Occupazione del Tibet_Alessia De Paolis

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Published on March 15, 2014

Author: CristinaGalizia

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L’OCCUPAZIONE TIBETANA Alessia De Paolis STORIA DEL TIBET Le notizie sull'origine del popolo tibetano sono poche ed incerte. Sembra, comunque, discendere dalle tribù nomadi guerriere. Tuttavia, prima del VII secolo, non vi sono evidenze di presenza di un popolo politicamente compatto. La storia propriamente conosciuta e documentabile del Tibet inizia con il re Songtsen Gampo (figlio di Namri Songtsen), il primo a convertirsi al buddismo nel 617 d.C Il re Songtsen Gampo di Yarlung unificò il paese assoggettando tutti i regni che vi si erano formati e fondò l'impero del Tibet che comprendeva tutti i territori in cui era parlato il tibetano. Nel 653 d.C venne aperta la prima scuola teologica tibetana, da cui prese origine, l'attuale alfabeto tibetano ed iniziò a prendere corpo la cultura tibetana. Nel VIII secolo l'impero tibetano ebbe un periodo di splendore sotto re Trisong Detsen che si estese nel territorio cinese ed in altri paesi dell'Asia centrale, arrivando ad occupare temporaneamente la capitale cinese Ch'ang-an.

CAUSE L’occupazione cinese del territorio tibetano cominciò, pacificamente, in seguito alla proclamazione, da parte di Mao Zedong, della Repubblica Popolare Cinese che, l’anno successivo, precisamente il 6 settembre 1950, invase i territori del Kahm occidentale, territorio di confine indipendente ma posto sotto l’egida del governo di Lhasa. La situazione precipitò, però, soltanto l’anno successivo quando, a Pechino, venne firmato l’Accordo dei 17 punti tra le autorità cinesi e quelle tibetana. L’accordo, in realtà mai entrato in vigore a causa di alcuni cavilli burocratici che ne sancirono l’invalidità giuridica, prevedeva che i cinesi non avrebbero invaso il resto del Tibet ne sarebbero entrati nel merito della politica interna del paese confinante, soltanto se i tibetano si fossero attivati affinché il territorio tibetano venisse un giorno considerato quale una vera e propria provincia cinese. L’accordo, che fu visto dai più intransigenti quale un vero e proprio ricatto, scatenò le ire della popolazione tibetana che, nel 1959, diede vita ad un’imponente protesta, sedata con sangue, che provocò la morte e la deportazione di oltre 150.000 tibetani. A questi eventi seguirono, nell’ordine, la fuga del Dalai Lama e del governo tibetano in India, e la rivoluzione culturale del 1966 – 1976 che, in soli 10 anni, distrusse la maggior parte delle opere storiche, culturali ed artistiche del Tibet cercando di rimpiazzarle con la storia, la cultura e l’arte cinese. Da allora la situazione è quella attuale e, nonostante gli sforzi del governo tibetano in esilio per rendere nota, all’opinione pubblica nonché alle istituzioni sovranazionali, la situazione, nulla o poco è stato fatto per definire i confini.

CONSEGUENZE Non potendo far accettare alla popolazione il ritorno forzato alla "madre patria", le forze d'occupazione commisero numerosi e orribili atti di barbarie. Gli ultimi anni sono stati segnati da continue offese al popolo tibetano e alla sua cultura. Si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell'occupazione cinese. Nel corso della famigerata "rivoluzione culturale" (1966-1976), seimila templi, cioè la quasi totalità dei luoghi di culto e una miriade di tesori artistici sono stati distrutti. E la tragedia tibetana continua:  Migliaia di tibetani sono in carcere per reati di opinione  Lingua, religione (della quale il regime vorrebbe cancellare l'influenza), storia, cultura sono negate  Le donne subiscono un odioso controllo delle nascite fatto di sterilizzazioni forzate e aborti sino agli ultimi mesi  L'ambiente già saccheggiato è in pericolo: la deforestazione provoca inondazioni sempre più frequenti e sempre più devastanti, si estinguono numerose specie animali, lo sfruttamento dei terreni provoca la desertificazione di vaste aree  Malgrado il muro di silenzio eretto dalla Cina, sappiamo che in Tibet esistono molti siti di stoccaggio e di lancio di armi nucleari  La situazione economica è catastrofica: il livello di vita è tra i più bassi del mondo, tanto che ai coloni e ai soldati cinesi viene dato uno status privilegiato e grossi incentivi economici  Il trasferimento massiccio e initerrotto di coloni cinesi riduce i tibetani a essere sempre più minoranza nel proprio paese. (da http://digilander.libero.it/rdirittiumanitibet/tibet.htm) Molte le manifestazioni di protesta, nel passato e oggi: molti i monaci che si sono dati fuoco. Simili atti drammatici, purtroppo, sono ormai in

continua espansione e, infatti, soltanto nel 2011 sarebbero ben 5 i monaci morti a seguito del gesto simbolico di darsi fuoco, mentre altri 5 sarebbero stati salvati in extremis. Inoltre “la presenza coloniale della Cina in Tibet sta provocando un disastro ecologico: la politica di sfruttamento del territorio che ha portato lo sconvolgimento ecologico di vaste aree del Paese delle Nevi distruggendo il patrimonio naturale. Numerosi testimoni oculari hanno detto che i grandi branchi di antilopi, gazzelle, asini selvatici, yak e pecore allo stato brado che esistevano prima della "liberazione" del Tibet, sono scomparsi. Nonostante questo ai turisti occidentali disposti a pagare somme considerevoli è permesso di cacciare. Le autorità di occupazione cinesi hanno messo in opera, dagli anni cinquanta a oggi, un progetto di capillare deforestazione del manto boschivo che ricopriva intere zone del Tibet. Ovviamente i "frutti" di questa dissennata politica di deforestazione vengono goduti solo da Pechino, e nulla rimane ai tibetani.” (da digilander)

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