Pagine da Strength & Conditioning 10

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Sports

Published on October 13, 2014

Author: calzetti-mariucci

Source: slideshare.net

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Strength & Conditioning - Rivista N° 10
ANNO EDIZIONE: 2014
http://www.calzetti-mariucci.it/shop/prodotti/rivista-strength-conditioning-n-10

Promossa dalla FIPE Federazione Italiana Pesistica e dalla NSCA Italia, attingendo al meglio delle riviste edite dalla NSCA (National Strength and Conditioning Association), Strength and Conditioning nasce come punto di riferimento italiano nell’allenamento della forza muscolare e dell’allenamento sportivo.

1. Lo sport italiano: analisi e considerazioni sull’oggi STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 3 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 3-5 EDITORIALE Antonio Urso Presidente FIPE NUMERO 10 Non è inusuale cogliere importanti considerazioni tutte le volte che si parla di sport e del valore sociale che lo stesso intrinsecamente possiede. A qualunque titolo e da qualunque parte esse provengano, le considerazio-ni sul tema sono sempre, a parole, capaci di delineare quelli che sono i vantaggi che la pratica ed una buona organizzazione offrono ad ogni fascia di età. I punti di forza - su cui tutti concordano - sono relativi al fatto che la pratica sportiva ha stretta correlazione con la salute, il benessere, l’educazione, l’economia e le finan-ze. È da aggiungere anche il turismo, con cui lo sport è strettamente e intimamente connesso, ma di questo aspetto (ovvero della relazione strutturale e funzionale sport/turismo) solo oggi cominciamo ad accorgerci sen-za ancora fare nulla, però, di serio e di programmatico. Quindi tutti d’accordo: mai nessuno affermerà il contra-rio, ci sono dati, letteratura scientifica ed esperienze di molti Paesi a tal proposito e nessuna smentisce gli assunti di cui sopra. L’alto livello dell’organizzazione e della pratica sportiva di una nazione addirittura viene collegato e ricondotto al grado di evoluzione sociale rap-presentato dalla stessa. Ma veniamo alla nostra speci-fica situazione e constatiamo che quanto da tutti è con-diviso, purtroppo, non corrisponde a quanto realmente si fa in Italia per lo sviluppo di questo specifico ambito della vita individuale e sociale. Lo sport e l’attività fisica sono ancora considerati hob-by o passatempi, se si escludono gli sport professioni-stici. Si fa poco e male nella scuola, siamo tra le nazioni europee con il minor numero di ore dedicate all’attività motoria organizzata e con una logistica da sottosvi-luppo: l’80% dell’impiantistica sportiva scolastica non è infatti a norma o cade a pezzi. Il piano di recupero edilizio di questo scempio perpetrato in anni di tota-le disinteresse, è stato calcolato in quattro miliardi di Euro, cifra che, allo stato dell’arte dell’economia italia-na, è letteralmente impossibile trovare. Sembrerebbe quindi un problema irrisolvibile ma, al contrario, una so-luzione c’è ed è anche facilmente attuabile. Si potrebbe agire su due fronti. Il primo: interventi di privati (vedi operazione Colosseo) per recupere cifre da destinare allo sport scolastico. Il secondo: quello di sfruttare le società sportive già esistenti, tra quelle presenti nel registro nazionale Coni, con impiantistica sportiva de-dicata e chiedere loro di dare spazio in modi da con-cordare di volta in volta e di area in area alle attività sportive/motorie scolastiche. Questo secondo punto potrebbe addirittura colmare una lacuna tutta italiana: la totale assenza di attività motoria nelle scuole ma-terne ed elementari. Sotto questo punto di vista già il Coni ha tentato con degli stanziamenti (2012-2013) di mettere in campo una task-force per alfabetizzare sotto l’aspetto motorio gli alunni delle scuole elemen-tari, ma i risultati sono stati del tutto inconcludenti. Furono spesi svariati milioni di euro, cifre importanti ma non sufficienti per coprire l’intero territorio ma, nono-stante le aree e i plessi scolastici interessati, ad oggi, non si possiede nessun dato sugli aspetti qualitativi di questo percorso perché non c’è stato nessun proces-so di omogenizzazione del progetto né tantomeno l’idea o il volere di concordare cosa avrebbe dovuto produrre questo investimento.

