Gramsci, dimenticato in Italia, va forte all'Estero | Left n.38 del 23.09.2017

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Published on September 24, 2017

Author: franceskerrante

Source: slideshare.net

1. 23 settembre 2017 LEFT 53 hissà cosa avrà pensato il premier Paolo Gentiloni, dai lontani trascorsi nella sini- stra extraparlamentare, quando, nel recente incontro di Corfù, ha sentito il leader greco Alexis Tsipras pronunciare queste parole: «Uno dei pensatori che amo e mi piace leg- gere è Antonio Gramsci. È lui a descrivere la crisi che stiamo vivendo: “Il vecchio è morto e il nuovo non è ancora nato”». Quella frase è stata postata su facebook da Enrico Rossi, governatore della Toscana e uno dei fondatori di Mdp. Basta leggere i commenti alle parole di Rossi per compren- dere l’altissima considerazione che circonda ancora oggi l’autore dei Quaderni del carcere. Un mix di stima, passione e riconoscimento per il pensiero originale del filosofo e politico sardo e per i suoi concetti chiave (dal concetto di egemonia alla guerra di movimento e guerra di posizione, dal partito come moderno Principe alla filosofia come praxis). Ma tutti si chiedono: perché Gramsci in Italia non si studia? Perché la politica di sinistra non riparte dal suo pensiero? In effetti, mentre all’estero si legge e si cita anche da parte delle nuove generazioni di poli- tici - è il caso, oltre che di Tsipras, di Pablo Iglesias o dell’ideologo di Podemos Juan Carlos Monedero - in Gramsci dimenticato in ItaliaMentre all’estero proliferano gli studi sul filosofo e politico sardo e il suo pensiero contribuisce al dibattito a sinistra, da noi ci si limita a qualche convegno. Non solo. Nonostante gli annunci di Matteo Renzi al Lingotto, l’Unità chiude. Nel silenzio del Pd CULTURA E POLITICA di Donatella Coccoli Italia Gramsci è precipitato in un cono d’ombra. E colpisce il fatto che in questo momento storico, così indefinito, frantumato e contraddittorio, non si senta la necessità, da parte della sinistra in fieri, di riprende- re le analisi originali di chi, nei dieci anni del carcere, ha costruito un pensiero preciso sulla crisi, sulle ori- gini dell’avvento del fascismo, sulla natura profonda del capitalismo. E invece, al di là degli studi a livello accademico e delle numerose pubblicazioni, emergo- no soltanto un paio di convegni organizzati da Mdp e Sinistra italiana, e proprio perché quest’anno ricor- reva l’ottantesimo anniversario della morte. Il nome di Gramsci non si sente mai pronunciare da chi è a sinistra del Pd. E tantomeno si sente parlare di lotta per l’egemonia culturale a partire anche dalla scuola, uno dei suoi cavalli di battaglia. Quanto al Pd, ci ave- va pensato Matteo Renzi al Lingotto nel marzo scorso a lanciare il suo fido consigliere Tommaso Nannicini sulle orme del pensatore sardo con lo slogan «Bisogna ripartire da Gramsci». Peccato che il quotidiano di Gramsci, l’Unità, voluto con quel nome nel 1924 per unire i contadini del Sud con gli operai del Nord, sia stato chiuso nel «silenzio del Pd», scrivono i redattori nell’ultimo pdf il 3 giugno. Pochi giorni dopo il segre- tario Renzi lancia Democratica, testata online. Ma non ha niente a che fare con Antonio Gramsci.

