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Sentenza ilva-2007

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Investor Relations

Published on March 17, 2014

Author: isolapulita1

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1 Trib. monocratico Taranto, sent. n° 408 del 20.4.2007 Est. Martino Rosati Impp. Riva Emilio ed altri Tra gli argomenti trattati: art. 437, c.p.; art. 674, c.p., anche in rapporto con le leggi speciali anti- inquinamento; costituzione di parte civile delle associazioni ambientaliste dopo il T.U. n° 152/06. MOTIVI DELLA DECISIONE SOMMARIO Capitolo I – IL PROCESSO 1. – Le fasi principali. 2. – L’istruttoria dibattimentale. 3. – Conclusioni delle parti. 4. – Ordinanze istruttorie e “sul processo”: rinvio. Capitolo II – I FATTI RIGUARDANTI LE COKERIE (capi A, B e C dell’imputazione) 1. – Premessa. 2. – La vicenda storica delle cokerie. 3. – L’omessa predisposizione di cautele contro gli infortuni sul lavoro (capo A dell’imputazione). 4. – segue: L’individuazione dei soggetti responsabili. 5. – Le contravvenzioni di cui al D.P.R. n° 303 del 1956 (capo B). 6. – L’inosservanza dell’ordinanza del Sindaco di Taranto n° 244 del 22 maggio 2001 (capo C). capitolo III – I REATI IN MATERIA DI INQUINAMENTO DA PARTE DELL’“ILVA” (capi D, E e F dell’imputazione). 1. – Premessa. 2. – La contravvenzione di cui all’art. 25, co. 3 e 4, D.P.R. 24 maggio 1988, n° 203 (capo E). 3. – La contravvenzione di cui all’art. 674, cod. pen. (capo D). 4. – Il danneggiamento di arredi urbani ed edifici pubblici (capo F). Capitolo IV – I REATI CONTESTATI AI DIRIGENTI “AGIP” (capi G, H ed I dell’imputazione).

2 1. – La violazione dell’art. 25, D.P.R. n° 203/1988 ed il danneggiamento (capi H ed I). 2. – La contravvenzione prevista dall’art. 674, cod. pen. (capo G) capitolo V – TRATTAMENTO SANZIONATORIO E STATUIZIONI CIVILI. 1. – Le sanzioni penali principali ed accessorie. 2. – Le statuizioni civili. capitolo I – IL PROCESSO 1. – Le fasi principali. Il processo si è svolto nelle forme del rito ordinario. Gli imputati sono stati deferiti all’intestato Tribunale monocratico con decreto emesso dal G.u.p. in sede il 12 maggio 2005. Già in fase di udienza preliminare si era costituita la parte civile “U.I.L. Provinciale” di Taranto, in persona del suo segretario e legale rappresentante pro tempore Francesco Sorrentino. Degli imputati, è comparso in giudizio il solo Elefante; tutti gli altri sono rimasti contumaci. Alla prima udienza, tenutasi il 7 dicembre 2005, si è costituita la parte civile “Legambiente Puglia”, in persona del suo presidente e legale rappresentante pro tempore Francesco Tarantini. Trattandosi di udienza di mero smistamento ad altro ruolo, il giudice ha rinviato facendo salve tutte le facoltà delle parti. All’udienza del 9 gennaio 2006, i difensori degli imputati hanno eccepito la nullità del decreto che ha disposto il giudizio, per violazione dell’art. 429, co. 1, lett. a) e c), co. 2 e co. 4, c.p.p., ed hanno chiesto la esclusione di entrambe le parti civili dal processo, per difetto di legittimazione attiva; la difesa di Emilio Riva ha eccepito altresì la nullità della notifica del medesimo decreto al proprio assistito, perché eseguita in luogo diverso dal domicilio eletto ed a mani di persona diversa dal destinatario. Il giudice, con ordinanza scritta, letta in udienza ed allegata al relativo verbale, ha respinto le eccezioni di nullità ed ha disposto la rinnovazione della predetta notifica all’imputato Emilio Riva, riservandosi di decidere sulle questioni riguardanti parti civili all’esito della compiuta costituzione degli imputati. Alla successiva udienza, tenutasi il 6 marzo 2006, ritualmente instaurato il contraddittorio anche con l’imputato Emilio Riva, il giudice, sciogliendo la precedente riserva, ha respinto la richiesta di esclusione delle parti civili, con ordinanza scritta, letta in udienza ed allegata al verbale. Quindi la difesa degli imputati interessati ha chiesto la sospensione del processo, a norma dell’art. 23, D.L.vo n° 758/1994, in relazione alla contravvenzione contestata al capo B) dell’imputazione. Il giudice ha respinto tale richiesta, con ordinanza trascritta a verbale. Dopo di che, è stato dichiarato aperto il dibattimento e le parti hanno formulato le rispettive richieste istruttorie, ammesse dal giudice, in quanto conformi al disposto dell’art. 190, c.p.p..

3 L’attività istruttoria si è articolata in tredici udienze, a partire da quella dal 13 marzo e sino a quella del 20 novembre 2006, attraverso l’assunzione delle prove orali e documentali meglio indicate nei paragrafi seguenti, portate in giudizio da tutte le parti processuali. Il processo è stato sospeso all’udienza del 10 luglio 2006 ed a quella successiva del 18 settembre 2006, per l’adesione dei difensori ad altrettante astensioni di categoria. In relazione alla stabilita durata di queste, è stata disposta la sospensione del decorso dei termini di prescrizione dei reati – a norma dell’art. 159, co. 1, n° 3, c.p. – per il periodo, rispettivamente, di due mesi ed otto giorni e di 21 giorni. All’udienza del 16 ottobre 2006, il P.M. ha contestato agli imputati Emilio Riva e Capogrosso la recidiva reiterata, specifica ed infraquinquennale. La contestazione è stata inserita a verbale e quest’ultimo, ai sensi dell’art. 520, c.p.p., è stato notificato agli imputati, in quanto contumaci. All’udienza del 20 novembre 2006, è stata dichiarata chiusa l’istruttoria dibattimentale e si è proceduto alla indicazione degli atti utilizzabili ai fini della decisione, a norma dell’art. 511, co. 4, c.p.p.. La discussione ha avuto inizio alla successiva udienza del 18 dicembre 2006, allorchè hanno rassegnato ed illustrato le rispettive conclusioni i rappresentanti del Pubblico Ministero, i difensori delle parti civili e l’avv. Panagia (che ha altresì depositato memoria scritta con allegati) per l’imputato Elefante. All’udienza dell’8 gennaio 2007, hanno discusso gli avv. Raffaelli ed Albanese per gli imputati Capogrosso e Pensa, nonché gli avv. Maggi e Chiatante (con memoria scritta ed allegati) per gli imputati Moroni ed Elefante. A mente del combinato disposto degli artt. 507 e 523, c0. 6, c.p.p., il giudice ha acquisito due precedenti sentenze irrevocabili emesse nei confronti degli imputati Emilio Riva e Capogrosso, ai fini previsti dall’art. 236, c.p.p.. All’udienza del 15 gennaio seguente, ha concluso la discussione l’avv. Mattesi per entrambi i Riva. La difesa della parte civile “U.I.L.” ha depositato memoria scritta. All’odierna udienza, sono state allegate a verbale due memorie scritte depositate nelle more in cancelleria da ciascuno dei difensori delle due parti civili. Hanno replicato gli stessi difensori nonché l’avv. Mattesi. Indi la causa è stata decisa, con dispositivo letto in udienza e motivazione riservata, a norma dell’art. 544, co. 3, c.p.p.. 2. – L’istruttoria dibattimentale. Gli elementi di prova raccolti in dibattimento, su richiesta delle parti ovvero per iniziativa officiosa del giudice, possono sintetizzarsi nei termini che seguono, quasi a guisa di indice, sulla base delle varie udienze in cui sono stati acquisiti, distinguendo tra prove orali e documentali. Va sin d’ora precisato, tuttavia, che eventuali elementi ulteriori, essenzialmente di carattere documentale, qualora rilevanti ai fini della decisione, saranno compiutamente indicati in parte motiva, laddove si tratterà delle circostanze e delle questioni cui gli stessi si riferiscono. 2.1. - Su richiesta del Pubblico Ministero hanno reso testimonianza od esame le seguenti persone, alle udienze e sui temi per ciascuno sommariamente indicati:

