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Rencontre avec Pietro Palladino

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Information about Rencontre avec Pietro Palladino
Design

Published on March 2, 2014

Author: KBenYoussef

Source: slideshare.net

Description

Comment la lumière peut-elle faire créer de la valeur ?
Comment la lumière peut-elle faire augmenter vos ventes?
Comment la lumière peut-elle créer une expérience marketing ?
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INCONTRO CON PIETRO PALLADINO “La luce che maggiormente necessita di un progetto è quella che vuole scomparire, che si integra morbidamente all’architettura, che sfuma il passaggio tra sorgente naturale e quella artificiale : una luce ergonomia.” Pietro Palladino Quale è il suo percorso professionale? Dopo la laurea in ingegneria elettrotecnica ho maturato un’intensa esperienza come light project manager per la Philips illuminazione di Milano. Sul finire degli anni ’80 le aziende di quelle dimensioni investivano moltissimo e in modo capillare nella ricerca tecnologica e Philips rappresentava un modello in tal direzione. Presso di loro svolgevo attività di progettazione d’impianti e formazione tecnica per gli agenti sul territorio. L’azienda in quegli anni faceva largo uso di consulenti esterni ed io ho avuto modo di conoscere e confrontarmi con professionisti del calibro di De Boer considerati ad oggi i pionieri dell’illuminotecnica moderna. Successivamente ho approfondito l’ambito tecnico-scientifico della materia svolgendo attività di normalizzazione nell’ambito dell’UNI, dell’ANIE, del CEI e della commissione d’illuminazione del CNR e attività d’insegnamento presso il Politecnico di Milano. Devo dire che è stato proprio l’insegnamento trasversale tra architettura e ingegneria ad affinare la sensibilità per l’aspetto estetico della luce. 1

Lei è tra i fondatori dell’APIL (Associazione Professionisti dell’Illuminazione) descrivere la figura del light-designer e lo scenario in cui si trova ad operare? ci può Architetti, ingegneri e perfino il cliente finale sono persuasi della necessità di integrare un light designer nel gruppo di progetto. D’altro canto basta dare uno sguardo alle recenti proposte dell’architettura contemporanea, sin dai primi momenti di concezione e visualizzazione l’elemento spesso dominante è la luce, naturale ed artificiale. Non parlo solo dei mediabuilding o dei giochi di luce colorata dei grattacieli di Honk Kong; la luce che maggiormente necessita di un progetto è quella che vuole scomparire, che si integra morbidamente all’architettura, che sfuma il passaggio tra sorgente naturale e quella artificiale: una luce ergonomica. La crescita del mercato professionale dell’illuminazione, ovvero di quel segmento che trova il suo fulcro nella prescrizione, ha contribuito in questi ultimi anni a promuovere la figura del progettista della luce in molti ambiti applicativi. Sussistono comunque situazioni di contorno che non ne consentono ancora la piena riconoscibilità, che oggettivamente inibiscono la crescita del light designer e rallentano il processo di evoluzione qualitativa del mercato. In generale, quando un’azienda costruttrice offre la progettazione a corredo della fornitura, c’è molta inerzia nel proporre innovazione: è così che si realizzano impianti di concezione vecchia, con le stesse prestazioni di trent’anni fa. Comunque non bisogna scoraggiarsi, gli ambiti d’intervento sono tantissimi, dai negozi ai musei, dagli uffici alle piazze, pensi che ultimamente abbiamo progettato l’illuminazione per navi portaerei. Data la vastità della materia, che va dal design di prodotto allo studio dell’effetto luminoso, scegliamo un punto di partenza. Cosa determina un impianto di qualità? In realtà il tema degli apparecchi e quello L’apparecchio è l’elemento che maggiormente caratterizza un impianto e i criteri di scelta dovrebbero andare ben oltre le logiche del prezzo; eppure i nostri spazi pubblici continuano ad essere devastati da oggetti di basso valore estetico e prestazionale. La situazione attuale è il frutto di politiche commerciali che per troppo tempo hanno soddisfatto la maggior parte degli operatori. Il canale della distribuzione ha imposto le sue logiche e non sono in pochi quelli che, piegando lamiera, hanno accumulato una fortuna. Nessuno si è preoccupato di tutelare un patrimonio comune, di far evolvere la qualità della domanda, di stabilire delle regole, di favorire la prescrizione, di creare insomma i presupposti per arrivare a una “luce” migliore. I rimedi? Un marchio di qualità internazionale favorirebbe certamente la tutela di prodotti dalle alte prestazioni. L’obbligatorietà del progetto, inoltre, per tutte quelle applicazioni che richiedono specifiche prestazioni, abiliterebbe indirettamente il professionista a controllare tutti i requisiti delle apparecchiature prescritte e lo porrebbe nelle giuste condizioni per garantire la qualità globale delle installazioni. degli impianti non si possono slegare. Snodo e dispersore dell’apparecchio d’illuminazione IPOTESI. Per Palladino la componente formale è imprescindibile dall’alto contenuto tecnico del prodotto. 2