2. S&C La macchina che c’è in me NOTA 1 scopre che la mimosa pudica mantiene i movimen-ti delle foglie legati alla luce del sole, anche quando viene mantenuta al buio: è la scoperta di un oro-logio interno! La pianta non muove le foglie ri-spondendo a b c NOTA 2 STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 7 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 7-12 FIAT LUX È la frase con la quale la Bibbia racconta il pri-mo atto della creazione del mondo, letteralmente “sia fatta la luce”. Abbiamo impiegato centinaia di migliaia di anni per capire cosa fosse la luce, ma sin dall’inizio l’uomo ha intuito che la vita è legata alla luce e al buio. Con la luce i nostri pro pro antenati potevano vedere, camminare senza inciampare, esplorare il territorio, cercare il cibo, difendersi dai pericoli, cacciare gli animali in cir-colazione durante il giorno e nascosti, come l’uo-mo, durante la notte. In realtà, l’alternanza del giorno e della notte, determinata dalla rotazione della Terra attorno al proprio asse, è stata la pri-ma ed essenziale condizione cui hanno dovuto sottostare tutte le forme di vita, anche prima della comparsa dell’uomo, per poter nascere ed evolvere. Un esempio del condizionamento eser-citato dall’alternanza luce/buio è costituito dalle piante che hanno sviluppato un metabolismo per il giorno ed uno per la notte. Di giorno, le piante sono capaci tramite la Clorofilla, la so-stanza che dà il colore verde alle foglie, di catturare l’energia contenuta nella luce del sole e renderla disponibile per effettuare la sintesi di nuove molecole (Fotosintesi Clorofilliana) indispensabili alla loro vita e alla vita di tutti gli er-bivori e, quindi, dei carnivori. L’energia del sole permette ai vegetali di utilizza-re quanto (nota 1) assorbono dal ter-reno e dall’anidride carbonica presen-te nell’aria per sintetizzare composti contenenti Azoto e Carbonio (i mattoni della vita), praticamente tutto ciò che compone gli esseri viventi (comprese le strutture dei microbi e degli animali), e lo fa liberando nell’atmosfera ossigeno ed acqua: senza la grande fabbrica dei vegetali, gran parte della vita non esisterebbe. Con il buio, non ricevendo energia, il metabolismo cambia e la pianta utilizza ossigeno per emettere anidride carbonica. Nell’arco delle 24 ore le piante producono molto più ossigeno di quanto non ne consumino. ALLA LUCE DEL SOLE La pianta ha bisogno del sole e lo cerca attivamen-te. Instaura gare in altezza con i vicini competitori o si flette nella direzione dell’origine della luce. I movimenti delle piante per migliorare l’esposizio-ne solare non sono però una azione di risposta al sole, ma frutto di una vera e propria strategia che nasce dal loro interno. Sin dal IV secolo AC, Androstene, un comandan-te di navi al seguito di Alessandro Magno, aveva notato che il Tamarindo muoveva le sue foglie in funzione dell’ora del giorno. Nel 1729, lo scien-ziato francese Jean-Jacques d’Ortous de Mairan alla luce, ma ha in memoria che la luce arriverà e conosce il momento dell’arrivo e lo precede. Linneo nel 1735, utilizza l’orologio che induce dif-ferenti tipi di fiori ad aprirsi ciascuna ad un’ora specifica, per comporre un’aiuola in cui l’apertura dei singoli fiori indica l’ora del giorno. L’orologio interno misura un lasso di tempo di cir-ca 24 ore (più o meno), cioè la lunghezza di un giro della Terra intorno al proprio asse, la lunghezza della luce e del buio, in pratica di un giorno (in lati-no dies) da cui il nome di circadiano per quei ritmi biologici che hanno la durata di un giorno. OROLOGI Tutti gli esseri viventi (batteri, funghi, pesci, an-fibi, rettili, mammiferi compreso l’uomo, piante) sono capaci di misurare il tempo con orologi in-terni tarati sulle 24 ore (circadiani), ma anche su altre durate (Nota 2). In realtà, all’interno di ogni cellula, c’è un orologio o meglio molti orologi che controllano ritmi anche di lunghezza differente da1 giorno. (Quello mestruale è di 28 giorni, etc.). IL TERZO OCCHIO Menotti Calvani MENOTTI CALVANI Medico, specializzato in neurologia, farmacologia clinica oltre che in tossicologia medica, si è laureato in scienza della nutrizione umana. Ha pubblicato oltre 200 articoli scientifi ci su riviste internazionali prevalentemente sui temi del metabolismo, sui mitocondri e sulle patologie degenerative. La quantità di energia solare catturata dalla fotosintesi è immensa, dell’ordine dei 100 terawatt, che è circa sei volte quanto consuma attualmente la civiltà umana. Oltre che dell’energia, la fotosintesi è anche la fonte di carbonio dei composti organici degli organismi viventi. La fotosintesi trasforma circa 115 × 109 (115 miliardi) chilogrammi di carbonio atmosferico in biomassa ogni anno. (da Wikipedia) tera watt (TW) = 1012 W = 1 000 000 000 000 Watt Figura n°1 - a) L’orologio fl oreale di Linneo (1735). Non ci sono lancet-te e l’ora del giorno viene indicata dalla apertura dei singoli fi ori; b) Ipomoea Purpurea, ai nostri climi si apre alle 5 del mattino; c) Portulaca Grandifl ora si apre alle 8. Ciclo Durata Ultradiano <24h Circadiano 24-28 h Infradiano >28 h Circaseptano 7+- 3 gg Circadiseptano 14+-3 gg Circavigintano 21+-3 gg Circatrigintano 30+-3 gg Circannuale 1 anno +-3 mesi

3. ANTONIO PAOLI Professore associato di Metodi e Didattiche delle Attività Motorie presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Padova. Direttore del Laboratorio di nutrizione e fi siologia dell’esercizio. Diplomato ISEF, Laureato in Medicina e chirurgia con Specializzazione in medicina dello Sport. TATIANA MORO Laureata Magistrale in Scienze e Tecniche dell’Attività Motoria Preventiva ed Adattata. Dottoranda in Neuroscienze - Scuola di Scienze Mediche, Cliniche e Sperimentali, Università degli Studi di Padova. A llenamento di forza in età evolutiva: adattamenti morfologici e neuronali? Antonio Paoli e Tatiana Moro Dipartimento di Scienze Biomediche, Università degli Studi di Padova STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 13 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 13-16 S&C Introduzione Da tempo, con alterne fortune, il RT (Resistance Training) o allenamento con sovraccarichi è stato proposto come forma di allenamento durante l’età evolutiva. Con tale termine indichiamo un metodo di allenamento che richiede un uso progressivo di vari sovraccarichi, differenti velocità esecutive e svariate modalità di allenamento, che includono l’uso di macchine da potenziamento, pesi liberi (manubri e bilancieri), ma anche elastici, piccoli attrezzi come palle mediche ed il peso del corpo. Useremo quindi il termine RT per indicare tutta questa serie di metodiche e differenziandole dal sollevamento pesi che è una disciplina olimpica ben conosciuta dai lettori di questa rivista. Uno dei “problemi” metodologici nello studio del RT è che esso consiste di variabili più numerose e comples-se rispetto a quelle dell’ET (Endurance Training). Infatti, l’esercizio di RT è composto da numerose elementi come: 1) il tipo di azione muscolare (im-portanza data alla fase eccentrica o concentrica, 2) il tipo di carico usato, 3) il volume dell’allena-mento (numero totale di serie e ripetizioni), 4) la scelta degli esercizi e struttura della seduta di allenamento (ad esempio, il numero di gruppi mu-scolari allenati), 5) la sequenza degli esercizi, 6) il recupero tra le serie, 7) la velocità del gesto e 8) la frequenza dell’allenamento1,2. Questa com-plessità e multifattorialità rende estremamente complesso definire in termini precisi quale variabi-le induca un certo tipo di adattamento. Un’altra doverosa precisazione va fatta per chia-rire cosa s’intende con età evolutiva, poiché que-sta, se prendiamo come riferimento (ed è uno dei tanti) l’ambito d’interesse dei medici pediatri, ri-guarda i bambini di età compresa tra 0 e 14 anni, mentre i ragazzi tra i 14 e 18 anni sono conside-rati adolescenti. È evidente come le caratteristi-che di questi soggetti, pur rientranti tutti nella definizione di età evolutiva, sono estremamente diverse. Noi ci soffermeremo essenzialmente sul-la fascia da 0 ai 14 anni. Sono ormai storia le classiche ricerche che hanno studiato lo svilup-po neuromotorio del bambino3-6, definendo le età sensibili per sviluppare le differenti cosiddette ca-pacità condizionali che in realtà, come espresso correttamente e intelligentemente in altra parte di questa rivista, andrebbero definite capacità or-ganico- muscolari (e sono debitore al Prof. Bellot-ti di questa correzione/segnalazione); nella prima infanzia (4-5 anni), i bambini sono maggiormente predisposti allo sviluppo della resistenza, mentre l’andamento dello sviluppo del sistema nervoso centrale favorisce l’addestramento alla destrezza e alla velocità fino ai 14 anni circa (Tabella 1). Solo con l’inizio dello sviluppo sessuale, momen-to in cui si ha l’incremento di testosterone, GH e tiroxina7, si gettano le basi per l’allenamento della forza8,9. È evidente quindi come i bambini re-agiscano ad allenamenti di forza con adattamenti prevalentemente di tipo neurale, mentre dopo la pubertà maggiore importanza sarebbe attribuibile alla risposta ipertrofica10-12. Ma andiamo a vedere meglio quali sono i fattori le-gati al miglioramento della forza nell’età evolutiva. anni 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Mobilità articolare Rapidità Resistenza Forza Tabella n°1 - Fasi sensibili dell’allenamento delle cosiddette capacità condizionali o capacità organico-muscolari.

