Gabriele D'Annunzio - Italia o Morte (1919)

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Published on March 7, 2014

Author: movimentoirredentistaitaliano

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,^5«>ta GABRIELE D'ANNUNZIO ITALIA O MORTE m^ lf> - 0- %k PRESSO LA FIONDA IN ROMA MCMXIX ^

PROPRIETÀ LETTERARIA. RISERVATI TUTTI Roma - I DIRITTI. Società Anonima Poliokafica Italiana.

/" ^ ITALIA MORTE.

n I. BISOGNA liani razzarsi riconoscere una agli Ita- lesta facilità di sba- dell'eroismo vivente, che incomodo e importuno, imbalsamandolo in frasi storiche da custodire negli archivi o da riporre nelle è epitomi, così come oggi lestamente minuzzano la vittoria e la rimescolano e rimpasticciano con avanzi innominabili e ne fanno un lungo beverone da sagginare i porci. Or è poche settimane, Fiume pareva lo spasimo d'Italia come FIessi affettano e trinciano e

ITALIA O MOBTE 8 spasimo di Fiume. Per Pentecoste, che è la festa dello talia era lo la Spirito e della Fiamma, demmo ingenuamente il " cre- ci di celebrare giorno della città olocausta per tutti gli Italiani di qualunque cre- denza „. Alludendo alla parola del vangelo di Giovanni, un interprete scrisse : " oggi soffia nel viso noi Italiani, di tutti il Fiume viso col suo soffio Ricevete lo Spirito, ci avvampa e ; dice ricevete : la Fiamma. Or ò tre mesi appena. „ Al soffio divino non risponde oggi se non il rutto sconcio. Tutta la nazione è soddisfatta d'aver digerito il suo pasto cotidiano, e non pensa se non a quello di domani doman e di l'altro. Il salmista lu- cano, che infiora di citazioni pere- grine tivi i suoi componimenti esorta- all'unione ventrale e alla con- cordia escremontale, può sare il salmista ebraico : parafra" D'adipe

ITALIA O MOKTE 9 e di grassezza sia ripiena l'anima mia come Non c'è prudente rarsi la vostra. cera Ulisse d' zianti sirene della per tu- contro le stra- orecchie le „ neppur bisogno del Quaruaro. Basta l'adipe. famoso " grido di dolore „, che giungeva al cuore del secondo Emanuele, non turba l'Italia del terzo intenta a consumare coi cadetti americani in conviti propiIl ziatorii viveri i imitare mal concessi diligentemente il e a sorriso meccanico del despota quacquero ascoltando il buon colonnello pedagogo che rimastica i suoi primi studii geografici l'Italia gli sia forma zeppo di un per dirci come sempre apparsa in « piccolo stivale pieno di antichità. „ Orgoglio latino, alza tre volte il bicchiere in onore della gente che alfine riesce ad esercitare la pò-

ITALIA O MORTE 10 lizia punitiva in Fiume ternando col coriaceo inglese i suoi detective „ morte „ riffori. Si grida tuttavia laggiù " d'Italia al- " Italia o ? È un lonnello antichità grido West mette nel che il cocon le altre storico " piccolo stivale „ sua geografia puerile. Agli della beverone di Caperette deve sembrar più remoto e più fioco della sentenza scritta con l'indice intinto nel sangue nero dal fuoruscito fiorentino di Montemurlo. Deve sembrar più leggendario delle tre parole che la Italiani enfii mano del tre invisibile convito il del di tracciò sul Baltbazar nemico penetrava muro men- in Babi- lonia. Il nemico è penetrato nell'intima carne d'Italia; perchè l'Italia non è in quelli che di lei vivono trafficandola e falsandola senza pu-

ITALIA O MORTE dorè ma 11 che per lei sola vivono e per lei sola patiscono e per lei sola sono pronti a moin quelli rire. ^ L'Italia conosco la fame, non conosce il disonore „ disse il ciarlone che nella immunità di Vallombrosa restaura oggi le sue forze compromesse dalle troppe salivazioni e lacrimazioni mentre a neria (gli intempestive, lui colpevole Italiani di grazia- capiscono an- cora l'italiano, almeno quello dei converrebbe fosse applicata la ragion sommaria del generale Oraziani punitore encomiabisticci ?) bile. " L'Italia, se me, conosce il non conosce disonore „ la fa- chiosa un altro parolaio senza lacrime, imprimendo l'estremo sussulto dell'applauso all'assemblea moribonda

ITALIA O MOETE 12 che perisce di coprofagia col muso nel tròo'olo dell'Inchiesta. conosce il discnere, e senza rossore, senza rivolta. Fisa al ventre cinico ed emSì, l'Italia ogori blematico di chi la sbigottisce e la inganna, di chi la moralizza corrompe, di chi spossa, l' Italia la esorta non pur si e la e la volge che dal fondo del ricorda una promessa al grido figliale Quarnaro le d'amore e d'onore, un more e rato e d'onore, inviolabile. patto d'a- un pegno giu- Non ode una voce viva, ma vede dileguarsi nei vani vènti i fogli volanti in cui sono impresse le tre parole vane e confondersi tano i con quelli che van- prodotti alimentari e le ver- giuramento sanguinoso non è più so non un cartellino gualcito e scolorito che il buon borghese regnicolo fisserà con uno spillo, tra la scheggetta nici lustre. Il

ITALIA O MOBTE di (rranata e sassolino del Grjip- il museo domestico nel suo pa, 13 di guerra. La Nazione non cinque, come Furit ardor edendi. fa i i suoi pasti nuovi : poliziotti inglesi di ma almeno tre. La consueta zoviglia domenicale soppressa. come lo Fiume, goz- non può essere trinciante mariuolo, Il chiamerebbe il Redi, am- monisce ogni giorno con un ma lino terribile paterno, riso- allun- gando ogni giorno d'un punto sua cintura nella fibbia la lucida: Se oggi non ti prosternerai, domani non manducherai. Se oggi non ti calerai le brache, domani " ti s'aggrinzeranno intorno alla tua consunzione certa „. Il coro docile risponde " Dove si manduca, il tuo senno ci conduca. „ E pare : musica postuma autore di quel dell' elefantesco melodramma nazio- nale che s'intitola I pagliacci.

ITALIA O MORTE 14 Ma c'è chi, per onnivoro condotto degli scalcili, c'è pane questo dal chi di bocca, c'è toglie il Ieri popolo più furbo s'è chi tozzo di tra i tolto ancóra il si denti. un povero ragazzo fiumano, che suo padre m'aveva condotto, l'ho udito singhiozzare nel raccon- tarmi quel che avevano fatto i suoi compagni, durante gli anni della guerra disperata. Pativano la fame, per sfamare i prigionieri. Ogni giorno rinunziavano alla loro scarsa razione di pane, alla loro misera fetta di polenta, per sfamare i grandi fratelli Pigliavano bastonate e infelici. scapaccioni dalle sentinelle, ma non si sgomentavano e nascondevano sul loro piccolo cuore fedele,, ; come reliquie sante, come amuleti miracolosi, le stelline di metallo a loro offerte dai beneficati. Un'ordinanza della polizia un-

ITALIA O MORTE 15 ghoreso stabiliva seicento corone di multa, cinque anni di carcere duro e la perdita dei diritti civili per chiunque desse ospitalità o in qualsiasi modo Dopo gioniero italiano. fangosa e ansante di col mandra vinti cacciata città, pri- la rotta di Caporetto, ogni giorno una versava la un soccorresse attra- innanzi pungolo della baionetta e col dalla calcio del fucile sbirraglia croata. I cittadini piangevano, be- vevano le lacrime in silenzio; e struorgevano di scalzi, laceri, aiutare i seminudi, si fratelli divorati dalla febbre e dalla fame, vivi sol- tanto negli occhi supplichevoli. prigionieri I marcivano chiusi un recinto, davanti mia e dall'Accademia in ; all'Accadei marinai austriaci vigilando avvertivano sùbito le sentinelle se dino aiuto. tentasse Ogni di mai un portar tentativo citta- qualche diretto es-

ITALIA O MOETE 16 sendo fallito, stormi di bimbi scalzi andavano allora incontro alle donne del soccorso, si empivano d'involti le tasche e le camicie bal- poi, ; zando sui tranvai in corsa, li lanciavano di là dal reticolato e dalla ringhiera. Una un pezzo volta pane bianco urtò contro la som- mità del reticolato e rimbalzò Un bimbo di ardito fuori. raccolse lo e riuscì a metterlo sulmuricciuolo fra le La sbarre della rino^hiera. tinella bosniaca non lo tolse; con una verora sferzava a mani la faccia e le sen- • ma sangue di oo^oi uomo che tentasse di afferrarlo. Con un prodigio di destrezza il bimbo riesci a giungerlo e a spingerlo di là dal muro. Con gli felicità e di dita che gli occhi lacrime, raggianti di ritrasse le sanguinavano e scosse le gocciole al sole. La mia i sera, dal recinto dell'Accade- prigionieri si trasferivano alle