2. 54 LEFT 23 settembre 2017 ntonio Gramsci è il pensatore delle rivoluzioni in difficoltà e di quelle disfatte» spiega a Left Bac- car Gherib, preside della Facoltà di Scienze Giuridiche e di Eco- nomia e Commercio di Jendouba, in Tunisia, autore di Pensare la transizione con Gramsci, che nel marzo scorso ha preso parte a un seminario dal titolo Ritor- nare a Gramsci? svoltosi a Tunisi. «È solo recentemente, con la rivoluzione in Tunisia, che mi sono interessato al Gramsci dei Quaderni - racconta il docente -, cercando di trovarci concetti e analisi che aiutassero a capire la fase storica attraver- sata dal Paese. Così, mi sono reso conto che le nozio- ni di crisi dell’egemonia, di rivoluzione passiva e di blocco storico ci permettono di capire molto meglio tutte le evoluzione sociali, politiche e culturali che viviamo oggi. Penso che Gramsci sia l’esponente del marxismo, della sinistra e del pensiero critico più uti- le per la sinistra tunisina odierna». Dell’intellettuale italiano, nato nel 1891 ad Ales, in Sardegna, nel mondo arabo sono disponibili diver- se opere: Quaderni del carcere, tradotti nel 1994 da Adel Ghanim per la casa editrice Dar al Mustaqbal al Araby; Lettere dal carcere, che contengono la cor- rispondenza fra Gramsci e la madre tra il 1926 e il 1934, tradotte in arabo nel 2014 da Said Bukrami e diverse raccolte di articoli sono consultabili online. Decine sono invece le opere su Gramsci in arabo. Ma, nonostante la diffusione di questi testi, non si può parlare di una vera e propria influenza del pensiero dell’intellettuale italiano nella dot- trina politica delle sinistre arabe. Mentre alcuni concetti, come quello di intellettuale organico o società civile, sono entrati a far parte del vocabo- MONDO ARABO lario culturale delle classi intellettuali arabe gra- zie a figure gramsciane arabe come Edward Said, intellettuale palestinese naturalizzato americano, docente di letteratura comparata alla Columbia University, diventato noto dopo la pubblicazione di Orientalismo. Secondo Yassin Haj Saleh, giornalista e scrittore si- riano, raggiunto al telefono a Istanbul, città dove oggi vive in esilio, nel caso siriano «non si può par- lare di influenza del pensiero gramsciano nelle pras- si politiche delle organizzazioni comuniste siriane. Non c’è stata una organizzazione che ha abbraccia- to il suo insegnamento trasformandolo in dottrina. Gramsci rimane conosciuto come intellettuale ma non come guida politica benché lo fosse». Questo, prosegue Haj Saleh, «nonostante la sua figura sia di- ventata particolarmente nota fra gli anni 60 e 80 e il suo lavoro sia stato utilizzato all’interno del campo culturale degli intellettuali». La limitata influenza di Gramsci nella dottrina poli- tica comunista araba è dovuta alla mancata rottura di una egemonia culturale repressiva dei regimi al pote- re nei vari Paesi ma anche dalla parabola delle sinistre arabe che, dagli anni Settanta in poi, si sono divise e scisse in mille rivoli: atomizzandosi. Nonostante questa situazione, è interessante notare che «ci sono stati intellettuali che hanno tentato di arabizzare il marxismo - spiega Abdallah al Hallaq, scrittore e giornalista siriano, oggi in esilio in Italia -, come Yassin Al Hafez e Elias Murkus», quest’ul- timo cercò di unire il marxismo al nazionalismo arabo. Mentre in Libano, durante la guerra civile (1975-1990), Mahdi Amel, pseudonimo di Hassan Hamadan, esponente del partito comunista libane- se assassinato nel 1987 da Hezbollah a Beirut, diede La sinistra araba ricomincia da Gramsci L’autore dei Quadernidelcarcere vive una nuova giovinezza tra le aule universitarie in Tunisia. E, secondo alcuni intellettuali, il suo pensiero potrebbe cambiare il destino dei partiti comunisti nei Paesi delle primavere arabe. Ma bisogna fare i conti con Islam e democrazia di Shady Hamadi « A