4. S&C Gian Nicola Bisciotti STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 17 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 17-21 INTRODUZIONE La tendinopatia dell’achilleo è una delle condizio-ni patologiche di più ampio riscontro nell’ambito della pratica sportiva per la cui eziologia, di tipo multifattoriale, invitiamo il lettore a consultare un nostro precedente studio (Bisciotti ed Eirale, 2013). Sovente la tendinopatia dell’achilleo può essere una patologia piuttosto difficile da trat-tare, soprattutto se non si riescono ad individua-re con certezza le sue cause eziologiche, con la conseguenza che non si riesce ad impostare un corretto programma conservativo che esiti in una risoluzione della patologia e che minimizzi, conte-stualmente, il rischio di recidiva. Il cardine del pro-gramma conservativo dovrebbe essere costituito dagli “evidence based exercice”, che purtroppo invero non sono poi molti in quest’ambito, ai quali possono essere abbinate tutte quelle terapie di evidenza minore, ma comunque ritrovabili ed anzi consigliate nell’ambito della letteratura specifica. Nei casi di tendinopatia ribelle, si può anche de-cidere di adottare alcune terapie di tipo farmaco-logico (come ad esempio la terapia sclerosante, la proloterapia o l’utilizzo dei fattori di crescita piastrinici), decisione che deve comunque essere presa non prima di essere a perfetta conoscen-za dei rischi e dei benefici della terapia stessa e sempre e comunque in conformità al principio me-dico che recita “primum non nocere”. Soprattut-to occorre ricordare che spesso la tendinopatia dell’achilleo rappresenta una condizione frustran-te sia per l’atleta che per il medico od il fisiotera-pista e che comunque richiede tempi di risoluzione piuttosto lunghi, durante i quali è necessario ab-bandonare l’attività sportiva, o comunque limitar- GIAN NICOLA BISCIOTTI Physiologist Lead c/o Qatar Orthopaedic and Sport Medicine Hospital, FIFA Center, Doha (Q). Senior Coordinator Kinemove Rehabilitation Centers, Pontremoli, La Spezia (I), Responsabile recupero infortunati FC Internazionale (Mi). E TENDINOPATIE DELL’ACHILLEO L Figura n°1 - RM sagittale STIR da cui si evince una modesta raccolta fl uida a livello della borsa retrocalca-neare posta tra il tendine di Achille e l’aspetto poste-ro- superiore del calcagno. L’imma-gine è patogno-monica di borsite retrocalcaneare. Da Paoloni, 2012. PRIMA PARTE

5. S&C LAVORO ORIGINALE PER S&C M Jay R. Hoffman, Ph.D., FNSCA, FACSM STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 23 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 23-27 JAY R. HOFFMAN è professore in Sport and Exercise Science program presso l’Università della Florida centrale. È attualmente Capo dipartimento dell’Education and Human Sciences e direttore dell’Institute of Exercise Physiology and Wellness, oltre che membro della American College of Sports Medicine e della National Strength and Conditioning Association (NSCA). È stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra i quali: Outstanding Sport Scientist of the Year da parte della NSCA (2007), Outstanding Kinesiology Professional Award (2005) dalla Neag School of Education Alumni Society dell’Università del Connecticut. Il Dr. Hoffman ha pubblicato oltre 200 articoli e ha partecipato a più di 380 conferenze e convegni nazionali ed internazionali. assimizzare la prestazione atletica: osservazioni sulla periodizzazione e sulla variazione del carico PUBBLICATO PUBBLICATO PUBBLICATO PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA University of Central Florida Negli ultimi cinquant’anni, numerosi studi hanno esaminato la modalità con cui, modificando l’in-tensità e il volume dell’allenamento, si possono influenzare i miglioramenti della forza e della po-tenza. Le ricerche iniziali si concentrarono sull’e-same dell’intensità ottimale dell’allenamento (ov-vero sul carico) che dovrebbe essere utilizzata per massimizzare gli incrementi di forza (Berger, 1962, O’Shea, 1966). Studi successivi hanno suggerito che, quando l’intensità e il volume di allenamento vengono modificati all’interno di un ciclo di allenamento, la prestazione della forza può essere potenziata in maniera significativamente maggiore di quando queste variabili sono mante-nute costanti durante il periodo di allenamento (Harris et al., 2000; Kraemer, 1997; Kraemer et al., 2003; Marx et al., 2001; Stone et al., 1982; 2000; Willoughby et al., 1993). La modifica se-condo il modello a gradini dell’intensità e del volu-me di allenamento è comunemente definita come modello di periodizzazione tradizionale ( Baker et al., 1994; Hoffman, 2002; Rhea et al., 2002). Tale modello viene definito anche periodizzazione lineare o a blocchi, per il fatto che ciascuna fase del programma di allenamento si concentra su un obiettivo specifico dell’allenamento (ipertrofia, forza o potenza) (Bartolomei et al., 2014). Una caratteristica tipica della periodizzazione lineare o a blocchi è la relazione inversa tra l’intensità e il volume di allenamento. Durante l’inizio del ciclo di allenamento il volume è elevato e l’intensità è bassa. Con il progredire del ciclo di allenamento, l’intensità dello stesso aumenta, mentre il volume diminuisce. È tipico del programma di allenamento dare rilievo agli aumenti della forza. Tuttavia, per molti atleti l’obiettivo può essere concentrarsi contemporaneamente sia sullo sviluppo della po-tenza che sullo sviluppo dell’ipertrofia muscolare. Di conseguenza, le modifiche apportate agli obiet-tivi del programma quotidiano danno agli atleti la possibilità di allenare contemporaneamente en-trambe. Questo modello di periodizzazione dell’al-lenamento è spesso denominato modello di allena-mento non lineare o ondulatorio (Hoffman, 2014; Kraemer, 1997). Studi che hanno esaminato programmi di perio-dizzazione non lineari hanno dimostrato che la modifica quotidiana del programma può indurre un maggior miglioramento dei guadagni di forza rispetto all’allenamento che non applica una stra-tegia di periodizzazione (Kraemer, 1997; Kra-emer et al., 2003; Marx et al., 2001; Rhea et al., 2002). Tuttavia, i confronti tra modelli tradi-zionali di periodizzazione lineari e quelli non lineari sono abbastanza limitati. È stato riportato che un programma di periodizzazione dell’allenamen-to con sovraccarichi non lineare si è dimostrato più efficace nello stimolare i guadagni di forza di un programma di periodizzazione lineare dopo 12 settimane di allenamento (Rhea et al., 2002). Al

