Poesitare

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Information about Poesitare

Published on November 30, 2007

Author: Matissegirl

Source: slideshare.net

Description

in molti hanno scelto di sublimare i loro sentimenti. Alcuni fra questi sono qui.

Poesitare E terna E ssenza

Poesitare In questa lettera spedita al soprano Isabella Colbran, il musicista Gioachino Rossini (1792-1868) delinea in modo sintetico la propria gioiosa ars amandi. La Colbran interpretò molte opere rossiniane, e dopo essere stata l‘amante di molti impresari divenne la moglie dello stesso compositore. Volete la mia opinione sull’amore? L’amore soddisfatto è un piacevole passatempo; l’amore infelice è un dente guasto del cuore. Grazie al cielo, noi abbiamo avuto ambedue la fortuna di non conoscere che il nome di un tal malanno. Il mio amore per voi è una sinfonia in sol maggiore dedicata alla più bella di tutte le donne dal suo fedele adoratore.

In questa lettera spedita al soprano Isabella Colbran, il musicista Gioachino Rossini (1792-1868) delinea in modo sintetico la propria gioiosa ars amandi. La Colbran interpretò molte opere rossiniane, e dopo essere stata l‘amante di molti impresari divenne la moglie dello stesso compositore.

Volete la mia opinione sull’amore? L’amore soddisfatto è un piacevole passatempo; l’amore infelice è un dente guasto del cuore. Grazie al cielo, noi abbiamo avuto ambedue la fortuna di non conoscere che il nome di un tal malanno. Il mio amore per voi è una sinfonia in sol maggiore dedicata alla più bella di tutte le donne dal suo fedele adoratore.

Poesitare Charles Baudelaire per Jeanne Duval Un emisfero in una chioma Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell’acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell’aria. Se tu sapessi tutto quello che vedo! tutto quello che sento! tutto quello che intendo nei tuoi capelli! La mia anima viaggia sul profumo come l'anima degli altri viaggia sulla musica. I tuoi capelli contengono tutto un sogno, pieno di vele e di alberature: contengono grandi mari, i cui monsoni mi portano verso climi incantevoli, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti. dalle foglie e dalla pelle umana. Nell’oceano della tua capigliatura, intravedo un porto brulicante di canti malinconici, di uomini vigorosi di ogni nazione e di navi di ogni forma, che intagliano le loro architetture fini e complicate su ün cielo immenso dove si abbandona il calore eterno. Nelle carezze della tua capigliatura, io ritrovo i languori delle lunghe ore passate su un divano, nella camera di una bella nave, cullate dal rullio impercettibile del porto, tra i vasi da fiori e gli orcioli che rinfrescano. Nell’ardente focolare della tua capigliatura, respiro l’odore del tabacco, confuso a quello dell’oppio e dello zucchero: nella notte della tua capigliatura, vedo risplendere l’infinito dell'azzurro tropicale; sulle rive lanuginose della tua capigliatura, mi inebrio degli odori combinati del catrame, del muschio e dell’olio di cocco. Lasciami mordere a lungo le tue trecce pesanti e nere. Quando mordicchio i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare dei ricordi.

Charles Baudelaire per Jeanne Duval

Un emisfero in una chioma

Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell’acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell’aria. Se tu sapessi tutto quello che vedo! tutto quello che sento! tutto quello che intendo nei tuoi capelli! La mia anima viaggia sul profumo come l'anima degli altri viaggia sulla musica. I tuoi capelli contengono tutto un sogno, pieno di vele e di alberature: contengono grandi mari, i cui monsoni mi portano verso climi incantevoli, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti. dalle foglie e dalla pelle umana. Nell’oceano della tua capigliatura, intravedo un porto brulicante di canti malinconici, di uomini vigorosi di ogni nazione e di navi di ogni forma, che intagliano le loro architetture fini e complicate su ün cielo immenso dove si abbandona il calore eterno. Nelle carezze della tua capigliatura, io ritrovo i languori delle lunghe ore passate su un divano, nella camera di una bella nave, cullate dal rullio impercettibile del porto, tra i vasi da fiori e gli orcioli che rinfrescano. Nell’ardente focolare della tua capigliatura, respiro l’odore del tabacco, confuso a quello dell’oppio e dello zucchero: nella notte della tua capigliatura, vedo risplendere l’infinito dell'azzurro tropicale; sulle rive lanuginose della tua capigliatura, mi inebrio degli odori combinati del catrame, del muschio e dell’olio di cocco. Lasciami mordere a lungo le tue trecce pesanti e nere. Quando mordicchio i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare dei ricordi.