ITALIA O MORTE 17 ì)ar.i(3clie del sonno e doU'insonnio. Durante il dell'ombra, cammino, profittando i sofferenti erano più tratti dalle file e condotti dentro le porte e confortati con minestre calde e con Nessun rischio altri ristori. sconfidava quell'ardore di carità. Gli infelici passavano la notte una sotto tettoia, in un cortile della una casa Alcune bam- Pilatura di riso, posto tra e un muro di cinta. bine studiarono il modo segreto di giungere fino ai prigionieri. Guadarono una gora profonda di là dalla quale era un porcile addossato al muro. Si arrampicarono viste, riescirono E non a togliere una pie- buco praticato ponevano gli involti, attente al segnale che dalla casa annunziava l'allontanarsi tra. nel della sentinella croata. Centinaia di famiglie, incuranti pena, raccolsero nelle loro della case i fuijoriaschi. Li tennero na-

ITALIA O MORTE 18 scosti nell'ansia e nella pazienza di mesi e di anni. Per nutrirli, soffer- sero moltiplicate le privazioni della loro povertà. Per alleviarne la tri- permisero che essi si abbandonassero a imprudenze che stezza e il tedio, potevano costare agli ospiti la li- bertà e la vita. Uno dei prigionieri, rista fante, malato sentendosi molto amin punto e un semina- di spegnersi, trovò tuttavia la forza di fuggire. stramazzò Sfinito, dinanzi a una porta, sul lastrico. Raccolto da famiglia di operai, fa messo a Un medico una letto. scosto, lo chiamato di nariconobbe infermo di tifo. Allora suo rifugio per il pietoso, tutti i vi- per tutti i popolani del quartiere, divenne un focolare oegreto di carità patria. Ciascuno febbricitava per r infermo, si consumava per l'infermo, vegliava per l'infermo, palpitava per lui, tremava per cini,

ITALIA O MORTE 19 Nel polso del giovine ricoverato batteva la passione d'Italia. Come lui tanti altri furono celati, provveduti di tutto da chi aveva bisogno di tutto, accompagnati di giorno e di notte da una casa allui. l'altra, col rischio urgente, da una famiglia all'altra, per sviare le ri- cerche della polizia di confine. I più poveri gareggiavano di liberalità e di coraggio coi men poveri. Una pane di bocca ai suoi figliuoli e metteva insieme a stento la corona con cui corrompeva ogni sera il soldato austriaco perchè portasse qualcosa da manlavoratrice levava il giare a tre prigionieri che scarica- vano carbone al Molo lungo. I tre un mattino furono avvertiti che dovevano partire per l'iVlbania a morire di malaria e d' inedia. Scamil parono, e si rifugiarono nella casa donna che li nascose nella soffitta mentre gli sbirri li cercadella

20 - vano ITALIA O MORTE di soglia in soorlia. spite, carica di l'o- non pocome tutto figliuoli, teva più sostentarli, e il Come quartiere era povero, essi furono vicenda ora da una famima la prima glia ora da un'altra soccorritrice volle sempre averne uno, e le sue creature erano contente della minestra scarsa. Te ne ricordi, Annibale Tiberti della mia nutriti a ; Aquila d'Abruzzi? Questo Tiberti era così malato di scoramento, così accasciato e smorto, che il medico (un vero dottor serafico per nome Garofolo, ritore affettuoso di tutti i gua- prigionieri venuti in salvo) gli consigliò di passeggiare al sole lungo la riva per- chè non intristisse ancor di più e non finisse di languore. La donna lo accompagnava sempre, contenendo a ogni incontro. Ogni il palpito volta prima di uscire col fratello pallido, prima di compiere quel-

ITALIA O MOKTE 21 accomiatava dai figli perchè sapeva che avrebbe potuto esser colta dalle guardie e non più ritornare. Te ne ricordi, fraTatto di pietà, tello s' d'Abruzzi? Ella volta: " Non andare in diceva ogni importa. Sarò fiera di prigione per questo. „ Ti ricordi del suo nome ? Si chiamava Amelia Martinato Zanghi l'eroina oscura. Cento nomi, mille nomi come questo risplendono nella memoria dei beneficati, dei salvati. anche i loro cuori si sono oggi induriti ? o anch'essi oggi sono infedeli alla fe- dele? anch'essi ogoi la rinneorano, prima che il gallo di Francia canti per la terza volta jugoslavo? Un giovine di il reco mattutino nome Vincenzo Giusti, addetto all'ospedale militare di Fiume, non aveva se non un pen-

ITALIA O MORTE 22 non aveva se non una cura, una passione, una divozione: aiutare i prigionieri, far qualche bene siero, ai fratelli italiani, consolare la sua gente sciagurata. Venuto in rimosso sospetto, fu dall'officio e spedito alla fronte. Es- sendo riuscito a disertare, restò undici mesi nascosto. Poi, munito di documenti falsi, ritornò a Fiume per continuare l'opera pia. Ritrovò compagni di fede e di fervore, coi quali pur nella lontananza aveva comunicato fornendo notizie, dando i e ricevendo coraggio e speranza. Era giunto in città dopo Nell'autunno sinistro, voli le la rotta. lamente- mandre umane traversavano vie, ripartivano sostavano, ciosa agonia trascinata : le cen- da piedi accompagnata da una sete e da una fame che succhiavano la mota e la selce. Una sera, fatto il gonfii, buio, si presentò al suo ospedale

ITALIA O MORTK dove la 23 sua gente moriva di atan- cliezza e di digiuno. Aveva seco un sacco di viveri e uu rotolo di lane. L'ospedale era vigilato con estre- mo da più cerchie di sentinelle, percorso da ronde frequenti. Sagace quanto audace, derigore, guardato liberato di affrontare ogni pericolo e di morire per l'Italia non avendo voluto morire contro l'Italia, superò la prima sentinella ; penetrò nella prossima cuin agguato per co- corte, si appiattò nella cina, e stette gliere il momento favorevole a in- tromettersi nell'andito che correva lun^o la corte e a raorgiunorere la corsìa dove erano ricoverati nieri. zando Trattenendo il il prigio- respiro, smor- passo, soffocando profittando di ogni i ombra il cuore, e di ogni nascondiglio, giunse a poche braccia dalla soglia ; quando udì la voce che annunziava alla corsìa l'ispezione del medico croato. Si tenne perduto,

ITALIA O MORTE 24 ma nou perdette nò l'ardire uè dore. Sùbito entrò come un l'ar- soffio del vento d'Italia; gettò ai fratelli il sacco e cuno il rotolo; strinse fra le sue braccia. silenzio spasimoso ch'egli E qual- tutto aveva il di- vorato nell'attesa e nell'approccio riscoppiò in .questa sola parola, som- messa come una preghiera, alta come una invocazione: „ Ricordatevene, fratelli. Fiume è italiana „. Potè fuggire, potè salvarsi. Potè ritornare dieci volte, cento volte, di sopra ai muri, su per le finestre, giù per le cappe dei camini, con miracoli di amore. Ogni volta ripeteva: " italiana. Ricordatevene. Fiume è „ Gli assiderati affamati si si riscaldavano, gli sfamavano. Tutti erano di uq sono collegati a tra- dire e a punire la generosità di una consolati dalla generosità solo. Oggi tutti

ITALIA O MO«TE sola. Quella fame, che fu sfamata dalla povertà eroica, ojrgi contro di 25 lei si drizza come un arnese iniquo asservimento e di estorsione. Edendi insatiatus amor „ dice latino di Roma. " Moriendi in- " il satiatus amor „ dice il latino del Quarnaro dantesco. Ma, come nei giorni di Caporetto, morire non basta. Se morire è cessare di combattere, non si può morire.