4  ud. 13.3.2006: dr.ssa Rossana DI BELLO e dr. Gianni FLORIDO, rispettivamente Sindaco di Taranto e Presidente della Provincia di Taranto, entrambi sulle tematiche generali dell’inquinamento ambientale dell’area tarantina nonché sulle iniziative intraprese e le attività compiute in materia da ciascuno di essi nelle rispettive qualità istituzionali; Aldo PUGLIESE e Francesco SORRENTINO, segretari, rispettivamente, della “U.I.L. Regionale Puglia” e della “U.I.L. Provinciale” di Taranto, sulle medesime tematiche generali e, più specificamente, sui rapporti tra i loro sindacati e le aziende rappresentate dagli imputati nonché sull’attività del sindacato in materia ambientale e di tutela dei lavoratori dai rischi connessi all’insalubrità degli ambienti di lavoro;  ud. 20.3.2006: Luciano MINEO, vice-presidente del Consiglio della Regione Puglia e già vice-presidente della Commissione Ambiente del medesimo Consiglio; Carmine DE GREGORIO, già consigliere comunale di Taranto e vice-presidente della Commissione Ambiente del Comune di Taranto; Walter SCOTTI, già segretario provinciale del partito dei “Verdi”: tutti sulle tematiche generali dell’inquinamento ambientale dell’area tarantina nonché sulle iniziative intraprese e le attività compiute in materia da ciascuno di essi nelle rispettive qualità; Anselmo BRIGANTI, residente nel quartiere cittadino denominato “Tamburi”, sui fenomeni di inquinamento nell’ambito del quartiere;  ud. 27.3.2006: Francesco FERULLI, componente dell’associazione ambientalista denominata “Galesus” ed operante nel quartiere “Tamburi”, sui fenomeni di inquinamento nell’ambito del quartiere medesimo; ing. Michele MIRELLI, già funzionario dirigente della “Direzione ambiente e qualità della vita” del Comune di Taranto, sui rapporti tra quest’ultimo e le aziende operanti nell’area industriale, nonchè sulle iniziative e le attività intraprese da codesto ente territoriale in materia ambientale e, in particolare, sulla campagna di monitoraggio dell’aria dallo stesso eseguita; ing. Guido COLAVINI, già dirigente “Ilva” e consulente del Comune di Taranto per la materia ambientale, sulle medesime circostanze del teste Mirelli; isp. Michele TRIA, funzionario tecnico del “Dipartimento di prevenzione, igiene e sanità pubblica” della A.s.l., sull’attività eseguita al fine di verificare l’ottemperanza o meno, da parte dell’”Ilva”, dell’ordinanza del Sindaco di Taranto del 22.5.2001, di cui al capo C) della rubrica; dr. Alessandro MARESCOTTI, responsabile della rete informativa telematica “Peace link”, sull’attività svolta da tale organismo in merito alle condizioni di lavoro nel reparto cokerie dell’”Ilva”; m.llo Antonio MORCIANO, all’epoca comandante del “N.o.e.” dei Carabinieri di Bari, sulle indagini svolte in ordine alle cariche ricoperte dagli imputati;  ud. 10.4.2006: m.llo Giampiero MASTROMARINO, anch’egli in servizio presso il “N.o.e.” dei Carabinieri di Bari, sulla stessa posizione del suo collega Morciano nonché sulla situazione dei luoghi riscontrata presso il reparto cokerie dell’”Ilva”; Danilo CROCCO, Giuseppe GENTILE, Domenico GUARINO e Paolo GULINO, tutti consiglieri della Circoscrizione comunale “Tamburi” ed abitanti tutt’ora, o comunque in precedenza, in quel quartiere, sui fenomeni di inquinamento avvertiti dai residenti; sull’accordo delle parti ed in luogo delle rispettive testimonianze, sono stati acquisiti i verbali di sommarie informazioni rese agli inquirenti durante le indagini preliminari da Salvatore DI PASQUALE e Gaetano BLE’, anch’essi già consiglieri di quella circoscrizione, sempre sulle medesime circostanze;  ud. 15.5.2006: dr. Roberto GIUA, chimico già in servizio presso lo “Spesal” della locale A.s.l., sulle condizioni strutturali del reparto cokerie dell’”Ilva” e sui risultati di un’indagine relativa a tali impianti, da lui svolta nel 1996; isp. Bruno GIORDANO, in servizio presso la A.s.l., sulle indagini svolte in relazione in merito alle condizioni strutturali del reparto cokerie dell’”Ilva”, con particolare riguardo ai fatti di cui al capo B) dell’imputazione; Andrea LORUSSO, attuale presidente della circoscrizione “Tamburi”, sulle iniziative intraprese in tale sua qualità in materia ambientale;  ud. 22.5.2006: Marco AMATI, Francesco SECONDO, Pietro VENTRUTI, Vito MARINARO, Fedele CRISTOFARO, Gaetano LADIANA, Michele SISTO, Ciro

5 PIERGIANNI, Franco SPATARO, Giuseppe SCIALPI, Giovanni BRAMANTE, Bonaventura D’APRILE e Mario VIPERA: tutti già operai presso il reparto cokerie dell’”Ilva” (tranne l’ultimo, tutt’ora costì occupato), sulle condizioni strutturali e di lavoro; sull’accordo delle parti e ad integrazione delle testimonianze di costoro, sono stati acquisiti anche i verbali delle sommarie informazioni dagli stessi rese agli inquirenti durante le indagini preliminari; ed altrettanto è avvenuto per altri due operai, Pietro SCORRANO e Giorgio FIORE, in luogo delle rispettive testimonianze;  ud. 29.5.2006: dr. Michele CONVERSANO, dirigente del “Dipartimento di prevenzione” della A.s.l. di Taranto; dr. Ermanno CORBO, primario del reparto di pneumologia della A.s.l. TA-1; dr. Onofrio LATTARULO, dirigente dell’ “A.r.p.a.” Puglia: tutti consulenti tecnici nominati dal P.M. nel corso dell’attività di perizia disposta dal G.i.p. con le forme dell’incidente probatorio, sull’attività tecnica da ciascuno svolta;  ud. 12.6.2006: ing. Giovanni CARBOTTI e dr.ssa Maria SPARTERA, sull’attività e sui risultati della perizia collegiale disposta dal G.i.p. durante le indagini con le forme dell’incidente probatorio, in relazione ai fatti di cui ai capi D) – F) dell’imputazione;  ud. 19.6.2006: prof. Lorenzo LIBERTI, prof. Giorgio ASSENNATO, prof. Michele GIUGLIANO, prof. Vincenzo CAPRIO: sull’attività ed i risultati della consulenza tecnica da loro eseguita su incarico del P.M., nelle forme di cui all’art. 360, c.p.p., riguardo alle condizioni strutturali, la gestione e le ricadute sull’ambiente e sulla salute dei lavoratori delle cokerie di cui al capo A) dell’imputazione; ing. Candido MORAMARCO, consulente tecnico nominato dal P.M., per indicare le modalità tecniche più opportune per dare esecuzione al sequestro preventivo disposto dal G.i.p. durante le indagini;  ud. 3.7.2006: dr. Giovanni ZIEMACKI, dr. Giuseppe VIVIANO e prof. Michele QUARTO: ulteriori componenti del collegio peritale nominato dal G.i.p., unitamente ai predetti Carbotti e Spartera. 2.2. – Su richiesta delle difese degli imputati rispettivamente interessate, invece, hanno reso testimonianza od esame le seguenti persone, alle udienze e sui temi per ciascuno sommariamente indicati:  ud. 9.10.2006: dr. Gian Paolo TALPONE, dirigente amministrativo dell’”Ilva s.p.a.”, sulle cariche ricoperte dagli imputati Claudio ed Emilio Riva, Capogrosso e Pensa all’interno dell’organizzazione aziendale, nonchè sui poteri e le competenze loro attribuiti dallo statuto e dagli altri atti normativi interni; prof. Ivo ALLEGRINI e prof. Vito FOA’, consulenti tecnici nominati dalla difesa dei predetti imputati durante la perizia eseguita su incarico del G.i.p.; prof. Pierluigi GIACOMELLO ed ing. Lucia FRASCAROLI, consulenti tecnici della difesa degli imputati Moroni ed Elefante, a confutazione delle circostanze e delle valutazioni di ordine tecnico evidenziate dai periti del G.i.p. e sottese alle imputazioni a costoro elevate;  ud. 16.10.2006: dr.ssa Vittoria ROMEO ed ing. Gaetano DI TURSI, rispettivamente responsabile dei rapporti istituzionali per l’”Ilva s.p.a.” e funzionario tecnico della stessa addetto alle tematiche ambientali, sulle politiche e gli investimenti adottati dall’azienda nel settore ambientale; prof. Domenico LA FORGIA, ulteriore consulente tecnico della difesa dei Riva, sulle modalità operative delle cokerie e sugli investimenti nel tempo compiuti dall’”Ilva” su tali impianti; prof. Filippo CASSANO, ulteriore consulente tecnico della difesa di Moroni ed Elefante, sulle medesime circostanze degli altri suoi colleghi. 2.3. - Le principali prove documentali offerte al giudicante, invece, possono indicarsi nei termini di cui appresso, anche in questo caso facendo riferimento alle udienze nelle quali sono state prodotte o, comunque, ai verbali delle udienze in cui sono state inserite.