6. S&C LAVORO ORIGINALE PER S&C PRIMA PARTE STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 29 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 29-33 DONATO FORMICOLA Laurea Specialistica in Scienza e Tecnica dello Sport e dell’Allenamento. Si occupa principalmente di modelli biomeccanici per valutare le abilità motorie e sportive basati su sistemi di cattura del movimento. È docente a contratto presso la Scuola Univ. Interfacoltà Scienze Motorie di Torino. Allenatore IV Livello Europeo CONI e Maestro di Pesistica FIPE, è membro del comitato scientifico nazionale della FIPE. odello Biomeccanico dei Fondamentali Tecnici dello Strappo M Donato Formicola, PhD Centro Regionale Federale di Alta Specializzazione, Preparazione Olimpica, Formazione e Ricerca “Valle San Nicolao”. Comitato FIPE Piemonte, Frazione Chiesa 2, 13847, Valle San Nicolao (BI). PUBBLICATO PUBBLICATO PUBBLICATO PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA INTRODUZIONE Lo Strappo è il gesto sportivo della Pesistica Olimpica moderna che prevede, attraverso un uni-co movimento, di sollevare il bilanciere dal suolo e portarlo sopra la testa in posizione eretta, mani-festando un perfetto controllo posturale con tut-te le articolazioni centrali dei segmenti anatomici in completa estensione [1]. La traiettoria ascensionale che il bilanciere rea-lizza durante l’esecuzione dello Strappo suscita grande interesse da parte della letteratura scien-tifica che si occupa di biomeccanica applicata allo sport, poiché è la dimostrazione di come sia pos-sibile sviluppare particolari strategie motorie in grado di sollevare un carico che, nel caso spe-cifico di questo gesto, può raggiungere quasi le due volte e mezzo il peso corporeo (si ricorda Liu Xiaojun, record mondiale 2013, che ha sollevato 176 kg di Strappo, circa 2,3 volte i 76,4 kg delle sue masse ponderali). L’andamento della traiettoria del bilanciere è rap-presentato da una caratteristica forma a “S” [2] e si delinea sotto i contributi meccanici delle leve articolari che, modificando la loro disposizione spaziale durante tutta l’evoluzione del movimento, generano principalmente tre istanti propulsivi [3]: 1) la prima spinta, caratterizzata dall’intervento degli arti inferiori e dallo spostamento indietro del bilanciere, 2) la seconda spinta, che si sviluppa attraverso l’elevazione del bacino riportando in avanti il bilanciere e 3) la terza spinta, ottenuta con la massima elevazione delle spalle in simul-tanea all‘estensione degli arti inferiori per per-mettere al bilanciere di raggiungere la massima altezza [4]. Nell’evoluzione moderna della tecnica, allo scopo di migliorare il rendimento meccanico del sollevamento di carichi sempre più elevati pro-ducendo azioni sempre più veloci, la traiettoria del bilanciere tende ad assumere un andamento meno curvilineo. Due esempi di variazioni tecniche di questo tipo sono (1) le modifiche che si stan-no verificando nella fase del “doppio piegamento delle gambe” (un’azione pliometrica delle gambe)

7. S&C Di Castro Andrea1, Gianfelici Antonio1,2, Varalda Carlo2, Pierluigi Mauro2, Vullo Manuela1 e Gallozzi Claudio1 1 Istituto di Medicina e Scienza dello Sport “Antonio Venerando”, CONI, Roma 2 Federazione Italiana Pesistica, FIPE, Roma 34 STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 34-36 INTRODUZIONE L’allenamento funzionale della forza rappresenta una metodologia d’allenamento adottata nel mon-do del fitness al pari di quello che avviene oggi con altre metodiche come il CrossFit® (mar-chio registrato). Si tratta in entrambi i casi di un programma di allenamento realizzato su con-cetti della programmazione e della organizzazione dell’allenamento già in essere almeno dagli anni ’70 del secolo scorso ed oramai diffusa nel mondo del fitness, come un’attività dinamica e adeguata-mente articolata a seconda del grado di abilità e delle capacità motorie dei soggetti che decidono di parteciparvi con l’obiettivo precipuo di miglio-rare il proprio stato di salute e di benessere (fi-tness). Tale metodo è basato su un mix di discipline molto diverse fra loro (da qui il termine cross, ovvero in-crocio, combinazione), in cui il ricorso a movimenti esplosivi tipici della pesistica viene affiancato ed abbinato ad esercitazioni più o meno complesse della ginnastica (corda, vogatore, kettlebell, sbar-re). Tutti questi movimenti sono detti funzionali perché coinvolgono sia il cosiddetto “core” che le estremità corporee, con coinvolgimento pluriarti-colare per spostare il proprio corpo e gli oggetti previsti in maniera naturale, fluida ed efficace. I partecipanti vengono preparati a differenti tipi di esercizio, dai movimenti base a quelli più avanza-ti, raggiungendo una grande capacità di controllo del corpo e massimizzando il rapporto forza/peso. Contestualmente ai movimenti composti, si svol-gono brevi sessioni di lavoro ad impegno preva-lentemente cardiovascolare ad alta intensità, per bilanciare lo sviluppo delle diverse forme di me-tabolismo, nell’ambito di una varietà molto ampia di esercitazioni che riprendono sport molto prati-cati come la corsa, l’andare in bici, il rematore e l’arrampicata. In questo originale schema ginnico, vengono ottimizzate tutte le competenze fisiche rientranti nelle categorie del fitness, come l’effi-cienza respiratoria e cardiovascolare, la forza, la flessibilità , la potenza, la velocità , la coordinazio-ne, l’agilità, l’equilibrio e la precisione (Laursen, 2002). Dal punto di vista fisiologico, questo tipo di alle-namento rientra nella famiglia delle attività clas-sificate come intervallate ad alta intensità, ma si differenzia dal classico HIIT (High Intensity Interval Training, Tabata 1996) perché prevede brevissime fasi di recupero e nel contempo elevate potenze: è infatti definita HIPT (acronimo di High Interval Power Training). In pratica, l’atleta deve sostenere nel minor tem-po possibile un numero precisato di ripetute per ciascun esercizio, ripetendo il circuito per diver-se volte. Le sedute di allenamento sono di breve durata, dai 15 ai 60 minuti. Il fai da te è bandito, ogni esercizio è seguito da vicino dall’istruttore. I soggetti che praticano allenamenti di forza fun-zionale (“functional strenght”) si esercitano con corsa, vogatore, salto della corda, arrampicata e spostamento di oggetti stravaganti; spesso muo-vono carichi pesanti velocemente e per lunghe di- ANDREA DI CASTRO Dr. Scienza e Tecnica dello Sport. Allenatore di Triathlon Collabora con il Centro Studi e Ricerche della Federazione Italiana Triathlon. ANTONIO GIANFELICI Medico Specialista in Medicina dello Sport. Medico Federale della Federazione Italiana Pesistica. CARLO VARALDA Docente Federale FIPE, Direttore Sportivo Nazionale, Coordinatore dell’Area Formazione della Scuola Nazionale FIPE, Coordinatore della Sezione Didattica del Centro Studi e Ricerche FIPE. edute di allenamento funzionale della forza Progetto pilota della misura dell’impegno fi siologico nell’esercizio fi sico S

8. STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 37 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 37-39 “Ai 50 metri sono già davanti a tutti. Mi rag-giunge la sicurezza di farcela.” Questo è il ri-cordo di Pietro Mennea della sua vittoria nei 100 metri ai campionati Europei a Praga nel 1978 (Mennea e Menarini, 2012). La citazione è solo un esempio dei tanti cam-pioni sportivi che hanno raggiunto brillanti risul-tati anche grazie alla convinzione riposta nelle proprie capacità. Tale convinzione e la fiducia nella possibilità di esprimere efficacemente le proprie abilità e po-tenzialità sono racchiuse nell’espressione “au-toefficacia” o “autoefficacia percepita”, conia-ta da Albert Bandura (1997, 2000), studioso che si è ampiamente occupato di questo aspet-to psicologico. L’Autore ha definito l’autoefficacia come “la convinzione di sapere di saper fare”. Pertanto, a differenza dell’autostima, che è un giudizio di valore che la persona si attribuisce, il senso di autoefficacia è un giudizio sulle proprie capacità. La convinzione di autoefficacia è stata studiata ampiamente nell’ambito sportivo poiché rap-presenta un importante fattore per la promo-zione del successo, data l’influenza che eser-cita sull’atleta, sia nella fase di competizione, sia in quella di allenamento (Fig. 1). (Bandura, 1997; Feltz 1992; Feltz e al., 2007). L’importanza delle convinzioni di autoefficacia si deve al fatto che esse influenzano, tra le altre cose, la scelta degli obiettivi dell’atleta (Boyce e Bingham, 1997): un atleta con un elevato senso di autoefficacia tende a scegliere obiettivi stimolanti e realistici ed è motivato nel perseguirli: pertan-to, è perseverante nell’allenamento ed è disponi-bile ad affrontare anche carichi di lavoro intensi, capace di superare momenti difficili come infortu-ni o cattive prestazioni (Feltz e Chase, 1998). Infatti, le elevate convinzioni di autoefficacia hanno un’influenza anche sulla valutazione degli eventi: coloro che hanno un elevato senso di au-toefficacia tendono a ridurre al minimo l’influen-za negativa di imprevisti ed eventi negativi e ad avere una maggiore fiducia nelle proprie pos-sibilità di riuscita e di recupero; hanno inoltre maggiori probabilità di vivere la condizione di flow (Corsale, 2014) e di ottenere migliori prestazio-ni (Fig. 2). Al contrario, gli atleti con un basso senso di auto-efficacia tendono a porsi obiettivi poco ambiziosi (Bandura & Locke, 2003) e si scoraggiano più fa-cilmente di fronte a difficoltà e insuccessi. Inoltre S&C Beatrice Corsale BEATRICE CORSALE Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Ha collaborato con l’Istituto di Neurofi siologia del CNR di Pisa e con l’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport del CONI. È Docente nei corsi quadriennali di Specializzazione post lauream in Psicoterapia gestiti dall’AIAMC e riconosciuti dal MIUR, Cultore della materia per il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca ed è socio fondatore della Società Italiana di Psicologia Positiva. È Psicologa della federazione Italiana Badminton. Titolare dello Studio Corsale e del sito www. psicologo-ansia. it, è autrice di contributi scientifi ci e pubblicazioni in tema di psicologia e di benessere. autoeffi cacia favorisce il successo L’ Figura n°1 - Il senso di autoeffi cacia infl uisce sull’allenamento e sulla competizione