II. Per qua dal mare di l'Italia i morti sono morti, l'ossame è ossame. Ce ne sono di tutt'ora nell'Alpe, a centinaia nomi dei luoghi mande d'un tempo i essere iterate; le ; insepolti e sappiamo Le deserti. do- atroci possono visioni lugubri possono essere risollevate nella memoria. C'è tuttora in quella fòiba del Carso, di là dal Vallone del sangue, laggiù, verso quello scheletro Nova scoperto Villa, dalla frana, lavato dalla bufera, rimasto in piedi contro il terriccio rosso,

ITALIA O MORTE 28 con tro i il buchi del teschio rivolti con- nemico ? C'è tuttora, l'Osservatorio delle là, presso Bombarde, a ponente del Veliki, in quello scheggione d'inferno, quel braccio levato fuori dei chiuso, tutto cartilagini, sassi, pugno col un seccume tenace tendini di e di di ossi, nemico? Ma non bastano due occhiaie, non basta un pugno. Il nemico è rivolto contro il oggi da per tutto: davanti, dietro, manca. I morti, per difendersi, fanno il cerchio e il quadrato, in mezzo alla nazione. a destra, a Nella terra di San Yito i nostri morti sono sicuri. Nella terra della passione i nostri pace. Se i vivi temono. Se i morti sono in temono, essi non vivi dubitano, essi non dubitano. Sono sepolti nella pura fede, nella fede profonda. Ubaldo, a Pisa, fece trasportare dalle cinquantatrè L'arcivescovo

ITALIA O MORTE (Talere terra hi del 99 Calvario per Camposanto. Nel un sol (riorno aveva essa ffiro di la virtù di consumare il corpo sepolto e di ridurlo in candido ossa. Le ossa splendevano in occulto empirne come il suo le radici dell'albero eternale. Verrà un giorno che le madri degli eroi, le sorelle degli eroi, le donne degli terra le di fosse. Fiume per magnificarne Ci sarà un console del che rinnoverà popolo gioso eroi trasporteranno la dell'arcivescovo l'atto reli- pisano. Ci saranno uomini liberi che con un grano di quella terra si comunicheranno, inginocchiati come Andrea Bafile su la riva sinistra del prima Piave, d'intraprendere la loro battaglia, cruenta o incruenta. Non dirò se non un solo gesto sublime: quello della donna che, disprezzando la sua vita, volle rischiarla per un attimo d'estasi

ITALIA O MORTE 30 nel guardare la faccia del primo eroe italiano caduto dal cielo della città. Nel principio d'agosto del 1916 apparve sopra il porto una squadriglia da bombardamento nostra. Tutti i cuori balzarono al rombo, come come se si approssimasse a se l'aria tasse tricolore. aspri del un tratto diven- Contro Comando l'Italia^ gli ordini austriaco, in onta alle repressioni brutali, tutte le vie e tutte le piazze si riempi- rono d'un fervore incoercibile. La città fu una sola faccia levata, un solo sguardo appassionato, un'ansia sola, un solo anelito, mentre le batterie tonavano e l'azzurro si la- cerava di scoppio in scoppio. Ma il grido dei petti superò ogni tuono, ogni stridore. parecchi, colpito, suolo. Dallo Uno degli ap- precipitava schianto e dal muc- chio balzarono due combattenti lesi. Impigliato nei al rottami il- un

ITALIA O MORTK corpo saiinruinoso restava bile; e della tela, del 31 immo- metallo, dei legno faceva una sola cosa umana, un solo strazio umano, come se tutto fosse scheletro e carne della patria, essenza e sangue della patria. Il popolo s'inginocchiò, e pianse. Silenziosamente ricevette su le sue braccia quella salma, la prese sul suo cuore, la chiuse nella sua anima co- me nell'arca della fedeltà, no fece un altro altare della sua preghiera. cadavere del tenente Caparello fu deposto nella camera mortuaria del cimitero. Sul far della sera, una donna fiumana — che soleva portar fiori atalla tomba del suo figliuolo tese il buio per tentar di penetrare nel luogo dove giaceva il giovine Dagli sbirri iingheri il — pilota. Eiuscì. perchiare il la Non temette di sco- cassa per conoscere viso eroico del suo fratello d'I- talia. Lo baciò, lo rimirò, lo sparse

ITALIA O MORTE 32 di fiori; sangue che Lo capo. il fazzoletto nel stillava da un fòro del bagaò ricoperse. La mattina dopo, seppellitori i profani, riaperta la cassa, meraviglia con Quando il corpo videro fiorito. l'ebbero sotterrato, la se- poltura subito come si fiorì la bara. Per impedire l'offerta gloriosa, la polizia mise a guardia del sepolcro due dei suoi sgherri più occhiuti. Non valse. Le donne fiumane per un anno, per due anni, fecero a gara nello sfidare qualunque ora, con tempo. Sempre l'eroe fiori lande. fu e fronde, in La tomba venerata qualunque d'Italia ebbe primo caduto il tabernacolo della promissione. Ogni mana chinò v'andò madre pellegrina e vi credente. in fasci, in ghir- del come rischio, il Coronò in fius'in- quel morto i centomila morti della guerra nostra, i cinquecentomila

ITALIA O MORTE morti i della nosti'a 88 guerra santa, ciiiquecentoraila figli della più grande Italia. E la donna, che prima e sola aveva contemplato il caro viso, fu avvolta d'onore e d'amore come una Veronica dal sudario non effigiato. Quale ho è scritto nome? Se diauzi nome d'una miseri- suo il il d'una cordiosa, fermi, d'una consolatrice d'in- dominatrice di sole, umile che donava il sole come aveva donato il pane tolto alla sua povertà nascosta, l'ho scritto per ispirazione di mia madre, l'ho scritto per volontà di mia madre che mi vigila di laggiù, d'una creatura dalla mia natale espresso terra natale, dalla terra di quel beneficato. Ho così la gratitudine della mia gente, che s'affatica tra l'A- driatico e l'Appennino.

ITALIA O MOETE 34 Ma nome il tutte le donne Ardenza; ma il nome di donne fiumane è Pazienza. fiumane tutte le Non mai dei di è il ^ Santi pazientissimo'ardore Padri fu „ testimoniato con una vigoria così maschia. Non mai nella storia delle grandi lotte civiche, le ispiratrici e le sosteni- uno spirito così potente. Le donne di Aquileia fa- trici rivelarono cevano delle loro trecce corde per gli archi, nella resistenza Le donne estrema. Messina portavano in grembo la calce il mattone la pietra, portavano a spalla le tavole le fascine i barili, per riparare la breccia. Le donne di Fiume tendono senza fine l'arco dello sforzo, a furia d'anima. La muraglia dell'italianità la sostengono e rincalzano a furia d'anima. L'arco dice: " spezzar o giungere „. La mu" Né per tremuoto né raglia dice per sostegno manco „. E linguagdi :

ITALIA O MORTE 3& gio dantesco, idioma del Quarnaro. E fierezza comunale. È bello che munale si l'antica libertà co- ristampi, di generazione in generazione, nella matrice eroica. La risposta cruda di Caterina Sforza, dall'alto della torre roma- gnola, è appropriata a questo raggio feroce: " co- Qui n'ho il conio „. sono stampati a simiglianza delle madri, come abbiamo veI figli duto. Hanno bevuto un latte così forte che possono resistere lunga- mente al digiuno e al disagio. Pare che la mammella materna li sostenga anche quando è inaridita : la sinistra sotto cui batte il cuore infaticabile. Quella vedova poverella, che tora vive coi suoi piccoli in delle case popolari presso il tut- una Silu- cercheremo, la ritroveremo, per baciarle le mani. È ammalata, poco può lavorare, vive a rificio, la

36 ITALIA O MORTE stento; ha i figli gracili perchè mal nutriti. E una mattina di novembre del 1917 ode picchiare all'uscio di casa. Apre; e le appare un prigioniero italiano, esausto, logoro, scalzo, intirizzito, che le chie- de ricovero e ristoro per sé e pel suo compagno disteso là fuori, davanti alla soglia, morente di fame e di freddo. Non esita. I piccoli sono radunati intorno alla tavola per ricevere un poco di caffè nero e di pane nero. Ella dice : " Fi- siamo poveri, ma qui ci sono due più poveri di noi. Volete che li aiutiamo con questo poco che abbiamo ? Offriamo questo fioretto all'Italia nostra. Sì?„. I picgliuoli, coli consentono, rinunziano quel che hanno, accettano il digiunoPiù che della carne sono i figli dello spirito. Non vivono di solo pane; vivono di fervore. Come nel comune sciolto dalla

ITALIA O MORTK servitù feudale jilcuiui 87 donna so- nava a stormo la campana del palagio, tre donne furono le prime — quando l'esercito sconfitto non aveva ancora ripassato il Tagliamento furono le prime a issare il tricolore in cima della torre ci- — vica. Su le nocchiarono nostre bandiere s'ingi- rimasero tutte carponi, con qualcosa di umile e di fiero, con qualcosa di gentile tutte, e di selvaggio, nell'alba nefasta in cui fu consumato fede il contro la loro tradimento di Roma. Gli italiani gorare su le hanno occhi da lo- pagine del vituperio, hanno buoni occhi per scorrere le liste dei renitenti ostinati, dei di- sertori ostinati, dei traditori osti- nati che la grazia sovrana riscatta al disonore della patria; ottimi oc- hanno per leggere le lunghe omelie ambigue di quel salvatore obeso che ha ridotto la patria un chi