Quali sono quindi i consigli per le aziende che intendono allinearsi alla sua logica della qualità? Fino a qualche anno fa le aziende produttrici di apparecchi di illuminazione erano facilmente connotabili in quanto operavano in aree di mercato ben delimitate. Ricerca e produzione venivano concentrate in specifici ambiti applicativi e una lunga e costante presenza nel settore conferiva credibilità. Per un costruttore il catalogo era un manifesto programmatico, un “codice genetico” che lo caratterizzava e lo rendeva identificabile nel panorama nazionale ed internazionale. La maggior parte dei cataloghi che arrivano oggi sui nostri tavoli sono tutt’altra cosa: grossi volumi che raccolgono una moltitudine di articoli nella speranza che l’acquirente possa in qualche modo trovare quello che sta cercando. Con il preciso intento di offrire un sempre più elevato numero di prodotti, le aziende sono alla costante ricerca della completezza di gamma: è così che ai prodotti di pertinenza ne vengono aggiunti tanti altri, spesso di livello non comparabile. Ci si trova di fronte ad una realtà in cui tutti cercano di vendere tutto. E’ singolare che in un’epoca di specializzazione scientifica e tecnologica - pensiamo ai mille rami della medicina - il mercato porti invece ad un’ allargamento orizzontale indiscriminato della gamma di prodotto. Io credo che solo chi investe in cultura illuminotecnica e si dota di strumenti d’approfondimento seri possa ambire ad allargare il proprio mercato in un settore ad alto contenuto tecnologico come quello della luce. I consulenti validi ci sono, possono accompagnare l’azienda in nuovi ambiti lungo tutto il percorso che dallo studio matematico di un riflettore porta all’accensione di un impianto. 2006 - Tavola rotonda incentrata sui temi e sui rapporti fra risparmio energetico, sviluppo sostenibile e futuro dell’illuminazione. Tra i partecipanti: Ing. Roberto Barbieri – Direttore Generale OSRAM Italia, Monica Cesati – Philips Lighting, Arch. Mario Cucinella, Ing.Giuliano Dall’O – Professore di Fisica Ambientale Politecnico di Milano, Ing. Peter Dehoff – Zumtobel Gmbh, Ing. Pekka Hakkarainen – Lutron Electronics, Ing. Isao Hosoe, Arch. Enzo Mari, Ing. Pietro Palladino, Arch. Paolo Rizzato. 3

Parlando di città, quali sono gli strumenti per ottenere una buona luce urbana? Uno dei temi maggiormente dibattuti è quello della “quantità” di luce presente nelle nostre città. Si discute sempre più sull’opportunità di illuminare a giorno strade e piazze o se piuttosto non sia più giusto lasciare che la penombra reciti il suo tradizionale ruolo nei contesti urbani. Dobbiamo innanzi tutto prendere atto del fatto che esiste una crescente domanda di luce: molte attività sociali si svolgono esclusivamente nelle ore serali e la luce svolge a tal riguardo un ruolo decisivo. Ma quello dell’illuminazione è un problema intimamente legato all’evoluzione e alla cultura del genere umano e non può essere affrontato in maniera semplicistica. E’ tempo dunque di abbandonare le vecchie logiche del “fare luce” e cominciare ad “illuminare” le nostre città con logiche più articolate. Tra queste il piano della luce urbano è sicuramente lo strumento di pianificazione più efficace. Il punto non è elevare o diminuire la quantità di luce nelle città, ma è distribuirla strategicamente e organizzare gli interventi nei modi e nei tempi più opportuni. La città è il prodotto di una moltitudine di operatori che per motivi specifici ne mutano costantemente la struttura, i suoi grandi lineamenti sono abbastanza stabili ma i dettagli mutano continuamente. Un buon piano della luce necessita quindi sia di una visione luminosa unitaria sia di un esame di ogni singola realtà e mal si presta ad un approccio seriale. 2000, Duomo di Milano. La valorizzazione del patrimonio culturale in ambito notturno negli utili anni rientra nelle strategie di marketing urbano. In basso simulazione illuminotecnica 3D del Duomo di Milano. Il modello è composto 90.000.000 Poligoni ed è stato elaborato in 2800 ore lavorative. Per la restituzione dei calcoli illuminotecnici invece si parla di 600 ore di tempo macchina. 4