9. S&C 2. Laboratorio universitario per lo studio delle attività motorie nelle malattie rare (LUSAMMR), Università di Pavia LAVORO ORIGINALE PER S&C A Lisi C1, Di Natali G1, Rossi A2, D’Antona G2,3 1. SC di Riabilitazione Specialistica, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia 3. Dipartimento di Medicina Molecolare, Università di Pavia STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 41 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 41-47 INTRODUZIONE La muscolatura respiratoria che ha le stesse ca-ratteristiche fisiologiche di quella scheletrica1, può affaticarsi riducendo la propria efficienza1 e, in linea del tutto teorica, essere allenata in modo specifico 2-4. In realtà in alcune categorie di atle-ti che nell’allenamento sport-specifico e nell’e-spressione del gesto atletico dovrebbero allenare la muscolatura respiratoria non mostrano un au-mento significativo di parametri respiratori quali la CV (Capacità Vitale) o la CPT (Capacità Polmo-nare Totale), rispetto a soggetti normali non alle-nati5- 8. Un significativo incremento di CV è stato invece osservato in nuotatori e tuffatori. Questa evidenza può essere attribuita alla sollecitazione meccanica subita dai muscoli respiratori (soprat-tutto inspiratori) in presenza delle resistenze alla progressione in acqua che conduce ad un signifi-cativo aumento di CV e della CPT rispetto ai con-trolli non allenati4,9-11. Nonostante per diverso tempo fosse ampiamen-te accettato che la ventilazione polmonare non limitasse le prestazioni negli esseri umani sani, recentemente diverse evidenze sperimentali han-no tuttavia dimostrato come i muscoli inspiratori possano affaticarsi specialmente durante l’eser-cizio di resistenza intenso e questa modificazione funzionale possa compromettere l’intera presta-zione atletica12-17. In particolare, il costo meta-bolico della funzione respiratoria risulta elevato durante l’esercizio a carico massimale e richie-de fino al 16% del volume del sangue arterioso18. Alcuni autori hanno evidenziato come il ridotto flusso arterioso al muscolo scheletrico nel corso di lavoro massimale della muscolatura respirato-ria sia associato ad una vasocostrizione periferica per aumento del tono simpatico 19. Questo rifles-so metabolico di restrizione (o protezione), con relativa origine nei muscoli respiratori, può modu-lare il flusso arterioso alla muscolatura periferica tramite stimolazione dei neuroni vasocostrittori del sistema nervoso simpatico con conseguente riduzione dell’afflusso alla muscolatura periferica e comparsa di fatica agli arti superiori ed inferiori e conseguente riduzione o interruzione dello sfor-zo. In particolare, St Croix e collaboratori hanno evidenziato che un ciclo di allenamento impegna-tivo della muscolatura respiratoria è responsabi-le di un aumento significativo del tono simpatico muscolare dell’arto inferiore (MSNA) di origine chemio-riflessa20,piuttosto che meccano-rifles-sa, come dimostrato dalla mancata variazione di MSNA nei primi minuti dell’esercizio affaticante e il successivo aumento20. In uno studio successivo Sheel e collaboratori hanno confermato che MSNA ha la capacità, almeno nelle circostanze di riposo, di ridurre significativamente il flusso arterioso alla muscolatura periferica e la funzione vascolare21. I muscoli respiratori, quindi, in condizioni norma-li non sembrano raggiungere mai i propri limiti di affaticamento a causa dell’esistenza di MSNA di protezione. Questo riflesso di protezione sembra essere superato in seguito ad un esercizio svol- CLAUDIO LISI Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e in Medicina dello Sport. Dirigente Medico Fisiatra presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e Professore a contratto presso l’Università di Pavia. llenamento respiratorio in iperpnea isocapnica in calciatori professionisti GIUSEPPE DI NATALI Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione, Dirigente Medico Fisiatra presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e Professore a contratto presso l’Università di Pavia. PUBBLICATO PUBBLICATO PUBBLICATO PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA

10. S&C S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 49-54 Raffaele Scurati, Giovanni Michielon RAFFAELE SCURATI Ricercatore Docente di Nuoto e Teoria e Metodologia del Movimento Umano Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute Scuola di Scienze Motorie Università degli Studi di Milano L’ allenamento della forza nel nuoto nella letteratura recente GIOVANNI MICHIELON Professore Associato Docente di Nuoto e Teoria e Metodologia del Movimento Umano Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute Scuola di Scienze Motorie Università degli Studi di Milano PRESENTAZIONE Sono consapevole di affermare una cosa ovvia: aggiornarsi deve essere un impe-gno costante, oltre che necessario. Anche per chi opera in ambito metodologi-co e didattico nel complesso mondo del training sportivo. L’aggiornamento, al pari dell’attività di formazione, richiede impegno, impegno continuo e dunque fatica. Per usare una metafora gastronomica, si dovrebbe quindi diffidare delle facili e sempli-ficate “ricette”, peraltro oggi ovunque disponibili: non esiste, qui come altrove, un percorso facilitato. Tuttavia, per recuperare informazioni, pertinenti e specifiche, può essere estremamente utile prendere spunto dalle cosiddette “rassegne” di settore, indirizzate ai diversi ambiti dell’allenamento sportivo. Queste rassegne, per nulla facili da scrivere, ma sempre esemplari quando ben realizzate, consento-no al lettore di stabilire un punto di partenza per una sperimentazione personale, soprattutto quando l’argomento è l’allenamento della forza. Non tanto per l’incre-mento della stessa, ma per il miglioramento della prestazione. Che il miglioramento della forza sia passaggio obbligato, per tutte le discipline, è fatto incontrovertibile e sembra esserci una sostanziale identità di vedute nei pareri al riguardo. Quando però si passa dalle dichiarazioni agli aspetti applicativi, si scopre che i programmi di lavoro prevedono soluzioni che lasciano spazio solo a interpretazioni “collaudate”: improvvisamente si scopre che le intenzioni di partenza vengono sacrificate a scelte che rispettano “altre” priorità di training. Molti preparatori, interrogati in merito, giustificano le loro scelte con il “poco tempo” del quale disporrebbero per inserire nella programmazione esercizi di potenziamento muscolare e, pertanto, si rifugiano solo in scelte che rispettano peculiarità esclusivamente di natura specifica e funzio-nale. In altre parole: si “estraggono” dalla competizione gli elementi più specifici e funzionali ritenendoli più efficaci, rispetto alla somministrazione di altri esercizi che richiederebbero investimenti programmatici di più lungo respiro: insomma, si torna quasi all’uso della “competizione per allenare la competizione”. Poiché la prestazione e il mantenimento della stessa ad alto livello dipendono da molti fattori, tra i quali quello atletico è solo uno, ecco perché è necessario avere, prima di procedere all’organizzazione del training, una visione completa di quanto è già stato sperimentato, verificato e offerto al giudizio della comunità. E, mi per-metto di aggiungere, senza che si trascuri di ricorrere a qualche idea innovativa che meriti di essere collaudata. Giampietro Alberti Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute Scuola di Scienze Motorie - Università degli Studi di Milano STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 49