ITALIA O MORTE 38 " corpo vile i suoi su „ cui esperimenta miracoli. falsi Hanno gli occhi della carne, induriti come i precordi. Non hanno gli occhi divini dell' anima per vedere in perpetuo le creature della città ingannata, le creature della città quelle che della abbandonata loro fame sfamarono gli affamati distese sopra le band'Italia — — abbrancate alle ruote delle carrette per impedire l'inganno, per scongiurare l'abbandono, per diere essere calpestate e schiacciate dalle calcagna fraterne sopra segno il della loro fedeltà. Non lore, importa. bruciata Stroncata dal dodalle lacrime, una Non ha detto umilmente abbiamo sofferto abbastanza „. E di loro ** : preparata a più patire. Quale è la gerarchia sovrana de- s'è gli Angeli ? raccogliere Quella solamente pùà una tal parola e^re-

ITALIA O MORTE 3H Snuto dei Santi. Noi non no siamo derrni. L'Italia grande non ò più di qua dal mare. Che è l'uomo senza orortroglio, la (Toorlio ? Che è, senza nazione ? L'Italia grande è di là dal mare, dove i pochi la difenderanno, dove quelli del maggio 1915 la ricondurranno alla vittoria do- caria del al cospetto si ricorda di lorosa. Chi quel maggio non per esecrarlo ? Chi recente, se si ricorda del maggio non per rinnegarlo ? Le donne di Fiume prostrate su le bandiere distese non rammentano a nessuno un'altra bandiera distesa? non rammentano a nessuno una promessa e un giuramento ? In quella sera di maggio qu aliano disse alla ringhiera del Cam" Anche una volta è sopidoglio lontano, se : spesa nell'ignoto l'anima della na-

ITALIA O MORTE 40 zione, che nella durezza della soli- tudine aveva ritrovato tutta la sua disciplina e tutta la sua forza. At- ma tendiamo in silenzio, ]N^ell'atte8a la parola d'ordine è que- sta : "Ricordarsi e diffidare; confidare fidare di stessi; ma, sopra tutti, tutto, ricordarsi ricordarsi. La la in piedi. in dif- noi ricordarsi „ vasta bandiera del Timavo, bandiera del fante, fu spiegata alla ringhiera e battezzata l'acqua capitolina, che il nel- lembo del rosso giunse a bagnarsi nella tazza della fontana sottostante. Tutto il popolo gridò al presagio. La stessa voce disse: " L'imagine sublime del fante, che vi poggiò la testa, v'è rimasta effigiata; ed è r imagine di tutti i morti perché tutti quelli che sono morti per la Patria e nella Patria si somigliano. fizio „. È il sudario del sacri-

. ITALIA O MORTE Nella visione dell'anima di Fiume v'erano gij 41 donne le inginocchiate, e singhiozzavano. La voce soggiunse " : Io, votiva e l'aspettazione sia perché il rac- coglimento sia vigile e il giuramento sia fedele, voglio abbrunare la mia bandiera nostra Fiume non finché „ Una lunga banda fu gettata su la di crespo bandiera, vento la investì e la sollevò se volesse distogliere tutto sia il popolo il nero ma il come lutto. E gridò al presagio. La voce riprese Ogni buon cittadino abbruni in silenzio la sua bandiera finché Dove sono Senza lutto, : " Fiume non le sia nostra „. bandiere abbrunate? hanno ombra alle cadetti ame- fatto ottuse orozzoviorlie dei misere bandiere di questura, stracci di cotone tinto, rimesse fuori dai nauseabondi ripostigli ricani, della gionitteria ereditaria.

ITALIA O MORTE 42 Anche la mia. la nostra, senza lutto. Il è oggi crespo nero l'abbiamo dove gli sbirri austriaci agguantarono Guglielmo Oberdan arso là e l'atterrarono. Il rosso i ha tuttora segni del torcimento, che compagni del battesimo l'acqua prima l'attorsero per i miei spremerne capitolino, di riporla nella custodia si- mile a uno zaino di fante. Il bianco sangue e di sanie. Il verde è pur sempre amico dell'asta più difficile e più ha qualche macchia di robusta. bandiera d'assalto. Roma la consacrò per vóto dichiarato, per promissione solenne, per co- È una mando a cui obbedisco. Sopra non vi piangeranno le donne di Fiume. Noi la daremo al vento del Quarnaro e della Libertà.

LA PENTECOSTE LIA. Aail D'ITA- GIUGNO MCMXIX.

E. come il giorno della Pen- fu giunto, tutti erano insieme di pari consentimento. Atti, 2. tecoste Se questa è la domenica tecoste, se questo è Spirito e della veramente il il di Pen- giorno dello Fiamma, questo è giorno di Fiume, que- sta è la solennità tutti gli Italiani di Fiume, che qualunque cre- di denza devono celebrare nella chiesa o fuori della chiesa, con un sacrifizio d'amore o con un atto di fervore, radunati o in disparte; perché la religione della Patria

46 ITALIA O MORTE non ebbe mai un comandamento così alto. Bisogna osservarlo. Se nell'Alpe, se nel Carso, se nel Piano veneto, accanto ai cimiteri dei soldati c'è qualche cappella costruita dai superstiti con le pietre della trincea e c'è nel suo palco di legname una di quelle campane rozze che il vescovo ca- strense battezzava come nelle dei carrocci, il le marti- battaglio oggi suona da sé, suona a stormo per Fiume che arde. Se negli ospedali, se negli asili ci sono feriti che ancóra portano le fasce, infermi che non guariscono ancóra, mutilati che non sono ancóra assuefatti alle loro membra meccaniche, ciechi che ancóra cercano nel loro buio il nuovo senso, essi oggi soffrono per Fiume che soffre, ardono per Fiume che arde.

ITALIA O MORTE " Soffiò loro loro : Ricevete nel 47 lo Spirito. disse e viso, Questa „ è la parola del vangelo di Giovanni. Fiume oggi soffia tutti noi Italiani, viso col suo Ricevete lo ci nel avvampa e soffio, Spirito, viso di il dice: ci ricevete la Fiamma. Quando eravamo sul Piave, quando stampavamo di noi la riva di" Vi sperata, qualcuno domandò : sono in Italia altre correnti? vi sono forse altre acque in tutta la Patria nostra ? v'è ogffi una sete d'anima italiana che si possa estinguere altrove? „ Qualcuno deve pur ricordarsene, se Dio ci aiuti. Così Fiume appare oggi la sola città vivente, la sola città ardente, la sola città d'anima, tutta soffio e fuoco, tutta dolore e furore, tutta purificazione olocausto, il e più consunzione bello : un olocausto

ITALIA O MOETE 48 che si sia mai offerto da secoli sopra un'ara insensibile. Anzi il nome giusto della città non è Fiume ma Olocausta perfettamente consumata dal fuoco tutta. : Chi se la può imaginare oggi mattone e pietra, mucchio di case e di fondachi sopra un golfo, luogo di approdo e di traffico ? Chi può cianciare d'un porto franco ? d'una strada ferrata di San Pietro? d'un distretto liburnico ? d'un capitanato di Volosoa ? C'è da polcro una parte un famoso farisaico, imbiancato se- di uno Spirito» C'è da una parte un famoso banco di usure ricoperto con un finto lenzuolo di Arimatea e dall'altra c'è uno Spirito. C'è da una parte un nostro miserabile truffiere che in cambio di buffetti e guanciate dà saliva e lacrime dall'altra c'è uno Spirito. fuori ; e dall'altra c'è ; ;

ITALIA O MORTE C'ò da 49 una parte una gente in- clinata a rinunziare, a dimenticare, a condonare, ad acconciarsi, a rassegnarsi; dall' altra Non ci fu e' è uno Spirito. mai, davanti alla co- scienza umana, uno spettacolo più doloroso e più glorioso, né più solitario. La grande guerra aveva nato dall'uomo tutte le sprigio- essenze su- aveva abolito i limiti noti sodel coraggio e del patimento pra tutte le atrocità dell'odio aveva dato al viso dell'amore una illuminazione non mai veduta. Veramente la bellezza eroica preciblimi ; ; pitava come un sembrava stanza mondo traboccava sul torrente di maggio. Ci non aver petti abba- e di capaci per raccoglierla e contenerla. L'armistizio male imposto c'in-