Poesitare “ Come desidererei che foste qui A dare ali alla mia voce e trasformare Il mio mormorio in un canto. Tuttavia leggerò sapendo Che tra gli ‘stranieri’ V’è un ‘amico’ invisibile Che mi ascolta Sorridendo dolcemente E teneramente..” “ Forse lassù c’è una come me per la quale esiste un Gibran unico, dolce, lontano, vicino vicino e lei gli scrive adesso, mentre il crepuscolo riempie lo spazio, sapendo che al crepuscolo seguono le tenebre e alle tenebre la luce e che dopo il giorno cala la notte e, dopo la notte, spunterà il giorno tante e tante volte prima che ella possa vedere colui che ama, e si insinua in lei tutta la nostalgia del crepuscolo e tutta la nostalgia della notte; posa la penna per cercare rifugio dalla nostalgia di un nome solo: Gibran!” Gibran viveva a New York e Mayy Ziyadah al Cairo. Non s’incontrarono mai nel corso della loro vita, ma una fitta corrispondenza nata da una reciproca ammirazione intellettuale iniziata grazie la “Rabitah al-qalamiyyah” (in italiano “l’Associazione della Penna”), circolo letterario arabo fondato ufficialmente a New York nel 1920 circa (ma ufficiosamente già nel 1916), il quale prevedeva come membri, anche poeti e autori che vivevano all’estero. Una dei “Corrispondenti”, nominativo dato alla categoria degli autori residenti all’estero, era per l’appunto Mayy Ziyadah. La loro corrispondenza evolse rapidamente in un profondo sentimento di amicizia, culminato in un’esplicita dichiarazione d’amore e conclusosi solo con la morte di Gibran nel 1931. Gibran evitò fino alla morte ogni possibilità d’incontro con Mayy: la lontananza sembrava quasi incoraggiarlo, costruendosi così una sorta di barriera, una protezione alla banalità del rapporto quotidiano, per il timore di distruggere tra loro la perfetta intesa spirituale, spegnendo così facendo, la “fiamma azzurra” che univa i loro cuori.

“ Come desidererei che foste qui

A dare ali alla mia voce e trasformare

Il mio mormorio in un canto.

Tuttavia leggerò sapendo

Che tra gli ‘stranieri’

V’è un ‘amico’ invisibile

Che mi ascolta

Sorridendo dolcemente

E teneramente..”

“ Forse lassù c’è una come me

per la quale esiste un Gibran unico,

dolce, lontano, vicino vicino

e lei gli scrive adesso,

mentre il crepuscolo riempie lo spazio,

sapendo che al crepuscolo seguono le tenebre

e alle tenebre la luce

e che dopo il giorno cala la notte e,

dopo la notte,

spunterà il giorno tante e tante volte prima che

ella possa vedere colui che ama,

e si insinua in lei tutta la nostalgia del crepuscolo

e tutta la nostalgia della notte;

posa la penna per cercare rifugio

dalla nostalgia di un nome solo: Gibran!”

Gibran viveva a New York e Mayy Ziyadah al Cairo.

Non s’incontrarono mai nel corso della loro vita, ma una fitta corrispondenza nata da una reciproca ammirazione intellettuale iniziata grazie la “Rabitah al-qalamiyyah” (in italiano “l’Associazione della Penna”), circolo letterario arabo fondato ufficialmente a New York nel 1920 circa (ma ufficiosamente già nel 1916), il quale prevedeva come membri, anche poeti e autori che vivevano all’estero.

Una dei “Corrispondenti”, nominativo dato alla categoria degli autori residenti all’estero, era per l’appunto Mayy Ziyadah.

La loro corrispondenza evolse rapidamente in un profondo sentimento di amicizia, culminato in un’esplicita dichiarazione d’amore e conclusosi solo con la morte di Gibran nel 1931.