11. S&C O QUINTA PARTE STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 55 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 55-65 A proposito di esercizio. Il primo articolo, “Allena-re la Funzione è allenare il Movimento”, si è chiuso con una proposta (Strength & Conditioning. Per una scienza del movimento dell’uomo. Anno II, n°6, pag.38): “livellare” gli Esercizi, sulla base del rap-porto che lega l’Esercizio stesso con il Movimento Reale, ovvero con il movimento che “accade” quo-tidianamente. Abbiamo condiviso un’ipotesi. Ci siamo detti che l’Esercizio può presentare 5 livelli (Tab. 1): 1. il livello della sensibilizzazione muscolare se-lettiva (p.es. uso del diaframma e dei muscoli del pavimento pelvico); 2. il livello dell’attivazione in posizione orizzon-tale delle catene miofasciali (p.es. plank nel campo delle Horizontal Holding Postures); 3. il livello dell’appoggio bi/monopodalico in sta-zione verticale (p.es. Squat, Lunge, One Leg-ged Exercise); 4. il livello della catena chiusa/aperta con orien-tamento finalistico delle estremità effettrici (open ended chain; p.es. squat and lift o lunge and reach); 5. il livello della locomozione (corsa, arrampi-cata, salto, camminata, gattonamento, etc.). Dal 1° al 5° livello, la Forma degli Esercizi si va via via adeguando alla Funzione che la vita richie-de, proiettandosi dall’isolamento all’integrazione, dall’attivazione alla finalizzazione, dall’orizzontali-tà alla verticalità, dalla stazione alla locomozione, dalla Posizione all’Azione, fino alla riqualificazione dell’Abilità. Perdendo progressivamente punti di contatto al suolo, la Forma/Corpo esplora pattern di movi-mento semplici, ritrova un allineamento strut-turale stabilmente mobile e abile e si prepara all’“impatto” gravitario che l’espletamento della Funzione relazionale richiede. Ogni esercizio è Posizione/Movimento/Azione, e come tale (cfr. articolo 5 della serie: Conclude-re e tirare le somme. O tornare sui nostri passi, Strength & Conditioning. Per una scienza del mo-vimento dell’uomo. Anno III, n°8, pp.38-39), può innestarsi nella sincronicità e nella “simmetria” del movimento degli altri seguendo tre possibilità esecutive: • la prima porta le persone a eseguire movimenti più o meno identici gli uni rispetto agli altri (i fon-damentali individuali, i passi di danza, i movimenti quotidiani); • la seconda porta ad eseguire movimenti com-plementari, dove, p. es. uno si allontana e l’altro si avvicina (i fondamentali di squadra, gli sport di combattimento, le arti marziali, l’attività coreu-tica, la relazione e la comunicazione quotidiana); • la terza porta ad eseguire movimenti indipen-denti, “discorsivi”, in cui ogni persona (sedentario o sportivo) usa il linguaggio corporeo per espri-mere un suo lessico complesso e svincolato dagli altri (schema 1). Alberto Andorlini ALBERTO ANDORLINI Dopo una lunga esperienza come Insegnante di Educazione Fisica, è oggi Preparatore Atletico e Riabilitatore. La sua attività si lega da sempre all’interesse per l’evoluzione del Movimento e per lo sviluppo della Performance. Ha lavorato per A.C. Fiorentina, A.C. Siena, Al Arabi Sports Club, Chelsea f.C. e Nazionale femminile Calcio in qualità di Terapista e Preparatore Atletico. Attualmente è Riabilitatore presso l’U.S.Palermo. Collabora con il Training Lab di Firenze e svolge attività didattica nel corso di Laurea in Scienza e Tecnica dello Sport e delle Attività Motorie Preventive e Adattative dell’Università di Firenze. Continua a collaborare con S&C Alberto Andorlini, per almeno 3 testi originali, per tutto il 2014 e il 2015. ltre l’allenamento 7. Dal primo passo al primo passo e mezzo

12. S&C 67 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 67-72 Uno degli aspetti che sta velocemente e inesora-bilmente modificando i modelli tradizionali di ap-proccio della Medicina dello Sport nella prepara-zione degli atleti e nella formazione dei preparatori atletici è la consapevolezza che oggi, per portare un atleta quasi professionalmente impegnato a prepararsi per competere a livello internazionale, occorrono diverse professionalità che siano capaci di lavorare in team e di predisporre programmi di preparazione veramente personalizzata. Occorre un sofisticato staff medico, coordinato dallo spe-cialista in medicina dello sport, che preveda l’or-topedico, il fisioterapista, il dietologo, lo psicologo e il posturologo. Bisogna ammettere che quest’ultima figura non è ancora ben definita né in Italia, né nel resto del mondo. Diversi specialisti si occupano della valu-tazione posturale: Ortopedici, Pediatri, Ortodon-tisti, Odontoiatri, Gnatologi, Psicologi, Ortottici, oltre alla variegata categoria dei Fisioterapisti, Chiropratici, Massoterapisti, laureati in Scienze Motorie, ecc. Probabilmente i dati forniti dagli organismi inter-nazionali sulle alte percentuali della popolazione mondiale che soffre o ha sofferto di problematiche legate alla postura (si stima oltre il 60%) hanno spinto molti specialisti ad occuparsi della valuta-zione posturale. Se per un soggetto che pratica sport amatoriale è importante un buon equilibrio posturale, per un atleta professionista la corretta postura è addi-rittura indispensabile; infatti, se sottoponiamo un soggetto, che presenta paramorfismi o dismorfi- STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 Stefano Sabatini Medico, specialista in medicina dello sport. Collabora con diverse FSN e società sportive (calcio e basket) e svolge un’intensa attività di fi siatra in centri di FKT e riabilitazione funzionale. recenti avanzamenti nell’imaging della valutazione biometrica posturale: spinalmeter, cervicalmeter e pedana baropodometrica I Stefano Sabatini