6 Ai sensi dell’art. 431, c.p.p., risultavano raccolti nel fascicolo del dibattimento, sin dalla sua formazione operata dal G.i.p., i seguenti documenti:  relazione di perizia eseguita su incarico del G.i.p. in sede di incidente probatorio (ing. Carbotti ed altri); verbali di prelievo dei campioni esaminati dai periti; verbali delle udienze tenutesi dinanzi al G.i.p. ed atti a queste relativi;  relazione dei consulenti tecnici della difesa degli imputati Riva, Capogrosso e Pensa, con i relativi allegati;  relazione di consulenza tecnica, svolta ex art. 360, c.p.p., su incarico del P.M. (prof. Liberti ed altri), riguardo alle cokerie, con relativi allegati;  relazione di consulenza tecnica per conto del P.M. (prof. Meschinelli e ing. Moramarco), sulle modalità di spegnimento delle cokerie oggetto di sequestro;  decreto di sequestro preventivo delle batterie 3-6 della cokeria “Ilva”, emesso dal G.i.p.-sede il 10 settembre 2001, con relativa richiesta del P.M. ed atti vari e consequenziali, tra cui il successivo decreto di dissequestro, adottato dal P.M. il 16 dicembre 2002;  protocollo di intesa tra “ILVA s.p.a.” ed enti territoriali del 22 maggio 2002;  informativa inviata in data 12.7.2003 dallo “Spesal” della A.s.l. di Taranto alla locale Procura della Repubblica, firma degli ispp. De Pasquale e Giordano, sull’attività da quell’ufficio svolta presso il reparto cokerie dell’”Ilva”, con gli atti ed i documenti acquisiti nel corso della stessa o comunque a questa relativi. I più significativi documenti acquisiti nel corso del dibattimento, invece, possono così elencarsi:  ud. 6.3.2006: ordini di servizio del presidente dell’”Agip” nn. 816/1996, 1027/1999 e 1086/2000, relativi agli incarichi aziendali degli imputati Moroni ed Elefante;  ud. 13.3.2006: ordinanze del Sindaco di Taranto nn. 36 e 64 del 2001, relative al fermo delle batterie 3-6 della cokeria “Ilva”; nota di risposta dell’”Ilva” del 16.2.2001; nota datata 8.11.2000 ed inviata alla Regione Puglia ed al Sindaco di Taranto dal dirigente del P.m.p. della A.s.l. TA-1; atti di intesa tra “ILVA s.p.a.”, enti territoriali ed organizzazioni sindacali stipulati in data 8.1.2003, 27.2.2004 e 15.12.2004, con relative note di sintesi su impegni e stato di esecuzione; D.P.R. 23.4.1998, n° 196, di “Approvazione del piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto”; bollettini epidemiologici redatti dalla A.s.l. di Taranto relativamente agli anni 1996 e 1998;  ud. 27.3.2006: nota a firma dell’ing. Colavini, datata maggio 2001, contenente stima della produzione di coke da parte dello stabilimento “Ilva” di Taranto; ordinanze di immediata sospensione dell’esercizio delle batterie 3-6 del reparto cokeria dell’”Ilva”, emesse dal Sindaco di Taranto il 22.5.2001 (n° 244) e l’11.6.2001 (n° 291); ricorsi presentati dall’”ILVA s.p.a.” al T.A.R. della Puglia – Sez. di Lecce, avverso le predette ordinanze del Sindaco; “Rapporti sugli effetti delle contromisure adottate da Ilva per il contenimento delle emissioni ed il miglioramento del livello di pulizia degli impianti”, elaborati nel 2001 dal “Comitato tecnico misto” istituito dall’amministrazione comunale di Taranto con specifico riferimento alle cokerie dell’”Ilva”, con relative schede di rilevazione e documentazione di riferimento; prospetti riassuntivi ed atti relativi alla rete di monitoraggio dell’inquinamento atmosferico allestita dal Comune di Taranto; delibera della Giunta municipale di Taranto n° 862 del 27.12.2004, di revoca di quelle precedenti con le quali il medesimo organo aveva disposto che il Comune si costituisse parte civile in vari processi penali in corso contro organi e funzionari dell’”Ilva”;  ud. 10.4.2006: relazione di servizio del 7.2.2001 del “N.o.e.” – Carabinieri di Bari su controlli eseguiti presso la raffineria “Agip” di Taranto; comunicazione di notizia di reato del “N.o.e.” – Carabinieri di Bari del 21.2.2001, relativa ad accertamenti eseguiti presso lo stabilimento “Ilva” di Taranto, con allegati rilievi fotografici; verbali del “N.o.e.” –

7 Carabinieri di Bari, relativi all’attività di assistenza ai campionamenti personali eseguiti, nei giorni 15 e 16 maggio 2002, sugli operai addetti alle batterie nn. 3 e 4 del reparto cokeria dell’”Ilva”, nel corso della consulenza tecnica eseguita dal collegio del prof. Liberti;  ud. 15.5.2006: verbale dell’ispezione eseguita il 13.6.2001 dai funzionari tecnici dello “Spesal” della A.s.l. Giordano e De Pasquale presso il reparto cokeria dello stabilimento “Ilva” di Taranto, con le relative prescrizioni ex art. 20, D.L.vo n° 758/1994; relazione tecnica redatta dal dr. Giua il 7.8.1996, sulle condizioni delle cokerie “Ilva”;  ud. 29.5.2006: relazione dei consulenti tecnici del P.M. Conversano, Corbo, Lattarulo e Di Francesco, con allegata documentazione di riferimento, acquisita ex art. 501, co. 2, c.p.p.; prospetto riepilogativo dei risultati dell’indagine statistica condotta dal “Dipartimento di prevenzione” della A.s.l. di Taranto, sulla mortalità per neoplasie nell’area jonica, nel periodo 1998 – 2002;  ud. 19.6.2006: nota dell’”ILVA s.p.a.” del 31.7.2001, con allegato prospetto dei principali interventi per il miglioramento della cokeria dello stabilimento di Taranto, effettuati nel periodo 1995 – 2001; estratto di una pubblicazione dell’“A.I.D.I.I” (Associazione italiana degli igienisti industriali), contenente la definizione dei “valori limite di soglia” di esposizione ad agenti inquinanti negli ambienti di lavoro; estratto della direttiva della Commissione Europea, contenente le indicazioni delle cc.dd. “b.a.t.” (best available techniques) nel settore della produzione siderurgica, alla data del dicembre 2001;  ud. 9.10.2006: statuto dell’”ILVA s.p.a.” del 3.7.2000; verbali dei consigli di amministrazione dell’”ILVA s.p.a.” del 18.10.1999 e del 24.7.2000, contenenti una specificazione dei poteri e delle competenze spettanti ai vari organi amministrativi della società; convenzione tra “ILVA LAMINATI PIANI s.p.a” e l’imputato Capogrosso del 15.11.1996, avente per oggetto il conferimento a quest’ultimo della funzione di direttore dello stabilimento di Taranto, con indicazione dei relativi poteri e doveri; relazioni dei consulenti tecnici delle difese degli imputati, acquisite ex art. 501, co. 2, c.p.p.;  ud. 16.10.2006: certificazioni di qualità rilasciate ad “Ilva” e “Agip”; referti dei campionamenti eseguiti dall’”A.r.p.a.” Puglia sulle emissioni da parte dei camini della raffineria “Agip” di Taranto, relativamente agli anni 2002 – 2005; carteggio intercorso tra il dirigente del “Presidio multizonale di prevenzione” della A.s.l. di Taranto e la direzione dell”Ilva”, negli anni 1997 – 2001, con gli atti pubblici e la relativa documentazione di riferimento, riguardanti in particolare la questione delle ricadute ambientali dell’esercizio della cokeria “Ilva”;  ud. 20.11.2006:atto di intesa del 23.10.2006 tra “ILVA s.p.a”, enti territoriali, organizzazioni sindacali, prefetto ed organi tecnici territoriali; delibere ed atti relativi ai lavori di ripulitura e ripristino del cimitero cittadino e di un campo sportivo, entrambi situati nel quartiere denominato “Tamburi”; documento di valutazione dei rischi, ex art. 4, D.L.vo n° 626/1994, redatto dall’”ILVA s.p.a” in relazione agli impianti di cokeria dello stabilimento di Taranto;  ud. 8.1.2007: sentenze della Corte di Cassazione, sez. III pen., n° 1653 del 28.9.2005, e sez. VI pen., n° 376 del 2006, nei confronti degli imputati Emilio Riva e Capogrosso; nota del presidente dell’”AGIP Petroli s.p.a.” del 22.12.1997, diretta all’imputato Elefante contenente la specificazione dei poteri connessi alla funzione di direttore della raffineria di Taranto; nota dell’Assessorato ambiente della Regione Puglia del 17.1.1996, sulle emissioni in atmosfera rilevate presso la raffineria “Agip” di Taranto;  ud. 12.2.2007: certificati del casellario giudiziale degli imputati. 3. – Conclusioni delle parti. Le conclusioni rassegnate ed illustrate dalle parti in sede di discussione finale possono sintetizzarsi nei termini che seguono, comunque rinviandosi a quanto trascritto nei relativi verbali d’udienza.

