi di Scommetto che « Sì. : , a quaranlanove risponde- Ebbene ad onta )) — me ? dimanda se facessi questa cinquanta persone rebbero Si Chi rende pluralità di voti, inclino a di tanta credere che il buon ladro intendea di farmi una gentilezza. Io la ricevetti come tale e gliene fui grato e , , gli diedi ancora un' occhiata gendo in il : ed egli spor- braccio fuori de' ferri col berretto mano, faceami ancor cenno, allorch'io voltava per discendere la scala. Quando fui lazione. V'era Mi nel cortile, ebbi il mutolino sotto una consoil portico. mi riconobbe, e volea corrermi incontro. La moglie del custode, chi sa pervide, chè? Mi i l'afferrò pel collare e lo cacciò in casa. spiacque di non poterlo abbracciare, saltetti eh' ei fece per correre a ma me mi com-

CAPO XVIII. mossero deliziosamente. sere amato passi più in là stanza già mia Ahi « : ! di giorno, Melchiorre?» capo il , e dissi gli balzando verso me, — Buon giorno, Silvio! » non mi fu dato di fermarmi un portone, il salii una sca- venni posto in una cameruccia pu- letta, e lita, al di sopra di quella di Gioja. Fatto portar muri. Due grandi avventure. e nella quale ora stava Gioja. , istante. Voltai sotto condini dolce Y es- mossi vicino alla finestra della , passando. Alzò gridò sì ! Era giornata — «Buon È s9 cosa il letto , e lasciato solo dai se- , mio primo affare fu di visitare V erano alcune memorie scritte i quali , con matita, quali con carbone, quali con punta incisiva. Trovai graziose due strofe francesi, che or m' incresce di non avere im- parate a memoria. Erano firmate le due de Normandie. Presi alla lena meglio -, ma l' cantarle a aria della Bravo ! » Ed mente, chiedendomi — No; sono Pellico. adattandovi mia povera Madda- ecco una voce vicinissima che ricanta con altr' aria. gridai « , le Com'ebbe finito, gli mi salutò gentil- egli s'io era Italiano, e Francese. mi chiamo Silvio

, LE MIE PRIGIONI. 6o — L'autore — Appunto. — della E rali Francesca da Rimini? qui un gentile complimento condoglienze sentendo eh' io , e le natu- fossi in car- cere. Mi dimandò di qual parte d' Italia fossi na- tivo. — Di Piemonte, E dissi -, sono Salurzese. — qui nuovo gentile complimento sul ca- rattere e sul!' ingegno de' Piemontesi ticolare menzione e in ispecie di , e par- de' valentuomini Saluzzesi Bodoni. Quelle poche lodi erano fine, come fanno da persona di buona educazione. si — Or mi chiedere — Avete cantata una mia canzoncina. — Quelle due che stanno muro sono — — Voi dunque.... — duca Normandia. — sia lecito , gli dissi , a voi, signore, chi siete. belle strofette sul vostre , Sì , ? signore. siete L'infelice di di

, CAPO XIX. 61 CAPO XIX. Il custode passava sotto le nostre finestre e ci fece tacere. io Quale infelice duca di Normandia? andava ruminando. Non è questo il titolo che da- vasi al figlio di Luigi fanciullo è XVI ? Ma quel povero — Eb- indubitatamente morto. mio vicino sarà uno bene, il che sono provati a farlo rivivere. si de' disgraziati Già parecchi si spacciarono per Luigi XVII e furono riconosciuti impostori gior credenza Sebbene dovrebbe questi ottenere io cercassi di stare in , qual mag- : me invincibile incredulità prevaleva in — ? dubbio , , un ed ognor continuò a prevalere. Nondimeno determinai di non mortificare Y infelice lunque , qua- frottola fosse per raccontarmi. Pochi istanti dappoi , ricominciò a cantare, indi ripigliammo la conversazione. Alla mia dimanda eh' egli era sull' esser suo appunto Luigi XVII, e rispose , si : diede a

LE MIE PRIGIONI. 6<i declamare con forza contro Luigi XVIII suo zio, usurpatore de' suoi diritti. — Ma valere tempo — mi trovava questi diritti , come non li faceste della Ristorazione? al Io allora mortalmente am- malato a Bologna. Appena risanalo, volai a mi presentai Parigi, alle Alte quel eh' era fatto era fatto non lui volle riconoscermi; per opprimermi. Condé m' Il : mia solo Una di Parigi, fui assalito da Dopo sorella s'unì a ma lì, sua armati di sicarii, loro colpi. a' mi fermai scrivendo incessantemente d'Europa, la di sera, perle vie ed a stento mi sottrassi , ma buon principe Norman- aver vagato qualche tempo in dia, tornai in Italia, e Di Potenze, iniquo mio zio accolse a braccia aperte, amicizia nulla poteva. pugnali 1' a Modena. monarchi ai e particolarmente all'imperatore Alessandro, che mi rispondea colla massima gentilezza mente io , non disperava d'ottenere final- giustizia, o se, per politica, voleano sacrificare i miei diritti al trono di Francia, che almeno mi s'assegnasse un decente appannaggio. del ducalo confini gnato Venni al arrestato, di condotto Modena e , governo Austriaco. Or , ai conse- da otto

, CAPO XIX. mesi sono qui sepolto

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