13. S&C LUCA MARIN Dottore in Fisioterapia. Docente presso il Corso di Laurea in Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Pavia. Docente e Tecnico della Federazione Italiana Pesistica. LAMA-CRIAMS Università degli Studi di Pavia. MATTEO VANDONI Ricercatore presso il Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e Forense (Università di Pavia). LAMA-CRIAMS Università degli Studi di Pavia. LAVORO ORIGINALE PER S&C Il presente lavoro prosegue la linea di studio che indaga le re-lazioni tra le sensazioni sperimentate dagli individui durante la pratica dell’attività fisica, terapeutica, adattata o sportiva, e la loro aderenza, nel tempo, alla pratica stessa. Per questo mo-tivo, il lettore noterà che alcuni strumenti, utilizzati in tutti gli studi, vengono semplicemente nominati e accompagnati dalla nota bibliografica che rimanda al numero di S&C, in cui essi sono stati introdotti ed esaurientemente descritti. STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 73 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 73-76 INTRODUZIONE “Faccia un po’ di movimento”, “Vada a cammina-re”, “Nuoti”, “Esegua questi esercizi tutti i giorni e vedrà che…”, “Se dedicherà trenta minuti, tre volte alla settimana, a questo programma di eser-cizi, il mal di schiena sarà per lei solo un brutto ricordo”. Tutte le persone che soffrono regolar-mente di mal di schiena si sono sentite dire frasi simili a queste, ma poche in realtà hanno seguito e/o seguono questi consigli come si deve, ovve-ro con disciplina e rigore (Lonsdale et al., 2012). Disciplina e rigore... l’utilizzo di questi termini, dagli echi marziali, parrebbe eccessivo: in realtà, se provassimo ad immedesimarci nei pazienti, po-tremmo scoprire che non è così. Spesso il pro-gramma di esercizi domiciliari viene “consigliato” ai Pazienti, prestando assai poca attenzione alle loro attitudini/disponibilità. Inoltre, la scarsa pro-pensione degli utenti ad eseguire autonomamen-te gli esercizi induce i professionisti ad utilizzare una comunicazione che rinforza il concetto che il “bravo Paziente” si impegna per stare bene e, implicitamente, colpevolizza coloro che non ama-no allenarsi. Se a questo aggiungiamo che non sono molti i professionisti che hanno le conoscen-ze necessarie per consigliare/somministrare un programma di esercizi conforme a quello che la letteratura scientifica più attuale definisce “tailo-red” (leggasi: “su misura”), ovvero cucito addosso alla persona seguendo l’approccio biopsicosocia-le, otteniamo di delineare una situazione che non favorisce l’adesione al programma. Di contro dal 2001, anno della pubblicazione dell’International Classification of Functioning, Disability and He-alth (ICF), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sostiene l’approccio biopsicosociale ed in quest’ottica ha recentemente posto, tra gli obiettivi primari, il coinvolgimento del Paziente nel percorso di cura e la ricerca del suo benes-sere, anche psicologico. Sapendo che gli individui che provano sensazioni positive durante la pratica dell’attività fisica tendono a ripetere l’esperienza con regolarità (Young, 1953; Parfitt et al., 2006), è ipotizzabile che gli scopi dell’OMS e dei pazien-ti siano raggiungibili anche attraverso la scelta partecipata di attività/esercizi che perseguano i risultati attesi, inducendo e proprio facendo spe-rimentare al contempo sensazioni piacevoli. OBIETTIVI Lo studio è stato condotto, presso ambulatori di fisioterapia e palestre, dal Laboratorio di At-tività Motoria Adattata (LAMA) (CRIAMS) dell’U-niversità di Pavia, in collaborazione con l’Istituto di Cura Città di Pavia (ICCP), il Corso di Laurea in Scienze Motorie e il Corso di Laurea in Fisiotera-pia dell’Università di Pavia. Il primo obiettivo era valutare le sensazioni di piacevolezza e di fatica indotte da alcuni degli esercizi comunemente uti-lizzati nel trattamento e nella prevenzione della lombalgia aspecifica (NSLBP). Il secondo oggetto di indagine era di identificare, tra quelli sommi-nistrati, gli esercizi più graditi alle persone. Tali esercizi verranno utilizzati per il disegno di uno studio futuro sull’aderenza a programmi di atti-vità domiciliare autoselezionata, basati sulle pre-ferenze dei pazienti, versus programmi decisi dal professionista. ERWAN CODRONS Psicologo, assegnista di ricerca del dipartimento di sanità pubblica, medicina sperimentale e forense. LAMA-CRIAMS Università degli Studi di Pavia. Luca Marin, Matteo Vandoni, Erwan Codrons, Matteo Chiodaroli,Claudio Lisi, Giuseppe Di Natali PUBBLICATO PUBBLICATO PUBBLICATO PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA PRIMA VOLTA on Specifi c Low Back Pain: esercizi su misura N PRIMA PARTE

14. S&C P I movimenti contropliometrici: utilizzare l’articolazione non starter agonista/anta-gonista per incrementare il lavoro nel sistema circolare, utilizzando il baricentro STRENGTH & CONDITIONING. Per una scienza del movimento dell’uomo Anno III - Numero 10 / Ottobre-Dicembre 2014 77 S&C (Ita) n.10, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 77-79 I movimenti contropliometrici sono così deno-minati in quanto l’azione di un’articolazione non starter, ad esempio il ginocchio, produce un al-lungamento diretto di un muscolo, in questo caso il quadricipite, allo scopo di produrre un sovrac-carico di lavoro non sul muscolo coinvolto, ma sulla struttura stabilizzante il bacino ad anche estese, così che l’atteggiamento del corpo mag-giore di 180° non si modifichi con compensazioni negative, durante le fasi dinamiche di azione del ginocchio stesso. L’azione del ginocchio è parte integrante del camminare e dei gesti quotidiani, quindi la sua flesso-estensione produce normalmente una re-azione sull’inserzione prossimale del quadricipite (catena opposta di 1° grado), che si avvale del-le azioni compensative del bacino e della colonna vertebrale quando i muscoli addominali, nella loro azione principale sul piano sagittale, non sono in grado di fissare il bacino tanto stabilmente quanto è forte la trazione prodotta dal ginocchio (quindi se R>SA, dove R=reazione del capo pros-simale del quadricipite e SA=stabilizzazione ad-dominale del capo distale). La situazione sopra descritta comporta un ag-gravio per la muscolatura lombare, per i glutei ed una disattivazione dell’azione di estensori dell’an-ca e degli ischio-crurali che lavorano solo rispet-to al ginocchio; in fase dinamica ciò comporta un elevato rischio di: 1. Stiramento dei muscoli ischio-crurali. 2. Pubalgia. 3. Sciatalgia. 4. Tendinite. 1. Gli ischio-crurali lavorano solo come flessori del ginocchio e riducono sensibilmente il pro-prio grado di estensibilità. 2. Per mantenere la stazione eretta con il ba-cino antiverso, a causa dell’inestensibilità dell’anca, il soggetto tende ad inarcare la schiena estendendo l’addome. 3. La stessa situazione del punto 2 può pro-vocare compressioni vertebrali in zona lom-bare. 4. L’antiversione del bacino da stazione eretta tende ad aumentare l’angolo dell’articolazio-ne tibio-tarsica ed il SNC non utilizza il ran-ge motion non supportato dall’atteggiamen-to globale del corpo; tutti gli angoli che la caviglia assume per flessione del tronco in avanti o per generiche e molteplici fasi dina-miche non sono realmente supportati da una conoscenza statica e sono quindi a rischio infortunio (Test CANALI, vedi libro POSTURE E SPORT). tecnico addominale. VINCENZO CANALI Docente a.c. di posturologia applicata allo sport nel corso di Teoria e Metodologia dell’attività motoria - Scienze Motorie - Facoltà di Medicina e Chirurgia Università di Parma. Tecnico IAAF (Fed. Internazionale Atletica Leggera) e preparatore posturale di Elena Isimbaeva, campionessa olimpica di salto con l’asta ad Atene 2004 e a Pechino 2008. È anche titolare di quattro brevetti internazionali di macchine isotoniche a rotazione e posturali “defense”, per il potenziamento muscolare e per la mobilità articolare. Nella sua carriera di preparatore posturale e di ginnastica annovera anche gli olimpionici Gibilisco, Baldini, Di Martino e la collaborazione con varie squadre nazionali e federazioni sportive. roposta di sviluppo di un progetto di ginnastica posturale come prevenzione dei traumi da carico iterativo Vincenzo Canali Continua la sua collaborazione con S&C Vincenzo Canali per almeno 3 articoli originali, per tutto il 2015. QUARTA PARTE

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