ITALIA O MORTE 50 uu colse a come una tratto pesti- lenza senza scampo. All'improvviso tutto pervertì, si corruppe. Il s'infermò, si crepuscolo degli eroi come una nebbia sangue non ebbe più fu rapido in pa- lude. Il splen- Nessuno parve si ricordasse che c'era chi aveva dato il sangue, chi aveva dato il pianto per giustificare la speranza deldore, né l'uomo. peso. L'uomo volta disperato. si La sentì un'altra terra ridivenne dove i mercanti giocarono le la vecchia tavola aleatoria potenti e i spoglie sanguinose. " cuciture za La tessuta tunica sen- d'un tutta pezzo di cima in fondo „, che gli antichi crocifissori avevano lasciata intiera, i novissimi non si pe- ritarono di stracciarla. A chi appartenesse quella tunica inconsùtile gli Italiani anche sanno gli Italiani l'oscuramento di tutte sanno. Ma che, nelle forze

ITALIA O MORTE ideali, v'è un luogo 51 solo del mon- do ove rimane accesa la bellezza un luogo eroica, ed è È d'Italia? la città olocausta, la città del sacrifizio totale, la rocca sumato amore : del con- quella che riem- bianche di tutti i nostri morti marini radunati nel Quarnaro a mirarla e pie di fuoco occhiaie le a bearsi. Luminosa m'era apparita nella notte di febbraio, per tutta la co- da Volosca a Zùrcovo, coronata di luci " come per una festa stiera votiva „; e già il suo aspetto not- a chi avesse scosso da sé il corpo misero e il pensiero del ritorno. Già non era disegnata tra l'aria e l'acqua se non dal suo splendore, già non viveva se non del suo ardore, già turno era non era rotta. se spiritale non una fedeltà incor-

ITALIA O MORTE 52 Costanzo Ciano, grande compagno, che hai ricordato e dimostrato a tutti come basti marinai del mondo il cuore a operare i grandi cose con uno scafo di minimo stazzo, rivendicatore dell'uo- mo offffi solo contro l'enormità tonante, rivedo la tua maschia faccia illuminata dal riflesso di il Fiume e tuo gesto di passione strappato dalla tua bontà alla tua rudezza. Qual saluto di amante all'amata può eguagliar quello? Era il saluto del morituro, era il bacio lontano del perdimento. Se a poppa c'era l'amore, a prua c'era la morte. distanza era distrutta. Le La luci lun- ghe nella scia erano vive come lunghe chiome che di sottomare ci attirassero e c'intricassero. con una doratura di Sicilia nella voce bassa e calda: " Verremo, verremo anche a te, bedda. Non dubitare. „ Allora Luigi Eizzo disse,

ITALIA O MORTE Eravamo 58 compagni o una compagni e una pro- tro devozione, tre messa. Quello poteva essere l'ul- timo saluto, l'ultimo sguardo. Sta- vamo per penetrare nella stretta, per forzare la gola nella baia nemica coi tre brulotti disperati. Po- tevamo non più rivedere di luce, laggiù. Eppure la corona la rive- demmo, esciti dall'insidia incolumi. Se Fiume notturna era un'anima, noi le aggiungemmo la nostra anima. Né potemmo mai distoglierci da quell'incanto, pur nelle vicende della nostra guerra senza tregua. Fummo sempre divorati dal desi- derio di tornare nel golfo, di rifare la rotta, di rientrare nella fauce, mantenere la promessa. Aspettavamo le notti scure, le notti lunghe. Costanzo preparava un colpo di mano più audace che quello di Buccari. Da un certo guizzo di riso di nel bianco de' suoi occhi tremendi,

ITALIA O MORTE 54 indovinavo com'egli fosse riposseduto dal demone dello strata- gemma. Un tonio giorno dal Lido mandai AnLocatelli esplorazione a aerea compiere del una canale di Farasina e del porto lontano. Non c'era posto per me nelPapparecchio, né per la mia fortuna. Egli doveva partir solo. La costrizione abituale non valeva a dominare il mio palpito. Rivedo il mio campo di sabbia soda e d'erba arsiccia, la larga pista di cemento abba- gliante, l'ombra rigida delle tettoie camuffate; e la macchina le ali brevi, la l'insegna di porpora e l'oro del- San Marco su chi inflessi della fusoliera viso di sottile, ; i fian- e quel giovine tiranno lombardo del Quattrocento, costrutto alla ma- niera di Jacopo de" Barbari, chiuso nel coppo di cuoio bruno e quel :

ITALIA O MORTE 66 giovine torso, d'uu vigore incomparabile temprato in mille ascensioni alpine, stretto nella casacca di pelle nera e nelle cinghie dell'imbraca che dalla vita spalle come legare il i riescivano gli alle vincoli d'Icaro atti a fato dell'uomo duro alla sorte dell'ala fragile. Partì verso cessai Quarnaro, verso Fiume Golfo, verso Non il ; e non di udire in il ritornò. me il suo rombo. Colpito nel cielo fiumano, precipitò in fiamme. Vide nella caduta avvicinarsi la città lui come per abbracciarlo, e riceverlo, tendersi a come per come per prenderlo e avvolgerlo nelle bende delle sue chiare vie. Udiva nel ritmo della rapidità la parola del suo cuore: Ti amo, ti amo, ti amo. „ Toccò terra in vicinanza d'uno sterpeto. " Fu salvato da quella parola invin- cibile.

ITALIA O MOETE 56 dell'apparec- l'incendio Attivò chio. Poi nascose negli sterpi, si lasciando gocciolare sangue del La gente accorse all'ala ridotta in carbone ginocchio intorno il e cenere. ferito. I^ascostOj egli ascoltava donne del popolo esprimere il compianto in una lingua melodiosa le come quella di Rialto. Una gridò perchè s'era bruciate le mani tentando di sottrarre un rottame ancora ardente. di dolore, Era un'ala d'Italia, un'ala eroica, quella di Vienna, quella della sen tenza ineluttabile. Di pura divina zione tremavano i cuori semplici Che cosa non darebbe oggi An tonio Locatelli, esiliato di là dal da tutti dubbii, che cosa non darebbe per andare a ritrovare le gocciole del suo sangue e le ceneri delle sue ali e il suono di quella pietà, tra l'Oceano e angosciato gli sterpi di Fiume rinverditi? ;

ITALIA O MORTE Non tornò. Ma 57 impresa la nostra cavale fu stabilita per la notte del 3 novembre, per la notte della luna nuova. Con grazia fraterna, Costanzo Ciano aveva scelta data sapendo che rappresentava si a Milano appunto " quella La Nave „ di musica e di parole. Egli voleva condurmi verso una ben altra orchestra e una ben altra ribalta. L'imminenza dell'armistizio nefasto troncò r azione, come nel giorno di Buccari, i gusci erano pronti con le loro mitragliatrici nere e coi loro siluri d'oro fulvo, lunoro la riva Giudecca. Ci della fu impedito di partire. capo dell'Italia vittoriosa, sùbito a Parigi convertito in servo umilissimo di tre padroni, fu anche una volta l'inibitore dell'eroismo. storditi e avviliti, colpo di un tato. Il Il Rimanemmo come tradimento rammarico ci sotto il insospet- travagliava

ITALIA O MORTE 58 il cuore con l'acredine del rimorso. Ogni impeto spezzato, ogni sforzo interrotto genera una tristezza irosa. Il gran marinaio si mordeva i pugni, come il fante arrestato dallo scocco dell'ora, di là dal Taglia- mente. In breve, come la sua forza fu delusa, il suo naviglio fu disperso. Anch'egli, l'eroe di Cortellazzo, ha dovuto concludere la sua gloria di combattente rassegnando il comando e ritraendosi in disparte per preservare la sua dignità e la sua Ma libertà. oggi, nella Pentecoste su quale fronte più nobile d'Italia, può posarsi il segno di fiamma? Costanzo Ciano, Luigi tutti con i Trenta, e tu Antonio Locatelli che ar- dispersi noi, Rizzo, e dei desti e sanguinasti nel cielo su- blime, salutiamo oggi la città olo-

ITALIA O MORTE come causta su dritti il le fondo messa fossimo tuttora nostre prue e avessimo del Quarnaro per pro- di requie. Non zia, se 59 menzogna, non c'è astunon c'è viltà, non servilità che c'è resista alla potenza di questo Spi- Esso ci impedirà di servire, impedirà di fallire, ci impedirà rito. ci di perire. Ci aiuterà a ritrovare suolo e l'istinto, la volontà di il ri- volta e la volontà di rinnovazione. Ci condurrà a solco ben collocare nel vomere che scinde e sovCi insegnerà a bene ado- il verte. armi novissime contro le vecchie armi di cui non sanno più neppur servirsi gli op- prare le nostre pressori. Ci insegnerà foggiare modi di questa nostra che ogsi in abbondanza tra- fieramente vita a i bocca dal cerchio delle istituzioni sterili e delle leggi esauste. Ci in- segnerà a rovesciare tutte le strut-