Quando si pensa all’illuminazione il richiamo al consumo energetico è immediato. Leggiamo nel suo curriculum un’intensa attività di consulente alla redazione di normative tecniche, può farci un quadro del rapporto luce-energia in termini ambientali? La realtà è che siamo divoratori d’energia: se solo India e Cina seguissero i nostri ritmi di consumo l’atmosfera terreste diverrebbe una camera a gas nel giro di pochi anni. L’energia va dunque utilizzata al meglio e per farlo esistono ampi spazi di manovra. Per ciò che riguarda l’illuminazione, nelle sue disparate forme applicative, si può fare molto. Raddoppiando l’efficienza delle sole sorgenti luminose costituenti il parco dell’illuminazione pubblica europea si potrebbe ottenere una riduzione del 50% del consumo totale di energia elettrica con conseguente abbattimento di 4/5 milioni di tonnellate di anidride carbonica immessi annualmente in atmosfera. Per quanto attiene l’illuminazione domestica si parla di un potenziale risparmio del 70% se decidessimo di abbandonare le tradizionali lampade a filamento in favore delle “lampadine a risparmio energetico”. Per una serie di motivi oggettivi la domanda di luce non può diminuire e dunque l’obiettivo 1999 – Necropoli vaticane. Città del vaticano. è fare illuminazione con soluzioni e tecnologie Pietro Palladino effettua le verifiche sempre più efficienti. Attualmente ci si muove illuminotecniche negli ambienti ipogei situati sia in termini di marketing che in termini sotto la basilica di San Pietro a Roma. concreti, ma la strada è ancora lunga. Si potrebbe, ad esempio, cominciare con il rendere operative le procedure di certificazione energetica previste dalle direttive europee in materia. Molte tecnologie innovative sono già disponibili ma devono confrontarsi con l’impermeabilità delle Amministrazioni Pubbliche e con la scarsa ricettività del privato. E per un light designer che non intendesse occuparsi d’illuminazione pubblica quali sono gli scenari d’intervento? L’illuminazione per ambienti esterni è il banco di prova del light designer, sia dal punto di vista tecnico che di autonomia progettuale, comunque anche gli spazi interni necessitano una luce studiata con cura. Le faccio due esempi in cui l’intenzione luminosa è opposta quasi diametralmente. Attualemente il mio studio si sta occupando dell’illuminazione di una serie di stazioni, alcune piccole altre veri e propri poli urbani. In questo ambito la luce ha un grande ruolo nella riqualificazione di aree esteticamente e socialmente degradate. L’impianto deve assicurare da un lato alti livelli d’illuminamento e dall’altro un’immagine di forte personalità, una luce che evidenzi la volontà di riqualificazione e serva da deterrente a comportamenti antisociali. L’altro esempio è il museo. I musei oggi rappresentano il punto massimo di ricerca in architettura. L’involucro che contiene le opere d’arte diviene opera d’arte in sé. Il sistema d’illuminazione naturale ed artificiale deve saper dialogare con questi ambienti; non è più sufficiente dichiarare l’intento tecnico dell’intervento. D’altro canto la componente tecnica deve esserci e fare il suo lavoro al meglio. Una luce che illumina le opere per il pubblico senza riflessioni o abbagliamenti, che tutela l’opera d’arte (non scordiamo che la luce può essere dannosa), che fa tutto questo con discrezione. 5