Gibran evitò fino alla morte ogni possibilità d’incontro con Mayy: la lontananza sembrava quasi incoraggiarlo, costruendosi così una sorta di barriera, una protezione alla banalità del rapporto quotidiano, per il timore di distruggere tra loro la perfetta intesa spirituale, spegnendo così facendo, la “fiamma azzurra” che univa i loro cuori.

Poesitare “ Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto.                 Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse.                 Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso,                 la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante”.                Dante Alighieri [La Divina Commedia - V canto Inferno]

“ Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto.                

Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse.                

Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso,                

la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante”.               

Dante Alighieri [La Divina Commedia - V canto Inferno]

Poesitare Che il bello e l'incantevole Siano solo un soffio e un brivido che il magnifico entusiasmante amabile non duri: nube, fiore, bolla di sapone, fuoco d'artificio e riso di bambino, sguardo di donna nel vetro di uno specchio, e tante altre fantastiche cose, che esse appena scoperte svaniscano, solo il tempo di un momento solo un aroma, un respiro di vento, ahimè lo sappiamo con tristezza. E ciò che dura e resta fisso non ci è così intimamente caro: pietra preziosa con gelido fuoco, barra d'oro di pesante splendore; le stelle stesse, innumerabili, se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi - effimeri-, non raggiungono il fondo dell'anima. No, il bello più profondo e degno dell'amore pare incline a corrompersi, è sempre vicino a morire, e la cosa più bella, le note musicali, che nel nascere già fuggono e trascorrono, sono solo soffi, correnti, fughe circondate d'aliti sommessi di tristezza perché nemmeno quanto dura un battito del cuore si lasciano costringere, tenere; nota dopo nota, appena battuta già svanisce e se ne va. Così il nostro cuore è consacrato con fraterna fedeltà a tutto ciò che fugge e scorre, alla vita, non a ciò che è saldo e capace di durare. Presto ci stanca ciò che permane, rocce di un mondo di stelle e gioielli, noi anime-bolle-di-vento-e-sapone sospinte in eterno mutare. Spose di un tempo, senza durata, per cui la rugiada su un petalo di rosa, per cui un battito d'ali d'uccello il morire di un gioco di nuvole, scintillio di neve, arcobaleno, farfalla, già volati via, per cui lo squillare di una risata, che nel passare ci sfiora appena, può voler dire festa o portare dolore. Amiamo ciò che ci somiglia, e comprendiamo ciò che il vento ha scritto sulla sabbia. Una poesia di Hermann Hesse, tratta da La felicità, versi e pensieri...

Che il bello e l'incantevole Siano solo un soffio e un brivido che il magnifico entusiasmante amabile non duri: nube, fiore, bolla di sapone, fuoco d'artificio e riso di bambino, sguardo di donna nel vetro di uno specchio, e tante altre fantastiche cose, che esse appena scoperte svaniscano, solo il tempo di un momento solo un aroma, un respiro di vento, ahimè lo sappiamo con tristezza. E ciò che dura e resta fisso non ci è così intimamente caro: pietra preziosa con gelido fuoco, barra d'oro di pesante splendore; le stelle stesse, innumerabili, se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi - effimeri-, non raggiungono il fondo dell'anima. No, il bello più profondo e degno dell'amore pare incline a corrompersi, è sempre vicino a morire, e la cosa più bella, le note musicali, che nel nascere già fuggono e trascorrono, sono solo soffi, correnti, fughe circondate d'aliti sommessi di tristezza perché nemmeno quanto dura un battito del cuore si lasciano costringere, tenere; nota dopo nota, appena battuta già svanisce e se ne va.

Così il nostro cuore è consacrato con fraterna fedeltà a tutto ciò che fugge e scorre, alla vita, non a ciò che è saldo e capace di durare. Presto ci stanca ciò che permane, rocce di un mondo di stelle e gioielli, noi anime-bolle-di-vento-e-sapone sospinte in eterno mutare. Spose di un tempo, senza durata, per cui la rugiada su un petalo di rosa, per cui un battito d'ali d'uccello il morire di un gioco di nuvole, scintillio di neve, arcobaleno, farfalla, già volati via, per cui lo squillare di una risata, che nel passare ci sfiora appena, può voler dire festa o portare dolore. Amiamo ciò che ci somiglia, e comprendiamo ciò che il vento ha scritto sulla sabbia.