60 ITALIA O MORTE ture che e' ingombrano — quelle nate dall'utilità ingiusta come quelle nate dall'idea vana ciare le pietre e a —, e a con- squadrare travi che affideremo alla le genera- zione sorta dal sacrifizio di sangue e di sudore perché le aduni e le congegni ,in monumento statuale, in opera civica. Se beato è quel discepolo che avanza il maestro, più beata è quella figlia che avanza la madre. Ora Fiume è l'esempio d'Italia: è l'onore della nostra coscienza, l'o- nore della gl'alide coscienza latina che sola nei secoli formò e oggi forma i veri uomini liberi. Ha un'anima di servo chi senza fremito può oggi pronunziare il nome del più nobile Comune che mondo. Riconoscere un qualunque giogo, prima di aver combattuto con le unghie e coi denti por scuoterlo o illustri il

ITALIA O MORTE spezzarlo, è il sogno 6t certo della servitù. L'appello al diritto è un diritto quando chi, anche solo, anche malo armato, ha la costanza eroica necessaria ad affermarlo, e a soste- nerlo. Questo c'insegna l'eroina fedele del Quarnaro infido. Il suo insegnamento corrisponde rozza alla graffi con muro sentenza che la il fante punta della baionetta casa rovinata a Sant'Andrea Celebriamo oggi, nella gloria di nel della di Piave. Fiume e nella gloria di quel gio- vine leone d'Italia, la Spirito. festa dello

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I FASTI DICARD GABRIELE DT^WNZIO L'ALA D'ITA LIA È LI BE' Ipresso la fÌondaSInro/aa ^«:^xlx

L'ALA D'ITALIA È LIBERATA.

FASTI D'ICARO T DI PROSSIMA PUBLICAZIONE II. : DEGLI APPARECCHI DA BOMBARDAMENTO E DEL MODO DI USARLI DURANTE l'azione DELLE FANTERIE (maggio 1917). Note del capitano aviatore Gabriele d'Annunzio- III. l'impresa di pola (agosto 1917). Note IV. e rapporti. l'impresa DI CATTARO (ottobre 1917), coi quarantatre fogli del taccuino di bordo riprodotti in facsimile. Y. l'impresa di VIENNA (agosto 1918). Koto VI. LA prima squadriglia NAVALE Note VII. e rapporti. S. A. e rapporti. LA SQUADRA DI SAN MARCO. Note e rapporti. Vili. RITRATTO DI UN GIOVANE ITALIANO (JS'atale Palli). IX. l'ombra delle ali e l'ombra DELLA CROCE. Orazioni funebri. X. EIA EIA EIA ! ALALA Storia di un grido. !

GABRIELE D'ANNUNZIO L'ALA D'ITALIA È LIBERATA ^P PRESSOiLA FIONDA IN ROMA MCMXIX friW'

PROPRIETÀ LETTERARIA. RISERVATI TUTTI Roma - I DIRITTI. Società Anonima Poligrafica Italiana.

CONCORDANZE E PRESAGI. DALLE " LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI „. LIBRO TERZO. ALCIONE (1904).

L'ALA SUL MAEE. ARDI, un'ala sul maro è solitaria. Ondeggia come pallido rottame. E le sue penne, senza più legame, sparse tremano ad ogni soffio d'aria. Ardi, veggo la cera! quella che il È l'ala icaria. fabro della vacca infamo foggiò quando fu servo nel reame del re gnòssio per l'opera netaria. Chi la raccoglierà? Chi con più forte lega saprà rigiugnere le penne sparse per ritentare Oh il ? del figlio di Dedalo alta sorte! Lnngi dal medio limite il follo volo prode, e minò si tenne noi gorghi solo.

ALTIUS EGIT ITER. OMBRA d'Icaro ancor pe' caldi seni L> dol Mar Mediterraneo Segue di nave solco Ogni rapidità clie di vènti agguaglia. "Voce d'uom che comandi Ode spazia. si più ferva. ama nel turbine. clamor di nàufraghi iterato e n'ha disdegno, che silenzioso fu quel rimoto suo precipitare. Io la vidi laggiù, verso l'occaso. Era nel palischermo io co' miei due remi. era, e A prora il mio Dèspota seduto guatava fiso la mia cura. Tra quegli e me subitamente vidi ignuda l'ombra d'Icaro apparire. <:^jasi il le color marino aveano assunto sue membra, ma gli occhi eran solari. Sul petto giovenile intraversate ancor gli stavan le due rosse zone, già per gli òmeri vincoli dell'ale, simili a inermi bàltei di porpora. « O Dèspota, costui fratel mio. « dissi » è l'antico Le sue prove amo innovare io nell'ignoto. Indulgi, o Invitto, a questa mia d'altezze e d'abissi avidità ! »

DAL DITIRAMBO D'ICARO. rombo Combattemmo nel Combattemmo sul ciglio degli abissi, in conspetto del Sole, a Glori.a d'Icaro I della morto. mezzo il giorno. Intorno alla zuffa ogni bàttito di peuuo sprizzava mille stille di sangue come porpora in faville accesa ed isvolata via per festa. A gloria la mia testa pareva di faville incoronarsi. Parvemi, quando apersi e la nemica ricoprì la il parvemi che alfine spenta, la sua virtute aligera pugno ostile rupe tutta mi fosse nelle braccia e negli òmeri trasfusa e m'agitasse i fragili preeordii una immortale avidità di volo. Era era pacato il nella vigilia La roggia stellato il cielo, mare, mia meravigliosa. stella ascosa

l'ala 12 d' ITALIA È LIBERATA nel mio cor vigile era la più grande. Le cose miserande eran lungi da me come da un dio beverato di nettare novello. Parca dal corpo snello dileguarniisi il tristo peso comò dal cielo eòo si dileguava Tombra. € nella carne sgombra un aereo sangue « Aquila vinta di irradiarsi. dissi «Icaro figlio > Dedalo d'Atene ai tuoi mani consacra ligameutl i arteficìati e fragili dell'ali the sono opera d'uomo porche, come ti ; vinse combattendo lungi e presso, cosi noi tuo dominio vincerti vuole d'impeto e d'ardire. E « il « mio padre destai dal sonno. Dissi Padre, è l'ora. stetti mentr'ei » Non altro dissi. m'accomodava agli òmeri, mentr'ei gli l'ali ammonimenti iterava con voce mal sicura. « Giova nel medio limite volare; chò, se tu voli basso, l'acqua aggreva le penne, so alto voli, te le incendo il fuoco. Tieni sempre Abbimi duce, seguita il il giusto mezzo. mio solco. : Muto

l'ala D' ITALIA È LIBERATA non essere tropp'oso. Doli, flgliuol mio. Io ti segno V buon seguace. la via. Sii K lo IL » mirabile artiere ebbi in dispregio mani perite silenziosamente. con io tuo, la la « te lotterò, Fin dal E pli tremavHno. Al primo volo per superarti. battito primo, io sarò l'emulo mia forza intenderò per vincerti. mia via sarà dovunque, ad imo. a sommo, in acqua, in fuoco, in gorgo, tu nuvola, sarà dovunque e non nel medio limite. non nel tuo risposegli il pur debba perdermi solco, s'io mio cor Gridava mio padre lontano. il ^el vento e nella mi giungeva il < « Icaro romba or Icaro Icaro Icaro ! sì suo grido, or 1 I > or no si or no mio nome nomato dal timore il giungeva alla mia gioia impetuosa, « Icaro « Icaro fui. 1 » I » E E fu più fievole il le il richiamo, fu l'estrema volta. Solo solo e alato nell'immensità. Mi sembrava » silenzioso. inesausto valor mio che l'animo agitava morte penne, l'animo immortale I »

l'ala 14 non e Ed ITALIA È LIBERATA braccio breve. il ecco, vidi me sotto di d' come un'ombra licvo nella profonda luce ove non appariva segno alcuno del mare cieco e dell'opaca terra; ancóra un'ombra vidi, un'altra ancóra. E dissi Ma il cor : verso il « Icaro, è l'ora. » non mi mancò. Non misi ^rido mio fato, come la alla saetta aquila moritura ne rimpiansi il devota ; paterno ammonimento. Guatai senza spavento in giaso dell'ali, ; e l'ombre lievi eran le penne che cadeano tremolando dalla cera ammollita. Mi sollevai con imi3eto di vita verso « O il Titano. Titano !» E la faccia gran chioma indicibile, sotto la ambrosia; verso e « i raggi le me si volse china ; cingean mille corone. Elio d'Iperione, t'offre quesfali d'uomo Icaro, t'offre quest'ali d'uomo ignoto che seijporo salire fino a Te Si disperse nel la rombo ! » delle ruote mia voce che non chiedea mercè-

l'ala D'ITALIA È LIBERATA al dio E ma lode eterna. roteando per la Ince eterna precipitai nel mio profondo Mare. ICARO, Icaro, Mare precipiti, la il mia virtù, nome mio » anch'io nel profondo anch'io v'inabissi ma in eterno in eterno resti al Maro profondo ! 15