8 s Pubblico ministero: – condanna degli imputati Emilio Riva, Capogrosso e Pensa per tutti i reati loro ascritti, unificati per continuazione, alle seguenti pene: i primi due, 3 anni e 6 mesi di reclusione per ciascuno; il terzo, 3 anni e 2 mesi di reclusione; - per Claudio Riva: assoluzione dal reato di cui al capo F) della rubrica, per non aver commesso il fatto; non doversi procedere per i reati di cui ai capi D) ed E), perché estinti per intervenuta prescrizione; - condanna degli imputati Moroni ed Elefante per i reati di cui ai capi G) ed H), alla pena di 4 mesi di arresto per ciascuno; assoluzione di entrambi dal reato di cui al capo I), perché il fatto non costituisce o per non aver commesso il fatto. s Parte civile legale rappresentante “U.I.L. provinciale”: condanna di tutti gli imputati alla pena di giustizia per tutti i reati loro rispettivamente ascritti, nonchè al risarcimento dei danni nella misura di € 500.000,00, oltre accessori di legge, ed alla rifusione delle spese di costituzione e difesa, con clausola di provvisoria esecuzione per € 250.000,00 e subordinando l’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento di tale provvisionale. s Parte civile legale rappresentante “LEGAMBIENTE Puglia”: condanna di tutti gli imputati alla pena di giustizia per tutti i reati loro rispettivamente ascritti, nonchè al risarcimento dei danni nella misura di € 2.000.000,00, oltre accessori di legge, in favore di essa parte civile o della Provincia e del Comune di Taranto (ex art. 9, D.L.vo n° 267/2000), ed alla rifusione delle spese di costituzione e difesa, con clausola di provvisoria esecuzione per € 250.000,00 e subordinando l’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento di tale provvisionale. s Difesa imputati Emilio Riva e Claudio Riva: assoluzione di entrambi da tutti i reati contestati perché i fatti non sussistono ovvero, per il capo A), perché il fatto non costituisce reato; in subordine, non doversi procedere per il reato di cui al capo B), perché estinto ex art. 24, D.L.vo n° 758/1994; per quelli di cui ai capi C) ed E), perché estinti per prescrizione; per quello di cui al capo F), per difetto di querela, previa riqualificazione del fatto nel reato p. e p. dall’art. 639, c.p.; in via ulteriormente gradata, condanna al minimo della pena, riconoscimento di attenuanti generiche e dei benefici di legge; rigetto delle domande risarcitorie delle parti civili. s Difesa imputato Capogrosso: assoluzione da tutti i reati contestati perché i fatti non sussistono ovvero, per il capo A), perché il fatto non costituisce reato; in subordine, non doversi procedere per il reato di cui al capo B), perché estinto ex art. 24, D.L.vo n° 758/1994; per quelli di cui ai capi C) ed E), perché estinti per prescrizione; per quello di cui al capo F), per difetto di querela, previa riqualificazione del fatto nel reato p. e p. dall’art. 639, c.p.; in via ulteriormente gradata, condanna al minimo della pena, riconoscimento di attenuanti generiche e dei benefici di legge; rigetto delle domande risarcitorie delle parti civili. s Difesa imputato Pensa: assoluzione da tutti i reati contestati perché i fatti non sussistono ovvero, per il capo A), perché il fatto non costituisce reato; in subordine, non doversi procedere per il reato di cui al capo B), perché estinto ex art. 24, D.L.vo n° 758/1994; per quelli di cui ai capi C) ed E), perché estinti per prescrizione; per quello di cui al capo F), per difetto di querela, previa riqualificazione del fatto nel reato p. e p. dall’art. 639, c.p. (avv. Raffaelli); in via ulteriormente gradata, condanna al minimo della pena, riconoscimento di attenuanti generiche e dei benefici di legge; rigetto delle domande risarcitorie delle parti civili (avv. Albanese). s Difesa imputato Moroni: assoluzione da tutti i reati contestati, per non aver commesso il fatto; in subordine, non doversi procedere per i reati di cui ai capi G) ed H), per intervenuta prescrizione.

9 s Difesa imputato Elefante: assoluzione da tutti i reati contestati, per non aver commesso il fatto; in subordine, non doversi procedere per i reati di cui ai capi G) ed H), per intervenuta prescrizione. 4. – Ordinanze istruttorie e “sul processo”: rinvio. Tutte le ordinanze concernenti sia l’attività istruttoria che le altre questioni prodromiche alla definizione del merito (quali, ad esempio, quelle preliminari ai sensi dell’art. 491, c.p.p.), emesse durante il dibattimento emesse dal giudice e pubblicate mediante lettura in udienza, ovvero senza l’osservanza di particolari formalità, debbono quivi aversi per richiamate, trascritte e confermate nella loro interezza. Evidenti ed imprescindibili ragioni di sintesi impongono, infatti, di riservare eventuali chiarimenti ed integrazioni ai soli temi controversi che, quantunque in quelle trattati, siano stati tuttavia riproposti dalle parti nel corso della discussione finale, potendo gli altri reputarsi superati. Su codeste questioni, dunque, si ritornerà all’occorrenza più avanti in parte motiva, ove le stesse verranno in rilievo ai fini della prova dei fatti oggetto di giudizio. ² ² ² ² capitolo II – I FATTI RIGUARDANTI LE COKERIE (capi A, B e C dell’imputazione) 1. – Premessa. Prima di affrontare il merito delle questioni devolute alla cognizione dell’odierno giudicante, appare opportuna – ancorchè ovvia, quanto meno agli occhi di un tecnico del diritto – una precisazione; la quale è di metodo ma anche, e soprattutto, di contenuti, ed attiene in generale ai temi oggetto del presente processo e non solo alle vicende che saranno specificamente trattate in questo capitolo. Non sfugge certamente al giudice che i fatti di cui si discorre abbiano una dimensione e delle ricadute di carattere sociale ed economico che esondano dall’àmbito strettamente giudiziario. Più che le cronache di stampa, dove la presente vicenda giudiziaria è stata comunemente evocata come “il processo alla grande industria”, lo attestano – tanto per ricordare soltanto alcune delle circostanze più evidenti – la lunga teoria di esponenti delle istituzioni politico-amministrative territoriali sfilati in dibattimento come testimoni; i numerosissimi atti di intesa stipulati nel corso degli anni tra la dirigenza “Ilva” e le massime autorità politiche ed amministrative locali; l’avvenuta costituzione di parte civile di importanti organizzazioni sindacali ed ambientaliste, nelle loro articolazioni territoriali; i reiterati riferimenti di tutte le parti a quegli aspetti nel corso delle rispettive discussioni. E, del resto, non potrebbe essere diversamente in un territorio ed in una comunità in cui coesistono il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, che occupa circa 12.000 dipendenti, ed uno dei più alti tassi di disoccupazione dell’intero territorio nazionale (tal ultimo dato, tristemente notorio e costantemente confermato dalle varie indagini statistiche nella materia, non versate in atti ma ovunque consultabili, risulta acquisito al dibattimento attraverso il D.P.R. del 23.4.1998: vds. pag. 169, ult. capoverso).