Una poesia di Hermann Hesse, tratta da La felicità, versi e pensieri...

Poesitare Henry Miller e Anais Nin.Un amore intenso, capriccioso, duraturo, fatto di brama e di amicizia.E questo è uno stralcio da una lettera che le scrive Henry, tratta da:"Storia di una passione” "...Mi dispiace moltissimo di averti deluso, ieri. Ma, te lo ripeto, per me è tutto confuso e misterioso. Sono venuto da te di ottimo umore, con l'intenzione di stringerti immediatamente tra le braccia e di amarti tanto da morirne. E poi, come sempre accade - non è certo una novità!- metto il piede in casa tua e ho la precisa sensazione di essere un ospite, sia pure molto privilegiato. Non è casa mia, e tu non sei mia moglie. Tu stai lì, sull'uscio aperto, e io vedo sempre una principessa che, per chissà quale segreto capriccio, ha accondisceso a farmi dono del suo amore. Mi sento un nessuno. Potrei essere un X qualunque. Ogni cosa è un dono, e mi sento in preda a una stupida sensibilità, e dico a me stesso che qui è meraviglioso e che niente qui è reale, che è tutto un sogno. E se lo dico è perchè, pur sapendo che mi merito un tantino dalla vita, non mi merito tutto quello che mi dai. E anche se parlo tanto di me stesso -e facendolo chissà quanto ti annoio-, con ogni probabilità accade perchè tento, con le parole, di inserirmi nella realtà di tutto ciò che tu mi offri standotene lì, sulla soglia a salutarmi. Non sai che gran momento sia quello, sempre, per me. E poi divento così umano da diventare delicato. E così è accaduto ieri...la mia insensibilità era delicatezza. Avevo fame di te. Avrei voluto strapparti di dosso gli abiti, quando mi hai ricondotto all'amaca; avrei voluto divorarti. E invece me ne sto lì di fronte a te e chiacchero...Ma quel che avrei davvero voluto, sarebbe stato di stenderti sull'erba e perdermi con te. Sì, continuo a essere naif e goffo..."

Henry Miller e Anais Nin.Un amore intenso, capriccioso, duraturo, fatto di brama e di amicizia.E questo è uno stralcio da una lettera che le scrive Henry, tratta da:"Storia di una passione”

"...Mi dispiace moltissimo di averti deluso, ieri. Ma, te lo ripeto, per me è tutto confuso e misterioso. Sono venuto da te di ottimo umore, con l'intenzione di stringerti immediatamente tra le braccia e di amarti tanto da morirne. E poi, come sempre accade - non è certo una novità!- metto il piede in casa tua e ho la precisa sensazione di essere un ospite, sia pure molto privilegiato. Non è casa mia, e tu non sei mia moglie. Tu stai lì, sull'uscio aperto, e io vedo sempre una principessa che, per chissà quale segreto capriccio, ha accondisceso a farmi dono del suo amore. Mi sento un nessuno. Potrei essere un X qualunque. Ogni cosa è un dono, e mi sento in preda a una stupida sensibilità, e dico a me stesso che qui è meraviglioso e che niente qui è reale, che è tutto un sogno. E se lo dico è perchè, pur sapendo che mi merito un tantino dalla vita, non mi merito tutto quello che mi dai. E anche se parlo tanto di me stesso -e facendolo chissà quanto ti annoio-, con ogni probabilità accade perchè tento, con le parole, di inserirmi nella realtà di tutto ciò che tu mi offri standotene lì, sulla soglia a salutarmi. Non sai che gran momento sia quello, sempre, per me. E poi divento così umano da diventare delicato. E così è accaduto ieri...la mia insensibilità era delicatezza. Avevo fame di te. Avrei voluto strapparti di dosso gli abiti, quando mi hai ricondotto all'amaca; avrei voluto divorarti. E invece me ne sto lì di fronte a te e chiacchero...Ma quel che avrei davvero voluto, sarebbe stato di stenderti sull'erba e perdermi con te. Sì, continuo a essere naif e goffo..."

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