1 L'ALA D'ITALIA E LIBERATA. Discorso agli aviatori IN CeNTOCELLE. GLIO MCMXIX. IX LU-

dopo giorni e giorni d'irosa tristezza, ecco che il mio cuore balza di gioia. Ecco che anche una volta io sono per voi un messaggero di gioia. Vi porto un grande annunzio. L'ala d' Italia è COMPAGNI, liberata. Mi sembra di tornare al tempo che giungevo d'improvviso su i vostri campi lontani, su i bei campi del Veneto e del Friuli, quando per compiere un' impresa ardita era necessario lottare contro l'inettitudine e il malvolere dei capi (mi ci vol- lero quasi tre anni di pertinacia per

L^ALA D'ITALIA È LIBERATA 20 ottenere licenza di volo su Vienna); e, avendo alfine strappato un con- senso gridavo alla vostra difficile, ansietà : " Si vola ! Si vola ! „ Era uno scoppio d'allegrezza lirante, e il come nella notte fra deil 2 3 d'agosto, nella prima nott3 E lungo divieto dei capi si fondava sul convincimento che nessuno di noi sarebbe tornato indietro! Danzavate su l'erba rasa di Fola. il del campo, intorno agli apparecchi pronti, prima di andare verso l'in- ferno delle batterie e dei proiettori. Avevamo dovuto argomentare plicare per questo. Facevamo e suptripu- dio per questo. " Si vola ! Si vola zio di oggi sotto il ! „ L' annun- cielo di pace è come l'annunzio di allora sotto cielo di guerra. Un soffio il eroico rompe l'aria morta. Comandante Ernesto La Folla, capitano Renzo Leveroni, miei yec-

l'ala D ITALIA È LIBERATA 21 chi compaojni della Coiniua, non vi sembra oggi di fiutare su questo campo romano di Centocelle l'odoro del nostro bel campo veneto ? E lag- monti del Lazio sono aerei come i monti di Pordenone, quasi sul punto d'involarsi come le nostre ali e come i nostri ardiri. Ve ne ricordate? Le allodole cantavano il più italiano dei canti come nella Terza rima; e i nostri spiriti salivano con esse; e per noi l'ultima dolcezza era nella morte gloriosa. Non ci siamo saziati di quella. Non siamo sazii. Noi non usciamo dalla guerra sazii. Fra tutti i combattenti siamo i privilegiati: possiamo ancóra vincere, possiamo ancóra morire vogliamo ancóra vincere e vogliamo ancóra morire. I nostri campi giù i ; non mutano restano campi si in piazze d'armi, ma prova e di battaOgni giorno possiamo noi di qui partire per la maravigliosa avglia. di

l'ala D'ITALIA È LIBERATA 22 ventura, per l'ultima avventura. Co- me alla guerra noi eroi, così li stizio, così demmo i nostri abbiamo dati all'armili daremo alla pace. Si vola! Si vola! L'ala d'Italia è liberata. qualcuno del campo d'Aiello? Dov'è il mio buon capitano Gordesco dall'arguzia crequi, C'è pitante tra come il voi, sale nel fuoco pu- gnace? Chi si ricorda povera aquila triste e malata, dal maestro di bizzarrie e di prodezze Guido di quella Keller tenuta prigioniera in una gabbia e nutrita con brandelli di qualcosa che sovrabbondava tra gli aviatori? Di fegato. Era un'aquila spennacchiata, con mozze, col becco tronco. Si era mai veduto sospirare un'aquila? le ali E quella sospirava. S'era mai ve-

l'ala D'ITALIA È LIBERATA duto sbadigliare un'aquila? 23 E quella sbadigliava. Un asinelio dalle zampe sbilen- che e dal ventre intamburi to - trovato a ragliare disperatamente su la proda di un fosso nei dintorni di Palmanova e per pietà issato sul comune carro e coperto d'un pa- strano grigioverde e introdotto nel campo riore bia „ sotto la specie del " supe- girava intorno alla gab- come se spingesse invisibile d'una mola; la e di stanga tratto in tratto mostrava le gengive giallicce alla prigioniera, fia che non si con una smor- capiva se fosse d'ir- risione o di compassione. nessuno di voi che se ne ricordi ? Il capitano Gordesco elegantissimamente istruisce a Cervéteri i IS'on c'è giocolieri dell'aria; e mi rammarico non veder qui i suoi occhi di gatto selvatico. Se egli ci fosse, interpretedi rebbe da par suo l'imagine rievocata.

l'ala D'ITALIA È LIBERATA 24 È imagine della nostra aviazione quale l'hanno ridotta, fino a ieri, i nostri capi, nemici mal l' dissimulati del volo e dei volatori: vecchi stanchi o ambiziosi tardivi, inesperti degli strumenti nuovi e avversarli del capaci comprendere di della razza divino e di istinto, il in- genio secondarlo e di eccitarlo. Con quali mezzi avete voi fatto la guerra? Col solo vostro istinto divino, col nuovo senso improvvi- samente creato in voi e discono» scinto e avversato dagli inetti e dai sedentarii. Per quattr'anni di durissime prove, superando ogni giorno voi stessi nell'arte e nella prodezza, ogni giorno crescendo di esperienza e di potenza in combattimenti singolari, in scorrerie squadriglie, in esplorazioni di sempre più lontane, in mettere a guasto le opere, in dar continuo travaglio

l'ala d' ITALIA È LIBERATA 25 4 alle nemiche, forze sopperire in con l'audacia ostinata alla scarsezza dei mezzi e alle avverse fortune, voi, voi soli avete costruita istruita invigorita l'Ala d' Italia, la avete fatta pari alla severità di quel comandamento che grida gio di ciascuno e di tutti e più oltre. E vi fu : al corag" Più alto „ un altro comandamento, nelle nostro giornate carsiche, nei nostri mattini dell'Ermada: " Più da presso, sempre più da presso. Le Fiamme nere avevano adot,, volemmo noi da meno. Fiamme blu. Lo tato l'arme corta. JN^on essere sanno le fanterie austriache a cui il vento rasente dell'ala strappava il fazzoletto di su la nuca pavida. Bombardieri della Gemina, di Aviano, di Campofòrmido, presenti e assenti, miei Arditi dalle ali forate, chi lampeggia 4 non si al ricordo solleva e sublime? non

26 l'ala d' ITALIA È LIBERATA Ci ricaricavamo di bombe e ri- partivamo contro il nemico, con le ali che parevano crivelli, senza contare i buchi e senza curarci delle toppe, alla gran ventura. Le eliche scheggiate, le crociere di spezzate, i comando timoni squarciati, le tu- non c'impedivano di cielo. Le api di fuoco mel- bazioni rotte tenere il lificavano neojli alveari metallici dei nostri radiatori. «a l'ebrezza E ciascuno di noi di quel miele marziale. Chi non la sente riscoppiare dal cuore? Nel prossimo agosto, per placare i nostri morti, vogliamo -celebrare i nostri anniversarii eroi- Francesco Baracca ci sarà testimone. Il divino abbattitore, che ci ci. faceva la scorta, parola ch'egli ci ci ridirà quella mandò quando con rapimento vide le nostre carlinghe risalire l'Ermada più e più volte .€ome carri ostinati che lo arassero. Avevamo osato l'inosabile.