10 Ma l’ormai diffusa tendenza ad affidare esclusivamente al giudice penale la risposta statuale ai fenomeni di illegalità, e quindi a gravare la sentenza penale di contenuti, funzioni e – dal lato della communitas civium – di aspettative che non le sono propri, non può e non deve essere condivisa. Il giudice penale non ha il compito, né i mezzi e le capacità, di disciplinare situazioni di conflitto sociale o di preoccuparsi di assetti economici; esso è chiamato soltanto – e, se si vuole, più modestamente – a verificare se un dato comportamento di singoli individui sia sussumibile in un’astratta fattispecie di reato. De rebus publicis – potrebbe dirsi, parafrasando un noto brocardo – non curat praetor. Peraltro, nel caso specifico, quand’anche lo volesse, ad impedirglielo vi sarebbe il tempo, il vero nemico di questo processo, come di tutti quelli nei quali vengano in rilievo questioni ed indagini tecniche estremamente complesse. Nonostante, infatti, le cadenze serratissime con le quali esso è stato celebrato, rese possibili anche dalla collaborazione di tutte le parti processuali, comprese le difese degli imputati, che mai hanno posto in essere quelle manovre dilatorie che pur il nostro tortuoso ordinamento processuale rende possibili, incombe su tale processo, o comunque su diversi reati che ne sono oggetto, la ghigliottina della prescrizione. La presente motivazione, pertanto, si soffermerà esclusivamente sugli elementi essenziali ai fini della decisione sulle imputazioni, trascurando tutti gli aspetti che, pur emersi dalle diverse indagini tecniche e dalla massa imponente di documenti versati in atti, e pur rilevanti ai fini della comprensione della più ampia questione ambientale dell’area jonica, non riguardino strettamente il thema decidendum. 2. – La vicenda storica delle cokerie. Coerentemente con l’appena detta premessa, ai fini della decisione sulle imputazioni di cui si va a trattare, non è necessario ripercorrere tutte le fasi dell’intera e risalente questione relativa alle emissioni inquinanti derivanti dalle batterie del reparto cokeria dello stabilimento “Ilva”. Tuttavia, al fine di contestualizzare codeste imputazioni e di apprezzarne più compiutamente la rilevanza, appare comunque utile rammentare almeno i momenti essenziali di tale vicenda. I quali – va subito detto – sono per lo più riconducibili ad atti e documenti emessi da enti ed uffici pubblici, o comunque a determinazioni consacrate in documenti formali, tutti acquisiti al fascicolo del dibattimento: talchè si tratta di circostanze non controverse tra le parti, se non altro nella loro dimensione storica. Ancor prima, peraltro, ai fini di una migliore comprensione delle relative questioni, non paiono superflue alcune nozioni tecniche di base, relative alla struttura ed al funzionamento di siffatti impianti, che sono state offerte dai consulenti delle parti al giudice attraverso i loro elaborati scritti ed i loro esami dibattimentali. 2.1. - Il coke è il residuo secco derivante dalla distillazione a secco ed in assenza di aria di una miscela di carboni fossili; esso è il combustibile necessario per far funzionare gli altoforni. Le cokerie, all’interno delle quali avviene tale distillazione, altro non sono se non dei forni; ovvero, rectius, delle batterie di forni, le quali operano a coppie, poiché condividono alcuni apparati comuni. I vari forni che compongono ciascuna batteria sono delle celle lunghe e strette, chiuse all’estremità da porte metalliche a tenuta ermetica. Completano l’impianto i seguenti macchinari: 1) la torre di carica, ove si accumula il carbone macinato da distillare; 2) la macchina caricatrice, che è

11 rifornita dalle tramogge della torre di carica e, traslando al di sopra delle celle, svuota al loro interno il carbone; 3) la sfornatrice ed il carro di spegnimento, situati sul fronte opposto delle celle, i quali raccolgono il prodotto della distillazione (il cosidetto “salmone”); 4) le torri di spegnimento, ove tale prodotto viene raffreddato; 5) la rampa, da cui il coke così ottenuto viene condotto agli altoforni. Trattandosi di impianti che operano a temperature di esercizio elevatissime (intorno, ossia, ai 1.200°C) ed a ciclo continuo, si coglie agevolmente come essi siano particolarmente esposti ai rischi connessi alla dilatazione termica delle strutture, con possibilità di formazioni di crepe nelle parti costruite in materiale refrattario o di imperfette congiunzioni a livello delle porte, e dunque con conseguente pericolo di fuoruscita di fiamme, fumi e gas di lavorazione altamente nocivi. E’ altresì comprensibile, anche da parte di chi non possieda specifiche cognizioni tecniche, che dei forni in perfetto stato di conservazione consentano di sviluppare temperature più elevate e, conseguentemente, di diminuire i tempi di distillazione nonchè di aumentare la produttività dell’impianto. Invece, quanto più quest’ultimo versi in condizioni strutturali deficitarie, tanto più risulta necessario aumentare i tempi – per così dire – di cottura, al fine di evitare le emissioni di polveri e gas venefici prodotte dal coke c.d. “crudo” o “verde”. Il prezzo di tale rallentamento dei tempi di esercizio dell’impianto, ovviamente, è rappresentato da un decremento della produttività. Al fine, poi, di assicurare standards di produttività soddisfacenti e di garantire le minori sollecitazioni possibili a carico delle strutture, risulta indispensabile che il ritmo di sfornamento sia quanto più regolare e costante: ogni fermata, dunque, incide negativamente su quei profili. Infine, per quel che attiene agli aspetti tecnici di tal genere di impianti, va evidenziato che essi abbisognano, dopo non più di 20 – 25 anni di funzionamento, di interventi di completo risanamento strutturale (cosiddetto “revamping”) nonchè, a cadenze più ravvicinate, nell’ordine dei 10-15 anni, di opere di manutenzione straordinaria (nella pratica operativa denominate “refreshing”). 2.2. - All’interno dello stabilimento “Ilva” di Taranto, negli anni che qui interessano, ovvero sino al 2002, erano attive dieci batterie di forni, suddivise in cinque coppie, contraddistinte con numerazione progressiva: 3-4, 5-6, 7-8, 9-10, 11-12. Le coppie di batterie nn. 3-4 e 5-6, quelle, ossia, che rilevano ai fini del giudizio, rappresentano due unità produttive distinte ma identiche, avviate, rispettivamente, negli anni 1964 e 1970; ognuna di esse è composta da 90 forni, ciascuno dei quali è alto 5 mt., lungo 15 mt. e largo 45 cm.. Le batterie nn. 5-6 hanno subìto un refreshing completo verso la fine degli anni ’80, dopo circa diciotto anni di funzionamento; altrettanto non è avvenuto per quelle nn. 3-4, che quindi, dal momento della loro implementazione, sono state oggetto soltanto di opere di manutenzione ordinaria e di interventi additivi isolati (installazione di cuffie para-fiamma, di sistemi di apertura dello sportello della macchina sfornatrice, di cappellotti a tenuta idraulica, di nuovi pulisci-telai sulla macchina sfornatrice, di una grata di depolverazione nella torre di spegnimento: un elenco completo degli interventi, redatto dai responsabili dell’azienda, è allegato – come s’è detto – al verbale dell’udienza del 19 giugno 2006). Va precisato che queste notizie, come pure quelle riguardanti la caratteristiche tecniche di tali impianti, sono state tratte dalla relazione di consulenza tecnica redatta dal collegio guidato dal prof. Liberti e da quella dell’ing. Moramarco, oltre che dai rispettivi esami dibattimentali. Peraltro, su tali punti non v’è stata alcuna obiezione da parte delle difese avversarie e dei loro consulenti, così che gli stessi possono ritenersi tranquillamente comprovati.