3. 23 settembre 2017 LEFT 57 sosteneva che non fosse possibile un modello di so- cialismo unico in tutto il mondo», spiegava all’epoca lo studioso cercando di incanalare il suo ambito di ricerca nel concetto di armonia sociale (dal sapore confuciano) delineato dall’allora presidente cinese Hu Jintao. «L’economia del mio Paese ha conosciuto un processo di sviluppo rapidissimo. Questo ha però prodotto molti problemi sociali. Differenze tra la campagna e le città. Differenze tra le regioni, special- mente tra Est e Ovest. In queste condizioni è difficile costruire una società armoniosa. Per questo ritengo sia indispensabile studiare la teoria dell’egemonia». La conoscenza del pensiero gramsciano nella Re- pubblica popolare è prima di tutto una questione di traduzione. Proprio la carenza di testi in mandarino è una delle ragioni per le quali gli studi sul politico e intellettuale sardo non sono ancora molti, sebbene in costante aumento negli anni, così come i simposi e gli incontri a lui dedicati. Lo scrive lo stesso Tian in un articolo dello scorso aprile. Qualcosa però si muove. Nel 2019 dovrebbero infatti essere pubblicati i primi tre volumi dei Quaderni: Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura; Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce; Note su Machia- velli, sulla politica e sullo Stato moderno. Soltanto nel 2021, per celebrare i 130 anni dalla nascita di Gramsci saranno pubblicati gli ultimi tre volumi: Sul Risorgimento; Letteratura e la vita nazionale; Passato e presente. Non sfugge che le traduzioni se- guono la divisione dell’opera fatta nel primo dopoguerra da Palmiro Togliatti e non la successiva rico- struzione cronologica curata da Valentino Gerratana. La scoperta del pensatore co- munista oltre la Muraglia corre di pari passo con la storia della Repubblica popolare dal 1949 a oggi. È infatti soltanto nel 1956 che il nome di Gramsci ini- zia a farsi strada in Cina, per ricadere nel dimentica- toio negli anni della Rivoluzione culturale, quando il pur vivace dibattito tra le fazioni era teso a dimostra- re l’aderenza al pensiero di Mao Zedong. La politica di riforma intrapresa da Deng Xiaoping ha riacceso l’attenzione. I primi articoli accademici lo collocano all’interno del cosiddetto “marxismo occidentale”, categoria che però aveva all’epoca un’accezione ne- gativa, indicando l’aver abbandonato il materialismo per l’idealismo. Si tratta di una collocazione dettata dal particolare sviluppo del marxismo nel Paese, la cui linea d’evoluzione parte dal filosofo di Trevi per passare da Lenin fino al Grande timoniere. L’impor- tanza di Tian Shigang è proprio quella di aver sposta- to il discorso, contrastando l’immagine di Gramsci data dagli articoli di Xu Chongwen e ammettendo al contrario che il politico sardo debba essere conside- rato «il teorico marxista più peculiarmente creativo dalla scomparsa di Lenin». La seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso è quindi l’epoca della scelta dei termini per rendere Gramsci in cinese. Valga su tutti il dibattito e la ri- cerca sulla traduzione del concetto di egemonia. Per Tian utilizzare la parola baquan non sarebbe corretto. Si tratta infatti di un concetto che rimanda al periodo pre-imperiale, all’egemone che fondava il suo ruolo di guida sulla forza e sul dominio. Per estensione, di egemonismo veniva accusata anche l’Unione sovieti- ca nel periodo di rottura tra le due principali potenze comuniste a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Ecco perché lo studioso opta per il termine lingdao- quan, nel senso di egemonia come direzione. Ling- dao infatti è il capo, ma anche la guida e lo si usa ad esempio anche nella Costituzione cinese per rendere il ruolo del Partito comunista all’interno dello Sta- to. Spiega ancora Tian Shigang che negli ultimi anni la ricerca cinese sugli studi gramsciani si è orientata verso la teoria della leadership. Qualche sentore del pensatore italiano può essere ritrovato nelle cosiddet- te “Tre rappresentatività” di Jiang Zemin, ossia nella teoria alla base della cooptazione attuata dal Pcc di quelli che all’i- nizio degli anni 2000 erano con- siderati i settori produttivi più avanzati della società. Di fatto si trattava di inglobare all’interno di un partito ormai di governo e non più rivoluzionario strati sempre più ampi della popolazione. Più di recente Li Xin dell’Università danese di Aalborg, ha provato a utilizzare le categorie gramsciane per parlare del “sogno cinese” tratteggia- to da Xi Jinping, a stretto giro dalla sua nomina a segretario del Pcc e a capo di Stato. Il presidente ha voluto dare ai cinesi la prospettiva di un risorgimento nazionale che, dopo gli anni di crescita economica a doppia cifra, riportasse il Paese al ruolo che le spetta, dato il grande passato, anche sul piano geografico, politico, militare e diplomatico. «Gramsci ha enfa- tizzato il legame inscindibile tra socialismo e demo- crazia», scrive ancora Tian, «senza socialismo non ci può essere democrazia e senza democrazia non ci può essere socialismo». Ora, conclude, è quindi arrivato il tempo per i cinesi di studiare Gramsci a tutto tondo, così da poter capire a pieno come riusciva a tenere assieme un teoria adat- ta ai tempi con la pratica rivoluzionaria. A questo do- vrebbe contribuire la pubblicazione dei Quaderni del carcere nei prossimi anni. «Credo quindi che la Cina conoscerà una nuova ondata di studi a lui dedicati». Il dibattito è su come tradurre “egemonia”. SecondoTian è meglio lingdaoquan, nel senso di “direzione”

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