è l'ala D'ITALIA È LIBERATA 27 Compagni, oseremo ancóra l'inosabile. Basta che ci lascino osare, basta che ci lascino tentare le vie dell'Infinito, a noi che fummo le guardie alate del confine e i pre- cursori aerei dei nostri eserciti. Di da ogni confine, di là da ogni orizzonte, di là da ogni limite noto e ignoto ecco il nuovo proposito. là : Una verità è manifesta. L'istinto icario, l'istinto umano già travagliava l' del volo, che inquietudine del Vinci e si rivelava nei disegni esatti e nei congegni reconditi, non s' approfondito e non ha preso vigore e ardore in nessuna stirpe come nella nostra. La volontà dell'Aquila romana, che precedeva per tutta la terra la marcia cadenzata dei legionariì; sembra rinascere nei nostri giovani stormi. Essa non è più una insegna di milizie pedestri; è una

28 L ALA D ITALIA E LIBERATA crescente rapidità di conquistatori Pareva che fra vent'anni. fra trent'anni, fra cinquanta dovessimo avere una generazione in cui aquilei. l'ansia del volo fosse già trasmessa come un retaggio. Per una anticipazioni che sono i di quelle prodigi del nostro genio, l'ansia s'è risvegliata nella gioventù presente. Il giovine corpo della nostra aviazione ha stinto l'i- spontaneo dei grandi migra- tori alati : il bisoorno di mip-rare, di peregrinare, di spandersi nei quattro Adenti. Più perfettamente che le due nature nel centauro, l'uomo e il velivolo fanno una sola forza veloce. Andate campo Vedrete un turbine di voli umani più fiero che le risse delle rondini su la Trinità dei Monti o su l'Aventino in queste sere d'estate. Un piccolo sergente imberbe, il Mariani, percorre dieci chilometri con l'apparecchio rovescio, a testa in giù. al di Cervéteri.

L'ALA D'ITALIA È LIBERATA Un altro, il 20 Coia, da mille e cin- quecento metri scende a terra con una serie continua di cerchi vertiginosi. Il prodigio ò divenuto un gioco facile. L'audacia è una consuetudine. L'uomo è l'emulo dell'uccollo ma più libero dell'uccello perchè non ama il nido e non ama la mèta. Vuole andare di nido in nido e di mèta in mèta, e di morte in morte. Lasciatelo dunque andare, lasciatelo osare, o canuti portinai dei ri- coveri, o tetri proibitori. Lasciate che che s'orienti, le che scelga le sue vie, intraprenda. C'è oggi una Italia che vuol vi- vere dal ventre, che vuol curvare che vuole imbestiarsi, che vuol pascersi nel chiuso? Ma c'è anche un'Italia che guarda in alto, che mira lontano, che spia i vènti del largo, che ama le vie senz'orme e le lontananze senza rifuoi. il collo,

l'ala D'ITALIA È LIBEKATA. 30 Questa Italia vigorosa animosa avventurosa c'è. Basta guardarvi nelle pupille. Basta sentire il battito del vostro polso, vostra volontà, il il tono della fremito della vo- stra impazienza. Ci furono età in cui e capitani a tutto il il mondo possiamo demmo mondo. A piloti tutto oggi dare ali e maestri d'ala. Avete veduto su questo campo atterrare apparecchi stranieri in sosta per seguire le rotte di levante. Al paragone, i nostri erano come^ il puro sangue di Federico Tesio accanto all'alfana di Mambrino. Non appariva in quelli nessuna cura della linea, della leggerezza, della proporzione. Nei nostri già appare quale non è se non il giusto rilievo formale della forza e lo stile ; il della destinazione di essa forza. Considerate di quel SIA 9 il carattere potente B che adoperai nel-

l'ala D'ITALIA È LIBERATA 31 l'ultima offensiva. Considerato carattere grazioso di quello SVA il 5 che maravigliò Vienna. Nell'uno e nell'altro è raggiunto un tipo singolare di bellezza conveniente, come un oggetto dell'industria antica, come in una lanterna del Caparra, come in un violino di An- in drea Guarneri. durante la guerra, affermammo il nostro primato nella coGià, struzione dei nostri apparecchi da battaglia. leati Nessuno degli Stati al- o avversi era riuscito a co- struirne e a usarne di così robusti e ingenti. In condizioni infauste, auove forme, nuove qualità, nuove misure erano via via create dai costruttori per adattare gli apparecchi a nuovi servizii. L'arte degli antichi maestri italiani conduceva la mano degli operai nel pulire cen- tine e travi, nel sagomare ali e ti- moni, nell'inflettere fusoliere e car-

32 l'ala d' ITALIA È LIBERATA linghe. Tutte le potenze dei motori erano provate di grado in grado, massima di circa settecento cavalli. Con un solo motore andammo a Vienna e ne tornammo. Con un solo motore io e IN^atale Palli fino alla venimmo dalla fronte dell' Aisne al Po in poco più di tre ore. Con un solo motore seguiremo l'itinerario dell'estremo Oriente per tappe cotidiane di circa duemila chilometri. Con appareccM impresa trocento terrestri, di Cattare, per la facemmo quat- cinquanta chilometri di mare, in tempo torbido e notturno. I grandi bombardamenti notturni e diurni di Pela sono una gloria di quegli stessi " Caproni „ che portavano a prua la testa dell'ariete ossidionale e il motto di guerra: Senza cozzar dirocco. „ Il 21 agosto 1918 io e il tenente Alberto Barberis, di pieno giorno e "

l'ala È LIBERATA d' ITALIA senza scorta, col nostro solo 33 SIA9B carico di quattordici bombe, e con tutte le insegne al vento, a faro andammo su quella piazzaforte una rappresaglia beffarda, ridendoci dei non riescivano a raggiungere un apparecchio da bombardamento tanto veloce nò a comcacciatori che prendere dove fosse collocata la terza mitragliatrice che di sotto la coda li prendeva giustezza. Un finito e più pochi la fili di mira con tanta fratello del SIA, più spedito, collegato da e da pochi montanti, con cellula più libera, quasi direi più fluida, con un'ala con tutte le sue linee acutamente disposte alla penetrazione massima, dall'aria per l'aria „, il "modellato BR, domani andrà in meno di sette ore da Roma a Londra condotto da quel tenente Brack Papa alla cui valentia si con- viene l'epiteto romano della saetta e della fortuna : volucris. Fra breve

l'ala D ITALIA È LIBERATA 34 una macchina del medesimo tipo, ma capace d'un volo continuo di quattromila chilometri, porterà nel giro della sua elica l'astro dell'Italia nova ai nostri fratelli del Brasile e delF Argentina, che l'in- vocano e l'aspettano. Non ci sono ancóra nella terra lontana campi battuti per l'atterrata delle grandi aquile ? Ma ci sono fiumi laghi mari, ci sono foci e porti, per l'arrivata dei grandi àlbatri. L' ala marina sta per emulare r ala terrestre in apertura e in robustezza. Come dal lago di Varese 9 si levavano i piccoli 7, 5, di continuo rinnovandosi e trasformandosi, l'uno più celere dell'al- M M M tro nell'ascensione, più saldo nella struttura, più obbediente nella ma- novra, invidiati e male imitati dallo straniero, formidabili nel cielo della battaglia, così dal medesimo spec-

l'ala d' ITALIA È LIBERATA ehio lombardo sta per balzare M 85 il munito d'un battello a due code che si partono dall'unica prua, tratto da un solo motore di quattrocento cinquanta cavalli che porterà un carico assai grave a una velocità non mai raggiunta da un apparecchio acnovissimo 12, quatico. Ma, mentre nell'officina pertinace e precisa di Sesto Calende, che già con prove e riprove aveva saputo riunire nel suo /S 13 le qualità più rare, sta per uscire dai lunghi stiidii il modello originale di un triplano vastissimo, qual meraviglia ci prepara il solitario di Yizzola ? quale colosso aereo, quale smisurata diomedea oceanica, quale profonda carena alata costruisce egli per lanciarla pesante di uomini e di merci ai più lontani approdi? Il genio e l'ansia dei costruttori resistono al divieto, alFoppressione,

l'ala 36 d' ITALIA È LIBERATA air ingiustizia, all'ottusità. Il genio del volo, l'ansia del volo sono irre- un popolo che diedero all' amore frenabili in di artefici del mondo più belle creature alate le Vittorie e i Chèrubi. Come Dante gio- le : vane disegnava sopra certe sue tavolette figure d'angeli, così non v'è ossi fanciullo italiano che non disegni figure di velivoli su i margini dei suoi quaderni e non senta il suo cuore d'uccello salire per filo del il suo aquilone. Che un nuovo fervore nelle officine svigorite si ! accenda Che gli operai aguzzati dalla guerra, poi dispersi fiaccati e da questi otto mesi d'armistizio incerto e vile, tornino a radunarsi, ricompongano le maestranze, ritrovino la loro arte insuperata, mostrino allo straniero come soli sieno essi i veri Dedalo fabbro mortale e immortale figli di !

l'ala D'ITALIA È LIBERATA Il 37 popolo italiauo fu sempre il più sagace dei migratori. Q

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