12 2.3. - Il gruppo industriale guidato da Emilio Riva acquistava le acciaierie “Ilva”, sino ad allora in mano pubblica, nel maggio del 1995. Tra le priorità stabilite nell’atto di acquisizione v’erano gli interventi da eseguirsi sulle batterie del reparto cokeria, già all’epoca piuttosto obsolete ed usurate (vds. test. dr.ssa Romeo, pagg. 3, 11). Già nell’agosto del 1996, in una sua relazione tecnica predisposta nella sua qualità di funzionario del “Dipartimento di prevenzione” della A.s.l. TA/1, il dott. Giua evidenziava la rilevante presenza, all’interno del reparto cokeria, di idrocarburi policiclici aromatici (d’ora in poi “i.p.a.”), sostanze cancerogene derivanti dai processi di distillazione del carbon fossile, alla cui azione erano particolarmente esposti coloro che ivi prestavano la loro attività lavorativa, calcolati in numero di 629, tra dipendenti dell’”Ilva” e delle società appaltatrici. E, pur dando atto di alcuni miglioramenti introdotti nel tempo dall’azienda, il dott. Giua rappresentava l’obsolescenza dei tali impianti ed il carattere ancora manuale di molte operazioni previste dal ciclo operativo. Significava, infine, come, nonostante l’espressa previsione in tal senso contenuta nel D.P.R. n° 203 del 1991, le batterie di forni a coke fossero per lo più sprovviste di dispositivi di aspirazione dei fumi all’origine (presenti, più precisamente, solo su quelle nn. 7, 8 e 11). Il 30 giugno 1997 interveniva il primo atto di intesa tra l’azienda – all’epoca “ILVA LAMINATI PIANI s.p.a.”, in persona dell’imputato Emilio Riva, allora presidente ed amministratore delegato della società – e la Regione Puglia. In quell’atto, si concordava anzitutto “circa l’urgente necessità e l’indispensabilità di procedere in tempi congrui alla riduzione delle emissioni in atmosfera derivanti dal centro siderurgico di Taranto, tramite l’utilizzazione di tecnologie che consentano di contenere le stesse, nel medio periodo, a valori significativamente inferiori a quelli previsti dalla attuale normativa”. Si dava atto, quindi, del fatto che l’”Ilva” avesse individuato, tra i “campi di intervento in via prioritaria”, quello della “riduzione delle emissioni diffuse della cokeria”; e si conveniva, pertanto, che l’azienda dovesse intervenire “con l’utilizzo delle migliori tecnologie per la riduzione delle emissioni in atmosfera”, mediante, tra gli altri, dei “sistemi per la limitazione delle emissioni derivanti dal processo di distillazione del carbon fossile in cokeria” (una copia di tale atto si può rinvenire nel carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l. e l’”Ilva”, prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006). In tale convenzione si dava atto, peraltro, dell’indagine già allora in corso da parte dell’”E.n.e.a.” su commissione del Ministero dell’Ambiente. Gli esiti di codesta indagine verranno poi trasfusi, costituendone l’impalcatura tecnico-scientifica, nel D.P.R. del 23 aprile 1998: con il quale, richiamando le delibere del Consiglio dei Ministri del 30 novembre 1990 e dell’11 luglio 1997, che avevano dichiarato e confermato il territorio della provincia di Taranto quale “area ad elevato rischio ambientale”, veniva approvato il “Piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto”. E, anche in tale D.P.R., tra i molti interventi previsti a carico degli enti pubblici e dei vari soggetti economici operanti nell’area, una parte non secondaria riguardava quelli relativi alla cokeria “Ilva” (vds. Tabella 2, schede 1/a – 7/a, pag. 194). Le ricadute ambientali di tali impianti, però, non registravano sensibili miglioramenti; e, tra continui botta e risposta tra “P.m.p.” della A.s.l. e dirigenza “Ilva” (dei quali v’è ampissima documentazione nel carteggio dianzi citato), si giungeva al 18 novembre 2000. In questa data, con nota n° 753/00 prot., il dirigente coordinatore del “P.m.p.”, dott. Nicola Virtù, scriveva al competente Assessore regionale ed al Sindaco di Taranto, evidenziando che “frequenti e ricorrenti sono le segnalazioni, da parte di questo Servizio nei confronti della ILVA s.p.a., in merito ad emissioni diffuse e/o convogliate visibilmente eccedentarie dall’impianto produzione coke (cokeria), relativamente… in particolare alla fase di distillazione del fossile ed alle fasi di

13 sfornamento e spegnimento del coke”. E, dopo aver dato atto delle puntuali giustificazioni ogni volta fornite dall’azienda, come pure del completamento, da parte di questa, degli interventi migliorativi previsti dal piano di risanamento, il dott. Virtù proseguiva: “… non può non evidenziarsi la non transitorietà di tali situazioni, che incidono significativamente sul carico inquinante emesso dall’area cokeria, con ovvi riflessi sulla sostenibilità ambientale dell’area cittadina circostante.” Ed ancora: “… non può sottacersi il permanere di situazioni operative deficitarie, da ricollegarsi sostanzialmente a carenze strutturali legate alla vetustà dei forni delle batterie 3/6 nonché alla mancanza di un impianto di aspirazione e depolverazione delle emissioni diffuse nella fase di sfornamento coke.” Quindi, dopo aver significato come il più basso regime di funzionamento delle batterie nn. 3-6 fosse compensato con un’elevazione di quello delle restanti batterie, con l’effetto di determinare “emissioni eccedentarie dai relativi camini per presenza di incombusti”, il coordinatore del “P.m.p.” concludeva: “… non può prescindersi o da una riduzione della produzione di coke con il fermo delle batterie 3/6 o, in alternativa, dalla sostituzione delle stesse con nuove batterie, con un conseguente riequilibrio dei ritmi di cokefazione,… e dalla installazione dell’annesso sistema di depolverazione allo sfornamento…”. Ed anch’egli, infine, non mancava di rammentare che “… le emissioni di che trattasi attengono ad inquinanti, oltre i primari convenzionali, con notevole valenza igienico-sanitaria tipo idrocarburi policiclici aromatici, benzene, particolato PM10, PM2,5.” Alla luce di tale nota, il 6 febbraio del 2001 il Sindaco di Taranto, dr.ssa Di Bello, emetteva l’ordinanza n° 36, con la quale ingiungeva al direttore di stabilimento, ing. Capogrosso: 1) di mettere in atto gli interventi necessari ad eliminare le carenze strutturali della batterie nn. 3-6, relative, in particolare, alla mancanza di un impianto di aspirazione e depolverazione delle emissioni diffuse in fase di sfornamento, oltre che a vari cedimenti strutturali; 2) di fermare l’esercizio di tali batterie ovvero di sostituirle con altre nuove. Il 16 febbraio seguente, il direttore Capogrosso, rammentando quanto stabilito in un incontro tenutosi il 14 febbraio presso la sede municipale tra le rappresentanze dell’azienda e della municipalità, rispondeva per iscritto al Sindaco, comunicando la disponibilità dell’azienda, nell’immediato, a proseguire l’esercizio di tali batterie nel rigoroso rispetto delle pratiche operative di manutenzione e pulizia convenute con l’amministrazione municipale; nonché “a perseguire la ricostruzione delle attuali secondo i più avanzati criteri tecnologici”. Di conseguenza, il 19 di febbraio, il Sindaco emetteva un’altra ordinanza, la n° 64, con la quale ordinava al direttore tecnico dell’“Ilva” di tenere le anzidette condotte, nonché di presentare il programma definitivo e dettagliato di ricostruzione di codeste batterie entro i successivi 90 giorni. Peraltro, l’amministrazione comunale, proprio al fine di verificare l’ottemperanza a tali deliberati, istituiva un “Comitato tecnico misto”, costituito da funzionari di vertice della A.u.s.l. TA/1, dottori Conversano, Scarnera e Virtù, nonché dagli ingegneri Mirelli e Colavini, nelle qualità più sopra indicate. I vari rapporti di tale comitato, però, non solo non rilevavano un miglioramento dei dodici parametri tecnico-impiantistici individuati come riferimento, ma anzi stimavano un netto peggioramento complessivo degli stessi, già in partenza ritenuti tutti al di sotto dell’indice di performance di semplice accettabilità. Nel verbale del 21 maggio 2001, in particolare, i membri del comitato segnalavano, tra l’altro: la possibilità di adottare “ulteriori misure per contenere e ridurre le emissioni di fumi e/o gas densi generati durante sia le fasi di carica e sfornamento, sia dall’area bariletti”; la necessità di adottare “parametri di marcia meno spinti”, che “possono contenere in