2005_ Stazione di Porta Garibaldi, Milano. Consulenza di Pietro Palladino per la società 100 Stazioni che si occupa di riqualificare, valorizzare e gestire 103 stazioni in tutta Italia. Nella stazione di Porta Garibaldi la presenza del light designer sin dal primo concept ha portato ad un’integrazione fortissima tra apparecchi illuminanti e architettura. 2006 – Palazzo Grassi, Venezia. Il sistema d’illuminazione delle sale espositive rispetta, al pari degli altri interventi architettonici, le esigenze di leggerezza del progetto architettonico di Tadao Ando. Il progetto superato l’ambito illuminotecnico per spingersi fino all’ingegnerizzazione delle strutture, degli apparecchi e degli accessori intercambiabili. La FerraraPalladino si è occupata anche dell’illuminazione della mostra di opere scelte dalla Collezione Francois Pinault, mecenate d’arte contemporanea nonché presidente di Palazzo Grassi Spa. 6

In che modo gestisce il rapporto con gli altri attori del progetto? Senza prevaricazioni. E’ molto importante stabilire gli ambiti di competenza e le responsabilità che in ogni progetto possono variare per peso ed estensione. Questo processo d’integrazione è naturale quando il light designer prende parte alla definizione del concept di progetto, diventa un po’ più complesso quando il professionista interviene a percorso progettuale già avviato, ad esempio quando viene chiamato a correggere gli errori di qualche “progettista illuminotecnico improvvisato”. Il bello della luce è che dialoga con tutti ma, 1997 – Uffici Virgin records, Milano. La luce diviene una componente dell’immagine di al momento realizzabile da pochi. Il light marca. designer deve essere in grado di ascoltare e interpretare le suggestioni dell’architetto e tradurle in un evento reale e riproducibile. Abbiamo compreso che il light-designer ha una doppia anima: creativa e tecnica. Come si forma il professionista dell’illuminazione? Nel settore del light design si avverte la mancanza di professionisti specializzati, di quegli attori che potrebbero con il loro impegno promuovere e sostenere un vero processo di evoluzione qualitativa. La formazione di tali figure dovrebbe essere garantita delle università attraverso l’istituzione di indirizzi specifici, ma ciò non avviene. In ambito universitario la materia “luce” viene solitamente inserita all’interno di altri corsi e trattata in modo superficiale. Sempre in ambito universitario, assistiamo al proliferare di master, seminari, workshop di ogni tipo e corsi di aggiornamento postlaurea. Ora, io credo fortemente al ruolo della formazione continua, ma per produrre una didattica efficace queste nuove architetture formative dovrebbero poter contare su un parco docenti ampio e qualificato: al contrario, esso non è sufficientemente alimentato ne dal mondo universitario ne dal mondo professionale. Unica eccezione, l’indirizzo “lighting” attivato dalla Facoltà di Disegno Industriale del Politecnico di Milano. Il progetto non è però riuscito a raggiungere gli obiettivi prefissati e ha recentemente perso le figure didattiche di riferimento. In un panorama assai critico continuano a svolgere la loro funzione formativa gli studi professionali specializzati presenti sul territorio: anche se in numero esiguo, da sempre offrono un’opportunità concreta a chi vuole imparare. 2005 – Manuale d’illuminazione. 1654 pagine, Tecniche Nuove, Milano. Pietro Palladino dedica gran parte della sua attività alla divulgazione della materia illuminotecnica, è autore di numerose pubblicazioni tecnico/scientifiche, partecipa in qualità di relatore a convegni e congressi internazionali e collabora con diversi atenei italiani. Dal 2003 è direttore della rivista “Luce e Design”. 7

Octobre 2006, IAE de Toulouse. Pietro PALLADINO et Kamel BEN YOUSSEF pendant la journée consacré au design italien. Par Kamel BEN YOUSSEF, Professeur Certifié d’Economie et Gestion Commerciale à l’IUT de Ville d’Avray (http://gea.u-paris10.fr). Il enseigne le marketing et la stratégie à l’Université Paris-Ouest Nanterre La Défense. Il est également Faculty Visiting de Stratégie à l’Université de Turin (Italie). Ses travaux portent sur le mangement du design, la responsabilité sociale d’entreprise (RSE) et le comportement du consommateur. 8

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