14 modo significativo le emissioni diffuse”; l’inottemperanza all’obbligo di “rigoroso rispetto delle pratiche operative di manutenzione e pulizia”, cui l’”Ilva” si era impegnata; la vaghezza del programma di ricostruzione delle batterie in questione, presentato dall’azienda nell’aprile precedente. Preso atto di ciò, nonché dell’inutilità di una diffida spedita all’”Ilva” il 23 aprile precedente, il Sindaco emetteva il 22 maggio 2001 l’ordinanza n° 244, con la quale ingiungeva al direttore tecnico dello stabilimento la “immediata sospensione dell’esercizio delle batterie 3-6 della cokeria”. E tale ordine ribadiva, stante l’inerzia dell’”Ilva”, con un’ulteriore ordinanza, la n° 291 dell’11 giugno seguente. Entrambe le ordinanze, peraltro, venivano impugnate dalla società dinanzi al T.A.R. della Puglia – sez. di Lecce. Due giorni dopo, il 13 di giugno, spediti dalla Procura della Repubblica, si presentavano presso il reparto cokeria dell’”Ilva” gli ispettori dello “Spesal” della A.s.l. Giordano e De Pasquale, i quali rilevavano numerose carenze strutturali, insufficienti condizioni manutentive ed inadempienze formali, debitamente compendiate in 6 punti, ed impartivano le relative prescrizioni. Il 22 giugno, poi, sempre la Procura conferiva l’incarico di consulenza tecnica al collegio guidato dal prof. Liberti. Intanto proseguiva anche l’attività del già ricordato “Comitato tecnico misto”. Il quale, nel mese di agosto, presentava il suo “IV Rapporto sugli effetti delle contromisure adottate da Ilva per il contenimento delle emissioni ed il miglioramento del livello di pulizia degli impianti”, nel quale venivano compendiati anche i precedenti e che, tra le sue osservazioni conclusive, censurava come ancora “del tutto inadeguata” la situazione relativa alle emissioni, sia diffuse che convogliate, altresì affermando come un “miglioramento sostanziale e definitivo” delle emissioni di fumi e gas generate durante la carica e lo sfornamento si sarebbe potuto conseguire “solamente a seguito di rilevanti interventi impiantistici”. Si giungeva, dunque, al 10 di settembre, allorchè il G.i.p. del Tribunale, in accoglimento di una richiesta avanzatagli dalla Procura della Repubblica il 20 luglio precedente, disponeva il sequestro preventivo delle batterie di forni nn. 3-6, in relazione ai reati poi trasfusi negli attuali capi A) e C) dell’imputazione. Le fasi esecutive di tale provvedimento giudiziario si presentavano piuttosto laboriose, al punto da costringere la Procura, nel novembre di quell’anno, ad affidare un ulteriore incarico di consulenza tecnica, ex art. 360, c.p.p., al prof. Meschinelli ed all ing. Moramarco, per stabilire il programma operativo della fermata conservativa di quelle batterie. L’iniziativa, stante l’accertata indisponibilità ad eseguire le relative attività nolente domino, contro, ossia, la volontà dell’”Ilva”, manifestata dalle – pochissime – aziende europee provviste del know- how necessario, non sortiva altro risultato, se non quello di convenire con la dirigenza aziendale un rallentamento dei tempi di marcia di quegli impianti. Intanto, il 22 maggio 2002 interveniva un nuovo “protocollo di intesa” tra “Ilva” (rappresentata nell’occasione da Claudio Riva), enti territoriali ed organizzazioni sindacali, questa volta avente per oggetto esclusivo gli interventi di risanamento delle batterie nn. 3-6. Questi venivano individuati in quelli già indicati dall’azienda nel rammentato piano-progetto varato nel 2001, ma si conveniva che essi fossero stralciati dal più generale piano di disinquinamento di cui al D.P.R. n° 196/1998: e ciò – si legge in quel documento – sul presupposto della necessità di “riconoscere assoluta priorità alle problematiche connesse al reparto cokeria”.

15 Il 15 luglio 2002, poi, il “collegio Liberti” terminava la sua attività e depositava la relazione di consulenza tecnica, le cui conclusioni possono così riassumersi nei loro termini essenziali (si vedano le pagg. 74 – 80 di quel documento): 1) le condizioni generali di funzionamento delle batterie 3-6 erano caratterizzate da “ricorrenti irregolarità, anomalie e discontinuità, in linea con il particolare grado di vetustà e lo stato di deterioramento”; 2) il regime di produzione di tali batterie, quantunque ridotto del 15% rispetto ai valori di progetto sugli impianti nuovi (tempo di distillazione di 18 h.), risultava “spinto e non compatibile con le odierne condizioni degli impianti”, al punto che, nel corso dei numerosi sopralluoghi effettuati dai consulenti, si erano registrati, durante la distillazione, “lo sprigionamento continuo ed incontrollabile di emissioni gassose e fiamme”, nonché, la “diffusione di fumi e polveri cariche di sostanze pericolose nelle fasi di caricamento, sfornamento e spegnimento”; 3) le fasi di processo non risultavano assistite dall’applicazione delle migliori tecnologie disponibili nel settore, né da idonee apparecchiature e metodologie; 4) tanto determinava la dispersione di migliaia di tonnellate all’anno di sostanze nocive nei luoghi circostanti, con la conseguenza di un “grave impatto ambientale sul territorio interessato ed oggettive condizioni di pericolo di gravi danni alla salute per gli addetti”; 5) in particolare, relativamente agli inquinanti più pericolosi, ovvero polveri, benzene ed i.p.a., i parametri di riferimento unanimemente adottati dalla comunità scientifica, i cc.dd. “TLV” elaborati dall’associazione dei medici igienisti industriali americani (“ACGIH”), erano risultati superati in molte occasioni, anche per vari ordini di grandezza; 6) negli escreti dei lavoratori si era rinvenuta, in misura significativa, la presenza di metaboliti tipici degli i.p.a., con conseguente rischio di gravi conseguenze sanitarie; 7) al fine di abbattere e controllare le emissioni allo sfornamento ed allo spegnimento, si presentavano necessari ed urgenti “radicali interventi di ricostruzione, ammodernamento ed integrazione impiantistici”, quali cappe aspiranti, sistema di spegnimento “a secco”, dispositivi di monitoraggio in continuo dei principali parametri di processo, del regime emissivo e del conseguente livello di inquinamento. Nel successivo mese di agosto i vertici “Ilva” si decidevano finalmente a dare compiuta esecuzione al provvedimento di sequestro preventivo del G.i.p., avviando le operazioni di spegnimento delle batterie di cui si discorre. Il 30 di settembre, quindi, i già ricordati ispettori De Pasquale e Giordano dello “Spesal”, a seguito di sopralluogo presso l’azienda, ne accertavano l’avvenuto spegnimento (una copia del relativo verbale si rinviene in allegato alla più ampia e conclusiva informativa redatta da quegli ispettori il 12.7.2003, a sua volta contenuta negli atti inseriti sin dall’origine nel fascicolo del dibattimento). Dopo di che, su richiesta avanzata dal direttore Capogrosso il 14 novembre 2002, la Procura della Repubblica, con proprio decreto del 16 dicembre seguente, disponeva il dissequestro delle anzidette batterie. E, con questo, la vicenda delle batterie nn. 3-6 può dirsi conclusa, quanto meno per quanto interessa ai fini del processo, ove si consideri il dato cronologico fissato nell’imputazione. Solo per curiosità, quindi, può rammentarsi quanto riferito dalla teste Romeo: ovvero che attualmente sono state riavviate le batterie nn. 1, 2 e 3, e che, invece, nel corso del 2008 dovrebbe ripartire la n° 4. 3. – L’omessa predisposizione di cautele contro gli infortuni sul lavoro (capo A dell’imputazione).

16 E’ dunque il momento di valutare se sussista il reato contestato al capo A) e, in caso affermativo, di stabilire chi ne debba essere ritenuto colpevole. A tal fine, può essere utile dapprima delimitare la fattispecie sanzionatoria astratta, per lo meno negli aspetti che rilevano ai fini della decisione, e quindi verificare se ed in che misura vi possano essere sussunte le condotte tenute dagli imputati. 3.1. - Evitando di appesantire la motivazione con la trascrizione del testo normativo, gli elementi qualificanti del reato previsto e punito dall’art. 437 del codice penale possono sinteticamente declinarsi nei termini che seguono. a) In primo luogo, non basta ad integrare il reato qualsiasi omissione di cautele antinfortunistiche, anche quella, ossia, che si realizzi attraverso un’inadeguata gestione od un improvvido esercizio dell’impianto, dai quali possa derivare il pericolo di disastri od infortuni sul lavoro. In verità, la rubrica di tale articolo, là dove recita “omissione… di cautele contro infortuni sul lavoro”, potrebbe trarre in inganno. Ma – com’è noto – rubrica legis non est lex, e, se posta a confronto con il dato testuale della norma, quella si presenta piuttosto infelice. Il dettato normativo, infatti, è chiaro: rilevano unicamente condotte di omessa collocazione, rimozione o danneggiamento. b) L’oggetto materiale di tali condotte è rappresentato esclusivamente da “impianti, apparecchi o segnali”. Sul punto, nessun problema esegetico si pone per i “segnali”, ovviamente, e per gli “impianti”, il cui elemento qualificante risiede essenzialmente nel loro carattere fisso (l’unanime lettura dottrinaria e giurisprudenziale in tal senso trova conforto, ad esempio, tanto per rimanere alla materia che qui interessa, nella definizione di “impianto”, appunto, già contenuta nell’art. 2, n° 9, D.P.R. n° 203/1988, ed ora ripresa e specificata dall’art. 268, co. 1, lett. h, D.L.vo n° 152/2006, che ne ha altresì sottolineato la “autonomia funzionale” e la “destinazione ad una specifica attività”, pur all’interno di un ciclo produttivo più ampio). Ma anche per gli “apparecchi” non sorgono soverchi problemi, potendo in questi farsi rientrare i dispositivi di qualsiasi natura (ossia a funzionamento meccanico, fisico, elettrico od elettronico), ma comunque qualificati da tipiche ed autonome caratteristiche funzionali (pur quando siano inevitabilmente destinati ad operare quali parti inscindibili di altra apparecchiatura più complessa) e da una propria consistenza morfologica (tale, ossia, da poterli far “collocare”, “rimuovere” o “danneggiare”). c) Deve trattarsi, inoltre, di impianti, apparecchi o segnali, “destinati a prevenire disastri od infortuni sul lavoro”. Occorre, ossia, che quei dispositivi abbiano una specifica ed immediata destinazione antinfortunistica o di prevenzione dei rischi derivanti dalle attività lavorative, tanto per la collettività (si rammenti la allogazione della norma nel titolo relativo ai “delitti contro l’incolumità pubblica”), quanto per i singoli (sul punto, infatti, i problemi ermeneutici connessi alla appena ricordata posizione sistematica della norma sono stati ormai da tempo superati in giurisprudenza, tanto che, pure in letteratura, si va sempre più affermando una lettura che individua nella “sicurezza del lavoro”, più che nella incolumità pubblica in senso lato, il bene giuridico da quella protetto).

17 Nulla autorizza a sostenere, invece, che detta destinazione debba essere altresì esclusiva. Non soltanto, infatti, manca qualsiasi aggancio testuale in tal senso; ma, anzi, una siffatta lettura si porrebbe in contrasto con la risoluta tendenza legislativa ad ampliare e rafforzare gli spazi di tutela della sicurezza dei lavoratori, nonché con l’esigenza, coerente con tali scelte legislative ed avvertita in giurisprudenza ed in dottrina sin dall’inizio degli anni ’90 (e della quale si dirà meglio tra breve), di estendere l’àmbito applicativo dell’art. 437 sino al massimo consentito dal principio costituzionale di legalità, adeguando la norma alle rivoluzioni intervenute nello scorso secolo nell’organizzazione e nell’esercizio del lavoro, e così consentendole di continuare ad esercitare quella funzione che le avevano assegnato i compilatori del codice penale nel lontanissimo 1930. Tuttavia, laddove si sia in presenza di apparecchiature od impianti immediatamente produttivi di rischi per l’incolumità dei lavoratori, l’anzidetto vincolo di destinazione non potrebbe essere riconosciuto indifferentemente a tutte le apparecchiature comunque inserite nel relativo ciclo produttivo, sul presupposto che esse, quantunque soltanto indirettamente, siano funzionali al migliore e più sicuro esercizio di quegli impianti pericolosi (si pensi, a mero titolo esemplificativo, ad un apparecchio di analisi chimica di un combustibile utilizzato per alimentare un impianto che presenti rischi di incendio). Si finirebbe, in questo modo, evidentemente, per far entrare dalla finestra ciò che il legislatore ha inteso metter fuori dalla porta. Invece, l’anzidetta impostazione epistemica (destinazione antinfortunistica, ossia, specifica, immediata ma non necessariamente esclusiva) consente di far ricadere sotto la previsione sanzionatoria in rassegna quei dispositivi che, quantunque funzionali in primo luogo al migliore esercizio ed al maggiore rendimento produttivo di un dato impianto, provvedano, per loro natura e nello stesso tempo, ad eliminare o contenere i pericoli per l’incolumità delle persone che da quello scaturiscono (anche in questo caso – per fare un esempio che si può attagliare alla vicenda processuale in esame – si pensi ad un forno: la porta o le condutture di convogliamento dei gas di lavorazione, se integri, in primo luogo, permettono che l’impianto abbia una resa ottimale; ma, ad un tempo, impediscono pure il verificarsi di fiammate, esplosioni, esalazioni di gas tossici ed altri eventi suscettibili di arrecare danno all’incolumità di coloro che si trovino nel luogo di lavoro). Ovviamente – ma sul punto non occorre più d’un cenno, perché si deduce da quanto appena esposto e perché, soprattutto, la questione non è controversa tra le parti – la suddetta destinazione di tali apparecchi non dev’essere necessariamente normativa (ossia specificamente contemplata da norme positive), ma può anche essere di mero fatto, e derivare, cioè, dalle cognizioni tecniche del settore. Peraltro, va evidenziato, per inciso, che, proprio nella materia di cui si sta discorrendo, gli articoli 20 e 21 del D.P.R. n° 303 del 1956 hanno sostanzialmente finito per tradurre in uno specifico obbligo giuridico l’impegno dell’imprenditore ad adeguarsi alla migliore scienza ed esperienza del settore, avendogli imposto di adottare quei provvedimenti atti ad impedire o ridurre “per quanto è possibile” lo sviluppo e la diffusione di gas, fumi, polveri, etc.. d) I rischi, che tali dispositivi sono destinati a prevenire (e che non è necessario che si realizzino: il punto è pacifico in dottrina ed in giurisprudenza e non ha formato oggetto di discussione neppure nel processo), sono costituiti da “disastri” od “infortuni sul lavoro”. Tralasciando i primi, che qui non interessano, mette conto soffermarsi invece sui secondi, sui quali si sono appuntate le attenzioni dei difensori, che hanno evocato la vexata quaestio del confine tra le nozioni di “infortunio sul lavoro” e “malattia professionale”. Fino alla metà degli anni ’80, infatti, la notoriamente scarna produzione giurisprudenziale sull’art. 437, cod. pen., registrava per lo più pronunzie di segno restrittivo, che valorizzavano il dato testuale della norma ed utilizzavano, quale parametro di riferimento, la nozione di “infortunio” prevista dal

18 R.D. 17 agosto 1935, n° 1765, in cui si valorizzava l’aspetto della “causa violenta” (nei vari commenti dottrinari si sogliono ricordare, in particolare, una sentenza del Tribunale di Bolzano del 1979, ed una del Tribunale di Padova del 1984). Per la verità, della questione aveva avuto modo di occuparsi – tuttavia sostanzialmente eludendola – anche la Corte Costituzionale: la quale, investita dal Tribunale di Rieti della eccezione di illegittimità costituzionale della disposizione di cui si discorre, sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento di situazioni meritevoli di analoga tutela, aveva in poche righe dichiarato l’inammissibilità di tale eccezione, assumendo che l’estensione del precetto alla malattie professionali avrebbe comportato un ampliamento della fattispecie incriminatrice, che invece era prerogativa esclusiva del legislatore (sent. n° 232 del 21 luglio 1983, richiamata anche dalla difesa degli imputati). A prescindere dal rilievo per cui la causa violenta non si identifica necessariamente nella causa traumatica (come già Carnelutti rammentava nei suoi scritti sulla materia), quella lettura giurisprudenziale comunque non rispondeva alla già accennata esigenza di adeguare il precetto dell’art. 437 allo sviluppo delle tecnologie produttive e delle cognizioni mediche sulla eziologia delle malattie, maturato nei sessant’anni successivi. La svolta è dunque avvenuta in giurisprudenza con la sentenza n° 12367 del 9 luglio 1990, ric. Chili, con la quale la prima s

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